Simoncelli e quel popolo di voyeur un po’ sadici smarrito davanti alla tragedia

In questi momenti, anche avvinti da un dolore sincero, ci dimentichiamo che la nostra vita è dettata dal voyeurismo, dall’inconfessato desiderio di assistere all’altrui caduta. Basta pensare al successo di certe trasmissioni che si basano proprio sull’esibizione del dolore.

Pubblichiamo la rubrica “Sport uber alles”, tratta dal numero di Tempi 43/2011, da oggi in edicola

Uno dei decani del giornalismo sportivo italiano, Gianpaolo Ormezzano, sosteneva che «lo sport fa male». Forse vi ho già parlato del leggendario Silvio Smersy, attaccante negli anni Cinquanta e Sessanta, senza futuro perché non voleva usare la testa. Diceva: «I più scemi, tra i calciatori, sono gli attaccanti: colpire un pallone di cuoio, come può far bene?». Non aveva tutti i torti poi, ai suoi tempi, i palloni, già pesanti di loro, quando pioveva si zavorravano di fango. Diventavano bombe.

Silvio, di cui rimpiango le chiacchierate e gli aneddoti, mi viene sempre in mente quando lo sport uccide qualcuno e attorno a una morte assurda (pensateci: come può lo sport uccidere?) si sprecano parole, applausi (come si fa ad applaudire la morte?) e banalità. In questi momenti, anche avvinti da un dolore sincero, ci dimentichiamo che la nostra vita è dettata dal voyeurismo, dall’inconfessato desiderio di assistere all’altrui caduta. Basta pensare al successo di certe trasmissioni che si basano proprio sull’esibizione del dolore. Tutto questo, di fronte alla morte ce lo dimentichiamo, giustamente, perché non vorremmo che si arrivasse a tanto. Siamo come smarriti ed è un sentimento sincero. Però, fino a un attimo fa, eravamo a guardare incidenti, scivolate, umiliazioni e magari a riderne. È a questo punto, prima che arrivi la tragedia, che dobbiamo riflettere su noi stessi. Per Marco Simoncelli.