Stato-mafia, ieri i pm hanno ottenuto la testimonianza di Napolitano. Tre giorni prima le loro tesi sono state demolite

Il capo dello Stato sarà interrogato a Palermo sulla “scandalosa” lettera del suo consigliere D’Ambrosio. Le cui preoccupazioni nel frattempo sono state confermate dalla sentenza di assoluzione del generale Mori

Per la prima volta nella storia della Repubblica il capo dello Stato sarà interrogato in un’aula di un tribunale. Succederà nel corso del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, per decisione della Corte d’assise di Palermo. Giorgio Napolitano è stato convocato tra i testimoni dei pubblici ministeri (Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia) e la Corte ha stabilito che potrà essere interrogato in aula ma solo su un punto preciso: la lettera inviatagli dal consigliere Loris D’Ambrosio e la sua relativa risposta, pubblicate sulla rivista La Giustizia. Interventi del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio superiore della magistratura 2006-2012.

TELEFONATE SUI GIORNALI. D’Ambrosio, che aveva prestato servizio in passato all’Alto commissariato antimafia prima di diventare consigliere giuridico del Quirinale, ha scritto quella lettera nel giugno 2012, a un mese di distanza dalla pubblicazione sui giornali di alcuni stralci delle intercettazioni effettuate dalla procura di Palermo sulle telefonate intercorse tra lui stesso e Nicola Mancino, ministro dell’Interno all’epoca della presunta trattativa e oggi imputato per falsa testimonianza nel processo su quei fatti, risalenti al 1992-’93. Tra il dicembre 2011 e la primavera del 2012 Mancino aveva appreso di essere stato citato come teste nel procedimento a carico del generale Mario Mori, in quanto presunto referente istituzionale della trattativa, secondo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino avvalorate dalle ambigue testimonianze dell’ex guardasigilli socialista Claudio Martelli. Preoccupato e in ansia, Mancino aveva chiamato D’Ambrosio più volte.

LE INTERCETTAZIONI E LA LETTERA. L’ex ministro dell’Interno era molto arrabbiato per le parole di Martelli, che aveva sollevato dubbi sulla sua posizione nel ’92, prima della strage di via D’Amelio. Nelle telefonate intercettate – i cui nastri sono stati distrutti per ordine della Corte costituzionale nello scorso aprile, ma le trascrizioni sono state ammesse agli atti del processo da Corte d’assise di Palermo – Mancino definiva menzognere le dichiarazioni del suo collega nel governo Amato, e chiedeva a D’Ambrosio se il Quirinale potesse intervenire anche per un coordinamento delle indagini, condotte da tre procure, Caltanissetta, Firenze e Palermo, per di più in direzioni diverse. Nella lettera su cui sarà interrogato il presidente della Repubblica, D’Ambrosio tra l’altro esprimeva fortissima amarezza dopo la pubblicazione di quelle intercettazioni, spiegando di non aver mai fatto alcuna pressione, e confidava a Napolitano la propria indignazione per essere stato calunniosamente indicato come «quella zona grigia che fa di tutto per impedire che si raggiungano verità scomode». Un mese dopo la missiva il consigliere morirà a causa di un infarto.

LA SENTENZA MORI. Rileggendo le motivazioni dell’assoluzione del generale Mori, avvenuta a luglio nel processo che per primo si è occupato di analizzare le varie fasi della trattativa, emergono tuttavia numerosi passaggi che potrebbero tornare utili a Napolitano nella sua testimonianza in aula in questo secondo processo. La Corte di Palermo presieduta da Mario Fontana in effetti ha dimostrato punto per punto come siano inattendibili i principali testi utilizzati dalla procura a sostegno della tesi accusatoria: giudizi in forza dei quali acquisiscono una valenza veritiera anche le preoccupazione di D’Ambrosio circa l’uso strumentale fatto dai media di quelle testimonianze, «il ripudio di metodi investigativi non rigorosi», le «criticità e i contrasti sullo svolgimento di procedimenti». Tutto ciò – scriveva sempre D’Ambrosio nella famosa lettera a Napolitano – provocherà «un effetto perverso. Quello che anche interventi volti a stimolare adeguati coordinamenti finalizzati a raggiungere univoche verità processuali vengano poi letti come modi per favorire l’una o l’altra interpretazione di fatti o situazioni indiziarie o sospette su episodi gravissimi della nostra Storia».

