Beppe Sala e l’operazione verità di Manfredi Catella
“Re del mattone”, “padrone della città”, capo della “cupola” della speculazione edilizia, “corruttore”. I media lo hanno infamato in tutti i modi, Manfredi Catella, fondatore e Ceo di Coima, l’imprenditore immobiliare al centro dell’ultimo filone di indagini sull’urbanistica a Milano che stanno paralizzando l’interno settore. Ma più va avanti la royal rumble tra Comune, costruttori, toghe e nemici dei grattacieli, e più è difficile non provare almeno un po’ di simpatia per lui.
Proprio Catella, infatti, proprio uno dei bersagli grossi della procura di Milano e della gogna mediatica montata sulle accuse dei magistrati, con i pochi gesti e parole dispensati fin qui sul proprio conto sta aiutando l’opinione pubblica a comprendere quanto sia in realtà politico il problema della città. E il problema in questo momento non è tanto il grande affresco criminale-immobiliare disegnato nelle inchieste dei pm – che dovranno fare il loro corso anche per lo stesso Manfredi Catella, benché già indebolite dal tribunale del riesame che ha annullato praticamente tutte le misure cautelari imposte a lui e agli altri indagati coinvolti –, quanto quella che Lodovico Festa ha definito qui “la particolare incapacità di intervento di Beppe Sala”. Il sindaco di Milano si dimostra ogni giorno di più in balìa delle divergenze della maggioranza che lo sostiene, e dopo l’ultima uscita combattente di Catella è proprio impossibile non vederlo.
«Grande festa» contro Milano
Come noto, sabato scorso, tra uova scagliate contro la polizia e insulti al ministro dell’Interno, un pezzo della manifestazione convocata dal Leoncavallo in seguito allo sgombero di fine agosto – pardon: un pezzo della «grande festa per protestare contro “questo modello di città che non ci piace”», come ha preferito definirlo Repubblica – ha deviato all’altezza di via Melchiorre Gioia per esibirsi in una breve occupazione del Pirellino, l’edificio di Coima oggetto di una delle indagini mediaticamente più fortunate della serie: antagonisti sulle impalcature, lanci di vernice rosa, fumogeni, le immancabili bandiere della Palestina e lo striscione “Contro la città dei padroni”.
Notevole il fatto che in marcia, oltre al “Leonka” e ai centri sociali affini, non c’erano soltanto i soliti rifondaroli e comunisti rivoluzionari vari, Ilaria Salis di Avs, Nicola Fratoianni di Sinistra italiana, anarchici assortiti, Anpi e Cgil. C’era anche il Pd, «senza la bandiera» del partito ma con il segretario cittadino Francesco Capelli e la sua vice Giulia Pelucchi, il capogruppo in Consiglio regionale Pierfrancesco Majorino e – elenca Repubblica – «alcuni consiglieri di Palazzo Marino come Michele Albiani, Alessandro Giungi, Diana De Marchi, Simonetta D’Amico e Rosario Pantaleo. Tra i parlamentari la senatrice ed ex assessora Cristina Tajani», un ex capo di gabinetto di Beppe Sala, Mario Vanni.
Il “dottor Catella” non tace
Ed ecco che davanti allo spettacolino del Pirellino Manfredi Catella ha deciso di innescare un momento di verità che va ricordato. Vale la pena di riprendere integralmente la sua nota in proposito:
«Le manifestazioni violente con azioni illegali e le occupazioni abusive da parte dei cortei formati dai centri sociali, con la partecipazione di rappresentanti di espressioni politiche, rappresentano evidentemente la nuova proposta del cosiddetto modello Milano, che interpreta la democrazia urbanistica invocata da alcuni. L’opinione pubblica potrà scegliere se questa è la Milano che vogliamo».
