Immaginate gli Stati Uniti d’Italia che nazione tosta sarebbero in Europa

L’emergenza coronavirus ha dimostrato che lo stesso sistema non può reggere per territori e realtà diverse. Abbiamo ispirato la Costituzione federalista americana: riprendiamoci l’ispirazione

Bandiere Usa e Italia in un borgo italiano

Cronache dalla quarantena / 48

Che geni questi italiani. Marzo, tutti virologi. Aprile, tutti economisti. Maggio, tutti congiunti. Battute a parte sembrerebbe uno scherzo, e invece pare sia vero che a decidere quando usciremo dalle nostre case in Italia è un tale che non si è mai mosso dalla sua casa a Londra. Sul serio l’Italia è il primo paese al mondo «guidato da remoto»? Eterodiretto dall’estero da Vittorio Colao, responsabile della task force adiuvante il governo Conte a rimetterci in moto?

Suggestione interessante. Ma se le cose stessero veramente così. Se davvero si potesse guidare un paese da uno studio di tecnici della City. Beh, sarebbe troppa grazia sant’Antonio. Che ci resterebbe da fare col Parlamento e col governo se non mandarli alla Baggina? No. Alla Baggina no, perché altrimenti irrompe l’artigliere Gad Lerner, fa uno scandalo e denunciano tutti.

Ma insomma, se proprio proprio bisogna pensionare la politica e la rappresentanza popolare, allora meglio sarebbe, come si dice dalle nostre parti, in partibus infedelium, dichiarare guerra alla Svizzera, alzare subito bandiera bianca e farsi annettere come 27esimo cantone alla Repubblica federale. In alternativa, rimanere indipendenti, ok, ma affidare alla confederazione elvetica tutti i nostri principali servizi (amministrativi, postali, sindacali, mutualistici eccetera). Talune Corti comprese.

Senza Tar e senza Corte costituzionale, ad esempio, sapete quanto tempo risparmierebbe l’amministrazione italiana della cosa pubblica, e come ne guadagnerebbe in efficienza? Come sarebbero rapide, depoliticizzate, sensate, le decisioni? Come non sarebbero filtrate da mediatori giuridici interessati, furbe avvocature, ideologizzate procurature, spagnoleschi azzeccagarbugli, immersi nell’ultrasecolare film gattopardesco di Roma-Lampedusa? Film dove sempre si annuncia di cambiare tutto. Per poi lasciare tutto come stava prima. O come da trent’anni sta l’Italia, in modo che i cambiamenti non arrivano mai dalle sedi democratiche deputate – Parlamento e governo – ma dalle sedi del funzionariato statale manomissibile, opaco, vischioso.

La nostra Costituzione? «Resistere, resistere, resistere». 1948: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro…». Pensate un po’, al confronto della Dichiarazione di indipendenza americana. «Libertà, libertà, libertà». 1776: «Tutti gli uomini sono stati creati uguali, dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità…».

E pensate che a ispirare la libera e indipendente America di Benjamin Franklin fu il genio napoletano, illuminista alla maniera dei milanesi Verri e Beccaria, Gaetano Filangieri. Ma non potevamo tenercela per noi? E non possiamo riprendercela, l’ispirazione dei nostri illuministi del Sud e del Nord? Lo spirito dei Filangieri, Pietro Verri, Cesare Beccaria e su su fino agli Stati Uniti di Franklin?

Immaginate gli Stati Uniti d’Italia in Europa. Immaginate le libertà e le risorse italiane senza un centro buco nero che inghiotte tutto. Immaginate un’Italia Repubblica federale, liberata dai lacci romani e dalle task force che ci governano da Londra, che tosto interlocutore industriale e istituzionale potrebbe diventare in Europa.

D’altronde cosa ha da perdere un’Italia che oggi viene guardata dall’estero con pietà e ilarità, perché contrassegnata da chiacchiere&distintivi, dai gap economici e culturali, dalle stupide rivalità, dalle doppie velocità, dagli assistenzialismi, i piagnistei, le cretinate razzistiche e barzellettiere? Il nostro è un paese fatto di gente che per identità e indole è libera, pluralista, federale. È un paese delle varietà e delle genialità, di tante patrie, opere e comunità, che un sistema fondamentalmente “comunista all’italiana”, e infine globalista alla cinese, come raccontavamo in una precedente cronaca, ha voluto culturalmente e politicamente assoggettare e costringere in una camicia di forza. Cristallizzando la Repubblica italiana in una teatralità retorica antifascista. E, nel contempo, in una realtà effettuale fascisticamente rigida e centralista.

Ciò ha determinato la nostra arretratezza è mancato riformismo. Ci ha impedito di essere una unità nazionale non provinciale; di essere una specie di mini Commonwealth di variegate identità. Imponendo al Sud e al Nord ciò che giustamente il calabrese Nicola Zitara ha definito un «modello colonialista di unità d’Italia». Altro che stereotipi reazionari.

Si capisce perché adesso vogliono fare litigare Nord e Sud. E perché qualche fesso di giornalista e di governatore cade nella trappola della contrapposizione Nord-Sud. Perché il Covid ha dimostrato che lo stesso sistema non può reggere per territori e realtà diverse. Perché dopo il trentennio di repubblica giudiziaria italiana non si sa più se il governo sta oggi a Roma, domani a Londra e dopodomani a Berlino. Dopo il Covid può e deve cambiare l’assetto del paese. Poiché il futuro dell’Italia sarà nella disarticolazione di uno Stato accentratore, illiberale e dissipatore del genio e delle risorse italiane.

Viene il momento di ritrovare l’unità in un rinnovato pluralismo culturale e istituzionale, organizzato politicamente in federalismo politico. La ripartenza dell’economia italiana sta qui. In un vero protagonismo degli italiani. Non di un paio di cazzabbubole spuntati dal nulla da uno studio di avvocati di Firenze o da un club di ricchi tecnocrati residenti a Londra. Sì certo, che poi comandano l’Italia scortati da un cordone sanitario di funzionari di Sua altezza opacità “Deep State”. Lo Stato Profondo Quatto (Quatto) Romano.

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