MARTELLI “INFLUENZATO”. Il primo a tirare in ballo Nicola Mancino è stato Claudio Martelli, a 17 anni di distanza dai fatti raccontati, durante la trasmissione televisiva condotta da Michele Santoro. Nello studio di Santoro l’ex ministro della Giustizia ha detto di aver appreso nel giugno 1992 di una trattativa condotta dai carabinieri del Ros con la mafia, attraverso l’ex sindaco Vito Ciancimino. In seguito, ai pm, Martelli ha aggiunto che all’epoca si era adirato per la notizia – che a suo dire avrebbe addirittura accelerato la morte di Paolo Borsellino – e aveva chiesto a Mancino, fresco di ingresso al Viminale, di attivarsi per fermare il Ros. La fonte di Martelli, sempre a suo dire, sarebbe stata l’allora capo del dipartimento Affari penali, Liliana Ferraro, che aveva preso il posto di Giovanni Falcone e che aveva incontrato l’ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno. Ma al processo Mori a Palermo sia De Donno che Ferraro, oltre a molti altri testimoni, hanno smentito puntualmente Martelli, e il tribunale proprio su queste vicende nelle motivazioni conclude: «A commento delle dichiarazioni dell’ex ministro Martelli si deve osservare che il complesso esame delle sue varie deposizioni suggerisce che i ricordi del medesimo sui risalenti fatti in questione non siano sempre limpidi e frutto di pronta e personale memoria, apparendo largamente influenzati da quanto appreso a posteriori, nonché, probabilmente, da una sorta di inclinazione a rappresentarsi come un puro paladino della antimafia a petto di atteggiamenti opachi di altri». E poi aggiunge: «Men che meno il tribunale potrebbe, sulla scorta delle riportate, incerte indicazioni del Martelli, disporre la trasmissione degli atti processuali al pm per procedere per il delitto di falsa testimonianza a carico dell’ex ministro Mancino: in buona sostanza, una serena valutazione del quadro delineato suggerisce di nutrire qualche riserva sulla esattezza dei ricordi dell’on. Martelli piuttosto che sulla attendibilità del sen. Mancino».

MANCINO E SCOTTI. Martelli ha anche dichiarato ai pm di Palermo di aver trovato sospetto il fatto che il governo Amato, proprio dopo la strage di Capaci, avesse insediato Mancino al posto di Vincenzo Scotti. È stato proprio sulla scorta di questa dichiarazione che poi altri testi d’accusa, principalmente Massimo Ciancimino e Giovanni Brusca, hanno adombrato la possibilità che il referente dello Stato nella trattativa con la mafia fosse Mancino, il quale avrebbe dovuto difendere il collega democristiano Calogero Mannino. Per i pm tanto è bastato per ritenere che fosse stato lo stesso Mannino a dare impulso alla trattativa. In aula a Palermo sono sfilati (in prima persona o citati nei verbali di interrogatorio dei pm) tanti big della prima Repubblica, da Ciriaco De Mita ad Amintore Fanfani, allo stesso Vincenzo Scotti. Tutti hanno però ricostruito il quadro in modo radicalmente diverso da Martelli. Tutti i testi hanno infatti ricordato il contesto di quel rimpasto di governo, segnato non solo dalle stragi mafiose, ma anche dagli arresti di Tangentopoli che decimavano la Dc. Mancino, che era fino al giugno 1992 capogruppo del partito in Senato, avrebbe lasciato il posto, passando nella compagine governativa, ad Andrea Gava. Dunque, sulla scorta di varie dichiarazioni convergenti, conclude il tribunale di Palermo, «non vi è sufficiente prova che la sostituzione dell’on. Scotti con il sen. Mancino sia stata il frutto di un disegno deliberato della dirigenza della Democrazia Cristiana, funzionale ad inconfessabili scopi ed, in particolare, a quello di mitigare l’azione di contrasto alla mafia e di venire a patti con Cosa Nostra. Occorre rilevare che la veste di terminale della “trattativa” attribuita al sen. Mancino da Massimo Ciancimino e quindi dal collaboratore di giustizia Giovanni Brusca non sembra essere accreditata neppure dal pm, che nel promuovere il processo “trattativa” hanno contestato allo stesso Mancino semplicemente il delitto di falsa testimonianza aggravata».

LE INVENZIONI DI CIANCIMINO. Quanto a Ciancimino, il tribunale non ha dubbi: al processo il teste ha dimostrato «una comprovata, notevole capacità di mentire ed anche di costruire, per quanto grossolanamente, documenti che supportassero il suo racconto, nonché una generica furbizia, che, tuttavia, non poteva essere sufficiente a preservarne l’attendibilità. Va da sé che non può certo escludersi che Massimo Ciancimino abbia letteralmente inventato alcuni passaggi del suo racconto, magari traendo spunto da qualche notazione che aveva rinvenuto negli scritti del padre».