Come ha sottolineerà poi La Verità, «il riferimento alla “democrazia urbanistica” rimanda a un concetto usato dai pubblici ministeri nelle carte dell’inchiesta milanese, e ripreso dall’ala Pd di Pierfrancesco Majorino». Majorino che in effetti è il primo a reagire bruscamente («Il dottor Catella farebbe meglio a non chiacchierare su e di Milano, farebbe una figura migliore»), seguito da Capelli: «Il dottor Catella oggi si sente influencer e punta il dito contro decine di migliaia di persone che chiedono cultura e spazi sociali dal basso. È bene ricordare che al futuro della città penserà la politica: partiti, associazioni e corpi sociali». Ma di grazia, signor segretario del Pd milanese, chi ci ha pensato, al futuro della città, in questi quindici anni di governo del Pd in cui i “dottor Catella” costruivano grattacieli sotto lo sguardo plaudente del sindaco sostenuto dal Pd?

La resa del sindaco «comandino» su San Siro
Superfluo a questo punto riepilogare le varie repliche degli altri consiglieri di maggioranza che si sono avventati su Catella rinfacciandogli con soddisfazione che «risulta ancora indagato» e seppellendo «la sua idea di città piegata agli interessi dei grandi immobiliaristi» e «ormai insostenibile» (capito Beppe Sala?). Puro colore ricordare che il verde Carlo Monguzzi – sempre maggioranza di Sala – «sfilava dietro a un cartello “Giù le mani da San Siro”», come ha raccontato il Corriere della Sera.
Già, San Siro. Adesso dovrebbe essere a tutti un po’ più chiaro perché il sindaco nel giro di poche settimane estive si è rimangiato pure l’ultimatum sul dossier stadio. A luglio, dopo le dimissioni dell’assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi a sua volta coinvolto nelle indagini, era ancora “o vendita o morte”, ricordate? Adesso all’improvviso siamo al «se la vendita non passa non mi dimetto, la scelta spetta al Consiglio». Addirittura con spargimento di cenere sul capo davanti alla base Pd: «Dovevo cercare il dialogo, sono troppo comandino», ha detto Sala alla Festa dell’Unità del Corvetto.
Dev’essere ben dura tenere una linea quando la propria maggioranza, a cominciare dal suo primo partito, è sconvolta da problemi che ha avuto sotto gli occhi per anni e non ha voluto guardare (dannata sia «la città solo per ricchi» e con lei chi l’ha costruita!), indecisa se stare con l’establishment, con gli squatter, con i magistrati o con i lavoratori?
L’operazione verità di Catella
Avevamo già apprezzato Catella spiegare ai magistrati che illegittime non erano le sue presunte pressioni indebite su politici e funzionari per sbloccare i progetti di interesse per Coima, bensì lo strapotere della famigerata commissione Paesaggio, organo in teoria solo consultivo, in pratica – questo lo aggiungiamo noi – investito da Sala di funzioni “politiche” che lui riteneva di non potere esercitare.
Ci era piaciuto anche il coraggio con cui l’immobiliarista, appena liberato dai domiciliari, ha pubblicamente espresso «stima per la deontologia professionale di Christian Malangone [direttore generale del Comune, anche lui tra gli indagati, ndr], di Giancarlo Tancredi e dei colleghi che hanno sempre operato nel rispetto della propria funzione pubblica».
A maggior ragione adesso, con tutte le cautele del caso, detto e ribadito che non siamo architetti né urbanisti né giuristi e non sappiamo come andranno a finire le cose in tribunale (se ci arriveranno), lasciateci godere da tempisti la grande operazione verità di Manfredi Catella. Poche righe per fare uscire allo scoperto i pensieri di molti cuori.
Quanto a quel povero brav’uomo di Sala, riuscirà mai, con la maggioranza che si ritrova, a farsi apprezzare anche come bravo sindaco davanti ai grandi problemi di Milano? Speriamo. Nel frattempo, ora che si è arreso pure nella partita per San Siro, dopo aver sacrificato un paio di assessori, dopo aver forse rinunciato a rimpiazzare Tancredi, dopo avere rinnegato un anno di battaglie per il Salva Milano, tanti auguri per lo sblocco dei cantieri.
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