Sarebbe ora di riprendere Saigon (cioè Roma)

Tirannia, ruberie, Italia buttata giù dalla notte demografica e dal sistema statale. Tutto coperto dall’emergenza Covid. Ma adesso basta farci prendere per i fondelli

Esterno di Palazzo Chigi illuminato con tricolore durante incontro tra Giuseppe Conte e Domenico Arcuri

Cronache di mezzo lockdown / 22

«Roma sarà la loro Saigon». Alludevano a Umberto Bossi e alla prima ondata di parlamentari della Lega Nord. Era la fine degli anni Ottanta. Il giustizialismo leghista (così come quello postfascista), che in seguito funzionerà benissimo come anestetico e puntello dello status quo di uno statalismo irriformabile, non aveva ancora preso l’aura cupa del cappio sventolato in Parlamento nel corso della persecuzione giudiziaria dei politici non comunisti di Prima Repubblica. Fanatismo manettaro che persisterà nelle file leghiste almeno fino alla paradossale alleanza con i “romani” per eccellenza (Fini e Casini) che impedirono la riforma della giustizia nel secondo governo Berlusconi (2001-2006).

Ecco cosa fu la Roma-Saigon per i figli del “vento del Nord”: il decadere di un movimento federalista e l’avviarsi di una novità politica sul binario morto del moralismo che sarebbe infine sbiadito nel nazional-qualunquismo grillino. Finché la campana della giustizia politicizzata non ha suonato anche per la Lega. Da questo punto di vista, precedente all’assalto giudiziario anche ai “lumbard”, almeno fino all’arrivo di Bobo Maroni e poi Matteo Salvini, ci avevano azzeccato i mandarini dello Stato profondo, popoli dei fax e girotondini bianchi e viola sostenitori dei terminali milanesi (Magistratura democratica) che fecero piazza pulita degli avversari della sinistra.

Non solo vizi stravizi e omologazione manettara avrebbero neutralizzato la portata riformista della Lega. Ma già dal primo governo Berlusconi (1994, ribaltato al primo assalto giudiziario proprio da Bossi), fu evidente che i poteri dello Stato (a cominciare da Oscar Luigi Scalfaro, il peggior capo dello Stato di sempre) avevano iniziato il lavorio di assorbimento nel grande nirvana della Capitale la novità politica che minacciava il flaccido e corrotto centralismo romano. Entrambi i leader venuti dal Nord dovevano arrendersi all’immobilismo della “Costituzione eterna” (Dossetti) e, definitivamente, sottomettersi all’assolutismo statalista venato di antifascismo rococò.

Berlusconi imprenditore senza passaporto di massone dei salotti buoni; Bossi canottiera della libertà di un Nord vessato da lacci e lacciuoli e saccheggiato fiscalmente (cfr Il sacco del Nord, Luca Ricolfi). Siamo al giro di boa 2020. L’arretratezza italiana che con la crisi Covid minaccia di sfociare in una tragica crisi sistemica e default in stile argentino, resta saldamente ancorata all’impossibilità – almeno fino ad oggi – di riformare l’assetto politico istituzionale che concentra a Roma tutto il potere gestionale e decisionale delle risorse nazionali, in primis le tasse degli italiani.

Adesso il governo Conte è tutto concentrato a mantenere a Roma ogni spicciolo di Recovery Fund. Sono (sarebbero) 209 miliardi di euro. Tutta la lotta partitica (vedi la Italia viva di Renzi a cui tiene botta il Pd di Zingaretti) oggi si esaurisce lì. In una corsa e in una contesa, all’interno dello stesso governo giallo-rosso, per accaparrarsi le leve del quattrino europeo allo scopo di guadagnare a sé consenso e clientes. Zero politica. Zero visione. Zero ideali.

Perciò i grillini non devono temere nulla. Sanno che da poveracci arricchiti quali sono diventati con la conquista nel 2018 della maggioranza degli scranni parlamentari, anche se oggi quei consensi non ci sono più e loro contano un fico seco nella coalizione che pure li vede primeggiare con un ministro degli Esteri alla Roger Rabbit, nessuno toccherà i cinquestelle e le loro poltrone fino al termine della legislatura, anno 2023. Ovviamente nessuno li toccherà – vedi il lieto fine delle vicende giudiziarie per la prima cittadina di Roma – se i grillini non avranno l’imprudenza (ed è sicuro che non l’avranno) di intromettersi nel giro dei poterazzi sotto il Quirinale.

Roma è il grande casello del dazio: tiene alla catena assistenziale il Sud e al guinzaglio fiscale il Nord. Ma non c’è gloria per nessuno. Se non per la cerchia degli oligarchi e per i clienti dell’oligarchia. Dopo tutto, anche i romani che non vivono di Alitalia, Rai e ministeri capiscono che sono in mano a una sindaco Virginia Raggi solo perché ai protagonisti di cotanto sfascio – civile, sociale, urbanistico – sta bene così. Sta bene che Roma resti una sgarruppata capitale dove gli autobus vanno a fuoco, gli ospedali falliscono, il governo deve buttarci dentro periodiche palate di miliardi a perdere. E non concludere niente. Se non tre milioni di abitanti abbandonati in una città con servizi da Terzo mondo, strade gruviera e pagliacciate di travestiti da centurioni davanti al Colosseo, per i sorrisi, lo scherno e la compassione dei turisti stranieri.

