Sperma show

La tv che s’impossessa delle storie dei donatori, i “viaggi” delle aspiranti madri e la cruda realtà senza aggettivi consolatori.

Il reality e la cruda realtà. Dopo aver mandato in onda 4 Men 175 Babies: The UK’s Super Sperm Donors (documentario sulle storie di quattro uomini che hanno contribuito a concepire più di 175 bambini donando il loro sperma gratuitamente alle donne che li hanno contattati online) secondo i giornali inglesi Channel 4 starebbe lavorando a un nuovo show, protagoniste donne single e donatori di sperma da scegliere in base alle loro qualità. L’idea è documentare il “viaggio” di aspiranti madri che «desiderano avere il controllo totale della propria fertilità e del tipo di famiglia che vogliono creare» per capire se e come potrebbero prendere decisioni migliori disponendo di maggiori informazioni sui potenziali padri biologici dei loro figli. Un format inquietante, di cui si sa poco (è bastato che una fonte ne parlasse confusamente al non sempre affidabile Sun affrettandosi a precisare «non è uno show per persone in cerca dell’amore» per scatenare i social) e quel poco che si sa è sufficientemente realistico: la caccia al migliore «pool genetico» e la rottamazione di quell’accidente culturale chiamato senso della filiazione e della maternità e paternità sono sufficientemente documentati dalla cronaca.

Figli di chi, figli di cosa

Di chi siamo figli? Ci hanno provato le cliniche per la fertilità ad annegare nelle provette la domanda che ogni uomo e ogni donna porta incisa in ogni sua cellula. Ma nemmeno le leggi del mercato fondato sull’anonimato del donatore sono riuscite a sottrarla ai loro legittimi proprietari: un’enorme schiera di americani, nati o ricorsi a fecondazione assistita, con l’avvento dei test dei dna fai-da-te oggi stanno provando a dare un’identità al proprio padre biologico. Con conseguenze devastanti: ragazzi che si scoprono figli del medico che aveva eseguito la procedura, ragazzi che scoprono di essere figli di tradimenti o di uno scambio di gameti. L’ultima storia arriva dal New Jersey, dove la nascita tanto desiderata di una bambina ha distrutto il matrimonio di Kristina Koedderich e Drew Wasilewski.

Cosa diavolo sta succedendo qui?

I due si erano rivolti nel 2012 all’Institute for Reproductive Medicine and Science di Saint Barnabas e finalmente l’anno successivo, dopo aver sborsato in trattamenti e procedure per la fecondazione in vitro con i propri gameti una cifra pari a 500 mila dollari, il loro desiderio si era realizzato. La piccola era nata prematura di sei settimane e durante il ricovero in terapia intensiva i genitori non si erano fatti troppe domande sui suoi tratti somatici, «era in buona salute – ha raccontato Drew al New York Post – non abbiamo pensato ad altro se non a quanto fosse bella». Ma col passare del tempo è risultato chiaro che la bambina avesse origini asiatiche. «L’ospedale sosteneva che fosse impossibile, che non c’era stato alcun errore da parte loro. Ho iniziato a chiedermi: “Mia moglie mi ha tradito? Cosa diavolo sta succedendo qui?”». La coppia era ricorsa ai trattamenti per la fertilità anche con il primo figlio, ma non era certo pronta a spiegare a lui o a chi chiedeva se la bambina fosse stata adottata cosa fosse successo. Nel 2015 un test del dna conferma che Drew ha «lo 0 per cento di possibilità» di essere il padre biologico della bambina. «Ho iniziato a mettere in discussione tutto, è stata colpa di mia moglie o dell’ospedale? Non sapevo come affrontare tutto questo». I due si separano ma non rinunciano a voler scoprire la verità. Il mese scorso i giudici della Corte superiore dell’Essex hanno ordinato alla clinica di consegnare al tribunale l’elenco di tutti i donatori di sperma dell’epoca in cui è stata concepita la bambina per scoprire se c’è stato uno scambio di gameti e se il seme di Drew sia stato usato per concepire un figlio per un’altra coppia.

Prodotti senza etichetta

Al netto del “responsabile” oggi una bambina non sa chi è suo padre e un uomo non sa se è padre di qualcuno. Ci hanno provato a convincerci che la domanda sulla propria origine non sia altro che un pezzo del puzzle di cui si può fare a meno. Risultato? «Chi sono io? Un prodotto comprato al supermercato dal quale è stata tagliata via l’etichetta», ha spiegato a Tempi Stephanie Raeymaekers, fondatrice di “Donorkinderen” (figli di donatori), che con la sua associazione ha già incontrato 400 persone – nate come lei in provetta con lo sperma di un donatore anonimo – e che insieme a loro si batte per cambiare quelle «leggi ingiuste che non considerano i diritti dei bambini, ma vedono i bambini come un diritto»: «Per me, che già mi sento un prodotto, questa cosa è ancora più folle. Prima o poi si potranno comprare i bambini su internet».

Capelli biondi, occhi azzurri

Si può già fare, comprare l’origine. Ann Barter non ha dovuto fare altro che entrare in un gruppo Facebook, incontrare un donatore per farsi consegnate un campione di sperma, usare un kit di inserimento fai-da-te e diventare a soli 19 anni «la donna più giovane che abbia mai ricevuto una donazione di sperma». Sua figlia Anela oggi ha un anno e suo padre, tale Tom laureato a Londra con «capelli biondi, occhi azzurri e un fisico eccezionale» si è congratulato ma ha rinunciato ai suoi diritti legali sulla bambina. Che il donatore resti anonimo, un codice o un semplice Tom biondo con gli occhi azzurri, è meglio per tutti: per lui e per le coppie, evita complicazioni affettive e legali. Si è costruita così l’industria dei bambini. Eppure da qualche anno i bambini in quel codice o in quel “Tom” cercano un legame perché «incontrarlo, forse, darebbe pace a tutte quelle domande che nemmeno io sono in grado di pensare»: sono parole di BreeAnna, protagonista del docu-reality Generation cryo mandato in onda su Mtv cinque anni fa.

Migliorare la filiera

E oggi? Oggi il mercato studiato a immagine e somiglianza dell’umanità che cerca figli e scambia embrioni sui social, vorrebbe farci credere che è tutta questione di informazioni, pool genetico, congrue retribuzioni o donazioni altruistiche. Vorrebbe farci credere che alla domanda “di chi sono figlio?” è possibile rispondere “di una scelta consapevole”, quella di genitori adulti e responsabili che hanno passato in rassegna qualità e pool genetico di un donatore di gameti o di una surrogata. In fondo si tratta sempre di «migliorare» la filiera: a tanto è stato ridotto l’avvenimento di un altro, che prende forma dalla materia prima di un uomo e una donna ed è destinato a somigliarle in ogni sua cellula, fin nei tratti somatici. Fecondità senza responsabilità insomma. Solo che l’avvenimento non è un reality e chi cerca di alterarne la natura finisce a fare i conti con la cruda realtà.