Storia di Cristina, la mamma che ha otto figli in affido, ma non ha diritto al «congedo di maternità»

Il caso di una coppia milanese che ha aperto una “casa famiglia”. Ma per la previdenza lei è solo un’educatrice, non una madre. Il vuoto normativo e il coraggio dei due coniugi

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Su Avvenire in edicola oggi, Paolo Ferrario racconta il caso molto particolare di una donna, Cristina Sacchi, che ha aperto una casa di accoglienza per minori in difficoltà. «Mi hanno trattata come una ladra – spiega – e come una persona attaccata esclusivamente ai soldi. È stato spaventoso e, quando ci penso, mi viene ancora da piangere». Cristina ha 48 anni è una mamma milanese che assieme al marito Tommaso ha aperto nel 2011 una “casa famiglia”. Si chiama “La tenda di Giobbe” e i due coniugi, già genitori di cinque figli, hanno accolto altri otto bambini, sia italiani che stranieri.

EDUCATRICE NON MAMMA. Cristina, che nella vita fa l’infermiera, ha presentato domanda di congedo di maternità all’Inps, ricevendo la relativa indennità. Lo prevede la legge e per un anno e mezzo tutto è filato liscio, finché, «nel maggio del 2013, l’Istituto di previdenza, con un’unica comunicazione, rigetta tutte le domande chiedendo il rimborso delle somme fino a quel momento erogate, pari a 21mila euro». I ricorsi di Cristina sono stati respinti prima a marzo dal Comitato provinciale di Milano, poi di nuovo dal Tribunale di Milano a luglio perché «l’affido era stato concesso ad un ente morale (in questo caso ad Aibi-Amici dei bambini, l’associazione cui fa capo “La tenda di Giobbe”, ndr) e non ad una persona fisica». Insomma, poiché Cristina è un’educatrice e non una mamma, non ha diritto al congedo di maternità. Il paradosso è che gli educatori ricevono per il loro lavoro uno stipendio, Cristina e Tommaso, essendo volontari, nemmeno un euro. Paradosso nel paradosso è che Tommaso, quando ha chiesto il congedo di paternità per una delle bambine affidate, lo ha ottenuto senza alcun problema.

DUE SETTIMANE IN OSPEDALE. Cristina si lamenta di non aver potuto dire nemmeno una parola al processo, «altrimenti avrei spiegato al giudice che cosa significa fare la mamma affidataria. Con l’ultimo arrivato, un piccolino senegalese di un anno con tanti problemi di salute, sono stata due settimane in ospedale proprio come fa una mamma. Questo le educatrici non lo fanno. Io mi sento e sono una mamma per i miei figli, per tutti, sia quelli naturali che quelli affidati. Chi ci incontra per la strada non riesce a distinguere tra gli uni e gli altri, perché io e mio marito diamo a tutti l’amore di mamma e papà. Un amore che a questi bambini ha davvero cambiato la vita e che nessuna sentenza riuscirà a fermare».

SONO IN QUINDICI. Ora la vicenda proseguirà e si andrà in appello ed è chiaro che esiste un vuoto normativo per quanto riguarda le case famiglia come quella dei due coniugi Greco. È assurdo, infatti, che persone come queste, che svolgono un servizio importante per la comunità che nemmeno lo Stato riesce a garantire, siano osteggiate anziché favorite.
Intanto che, si spera, qualcosa cambi, i due non si sono arresi. I loro figli, a tre anni dall’avvio della loro esperienza, sono aumentati. Adesso sono in quindici.

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