Chi sta sul cocuzzolo dei sette colli non è neanche sfiorato dal problema di una capitale subsahariana e dei suoi rassegnati cittadini (che nelle pieghe dello sfascio magari gli capita a migliaia di non pagare le contravvenzioni o le tasse comunali). Uomini delle istituzioni, burocrati, lobbisti piccoli e grandi, sindacalisti, giornalisti, politici, bottegai… A tutti costoro Roma sta bene così. La parola per dire Roma che più sta sulla bocca di costoro è: “divertente”. Il modo che hanno costoro di viverci è: viverci da turisti.

Infatti costoro dicono e vivono in contesti privilegiati, in case museali e circuiti di servizi (tipo cliniche e club privati) aristocratici. Un po’ come la nomenklatura del Pcus viveva Mosca ai tempi dell’Urss. I capataz frequentando negozi e servizi colmi di ogni bene occidentale. Il popolo che si arrangiava con le tessere annonarie stando in fila davanti a servizi statali  inesistenti e a negozi vuoti anche dei beni di prima necessità.

Roma: cosa c’entrano le sue periferie da campi rom e discariche a cielo aperto con il centro storico delle nomenklature burocratiche, grand commis, sindacalisti, giornalisti, politici, maschere e mascherine della “Mangiatoia Capitale”?

A proposito di maschere e mascherine. Ultimo ma non ultimo esempio di “romanitas” è l’enormità del cosiddetto “caso Benotti” che grandi giornali e grande Rai si son ben guardati anche solo di segnalare. Caso fatto oggetto di inchiesta dalla Verità di Maurizio Belpietro e dalla tv berluscona di Mario Giordano e Nicola Porro. Insomma un affare che avrebbe fruttato 72 milioni di provvigioni a uno sconosciuto giornalista Rai (maschera di chi?) su una partita di 1,2 miliardi di mascherine acquistate in Cina da una società romana inventata lì per lì (sapete, il governo italiano non aveva entrature a Pechino e doveva affidarsi al giornalista Rai dei 72 milioni, che infatti dixit: «Il Commissario del governo Arcuri mi chiese di dargli una mano»).

Dopo di che, tutto è ormai oscurato dall’emergenza Covid. E purtroppo anche ogni infamia corre il rischio di venir contrabbandata come indispensabile in virtù dell’emergenza. Tirannia, ruberie, Italia buttata giù dalla rupe tarpea dalla notte demografica e dalla resistenza del sistema Roma a mollare la presa. Tutto coperto dal Covid e dai V-Day. Foglia nascosta in uno bosco, come insegnava Chesterton. Un omicidio (in questo caso della nostra nazione) coperto dalla montagna di cadaveri di una guerra.

Allora ok. Rilanciamo pure noi il mito di “Roma come Saigon”. Ma prendiamola dalla parte storicamente giusta. Saigon era la capitale coloniale di un paese ridotto a Terzo mondo. Prima dai francesi e poi dagli americani. A Saigon, sotto la protezione dell’America di Kennedy (altro mito da buttare se il criterio è quello della pace e dell’emancipazione femminile: l’amministrazione democratica di Jf Kennedy e poi di Lyndon Johnson fecero la guerra in Vietnam e fecero sterilizzare a forza le donne di Portorico), potevi fare di tutto: acquistare treni di oppio, pullman di prostitute, carovane di dollari al mercato nero. E poi la legalità sorrideva sulla punta dei fucili e istituzioni fantoccio yankee.

Per carità. Non è che a Saigon si stesse peggio che sotto il regime comunista sanguinario di Hanoi, autoproclamata capitale del Nord in marcia verso la liberazione del Vietnam. Comunque sia stato, alla fine il geniale Ho Chi Minh sconfisse la superpotenza numero uno al mondo perché sapeva cos’era il popolo e sapeva cosa volevano anche gli abitanti di Saigon. Ora, in Italia Roma è sempre stata capitale un po’ Saigon, corrotta e infetta dagli influssi stranieri. E in particolare nel Dopoguerra, capitale di un sistema partitico clientelare che rubava per finanziare i partiti, ma che distribuiva anche soldi e posti pubblici per garantirsi i consensi. Un sistema responsabile della ricostruzione postbellica e della creazione di lavoro dal Nord a Sud Italia. Dai dorotei veneti agli andreottiani siciliani. Dai comunisti torinesi che tenevano sotto la Fiat a quelli palermitani che, come i democristiani, dovendo convivere nello stesso acquario isolano, negoziavano con la mafia.

Adesso si sono portati in parlamento lo scudo grillino. Ma il sistema è peggiorato – è di molto – rispetto alla Prima Repubblica. Oggi la ruberia si accompagna alla incompetenza e alla creazione di nulla che non sia moltiplicazione di assistenzialismo, attesa di beneficenza europea e miseria di politica che distribuisce beneficenza. Perciò, Covid o non Covid, sarebbe ora di smetterla di farci prendere per i fondelli da questi che ci regalano i diritti della mutanda e il parco giochi sui social concepiti apposta (i clic non esplodono se non da reazioni dalla cintola in giù) per hater, guardoni e narcisi a gogò. Tanto il potere neanche è sfiorato da tutti i contenuti con i quali facciamo ricchi gli Zuckerberg.

Insomma, sarebbe ora di prendere Saigon. Come? Cominciando col mettere in marcia Milano. Coraggio. Facciamoci un bel regalo questo Natale. Forza Silvio. Giorgia. Matteo. Troviamo un Ho Chi Minh. E andiamo a prenderci Saigon.

Foto Ansa