Leoncavallo, mezzo secolo di illegalità protetta dalla sinistra

Di Matteo Forte
24 Agosto 2025
Tre sentenze, novanta sgomberi falliti, tre milioni a carico dei contribuenti. Dal fiasco di Pisapia fino al silenzio di Sala, in quindici anni di amministrazione progressista non è mai arrivata una soluzione politica
La polizia esegue, con l'ufficiale giudiziario, l'ordine di sfratto emesso nei confronti dello storico centro sociale Leoncavallo a Milano, 21 agosto 2025 (foto Ansa)
La polizia esegue, con l'ufficiale giudiziario, l'ordine di sfratto emesso nei confronti dello storico centro sociale Leoncavallo a Milano, 21 agosto 2025 (foto Ansa)

Ben 3 sentenze esecutive, 31 anni di occupazione dell’ex cartiera in zona Greco, una novantina di richieste di sgombero con tanto di ufficiale giudiziario davanti alla porta d’ingresso, 3 milioni di risarcimento (a carico di tutti i contribuenti) per i mancati sgomberi a cui il Viminale è stato condannato dalla Corte d’Appello civile nell’autunno del 2024. Questi sono alcuni dati sulla seconda parte della storia del Leoncavallo a Milano. E sì, perché parliamo di un centro sociale che il prossimo 18 ottobre compirà 50 anni.

Nato nel 1975 dentro ad un immobile dismesso di via Leoncavallo, trova in qualità di “occupante non titolare” (questa la dicitura giuridica che si legge nelle carte dei tribunali) la sua ultima sede in uno stabile in via Watteau di proprietà della famiglia Cabassi a metà degli anni Novanta, dopo il primo sgombero sollecitato dall’allora sindaco leghista Marco Formentini.

La “pacificazione” di Albertini, la protezione di Pisapia

In mezzo diversi tentativi di soluzione politica. Il primo, che destò non poche perplessità a destra, quando il vicesindaco di allora (Riccardo De Corato) mostrò al sindaco Albertini una cicatrice causata da una aggressione subita ai suoi danni dai leoncavallini, fu promosso proprio dal centrodestra sul finire del secolo scorso. Il secondo, che naufragò per le divisioni interne al centrosinistra, durante il mandato di Giuliano Pisapia, uomo vicinissimo agli ambienti del centro sociale. Due diversi approcci e due diverse soluzioni.

Quella di Albertini mirava anche ad una pacificazione storica, considerando che i due giovani assassinati nel 1978 (Fausto e Iaio) e ricordati anche da Ignazio La Russa nel suo discorso di insediamento alla presidenza del Senato, provenivano proprio dal Leonka. Quella di Pisapia ad un riconoscimento post-elettorale verso una realtà collaterale. Il centrodestra cercò privati per dare vita ad una fondazione che sanasse la situazione e in qualche modo rimborsasse i Cabassi. Ma non ne trovò.

La sinistra si divide, il Leonka resta

La sinistra arancione pensò di premiare gli occupanti non titolari dando loro uno spazio pubblico a seguito di una permuta di immobili degradati (via Zama 23 e via Trivulzio 18) a favore dei proprietari di via Watteau. Era la primavera del 2015, l’Expo alle porte, e la famiglia Cabassi era anche la proprietaria di un terzo di quei 100 ettari acquistati dalla società pubblica Arexpo per l’esposizione universale.

La sinistra radicale – ricompresa nella maggioranza di Pisapia – non voleva fare quello che considerava un ennesimo regalo ai titolari di Cascina Triulza e dell’ex cartiera occupata dal centro sociale. La sinistra più riformista di parte del Pd, invece, non vuole fare un regalo proprio al Leoncavallo, i cui consiglieri comunali di riferimento mal sopportava negli scranni accanto. Addirittura in aula si assistette ad uno scontro tutto interno alla maggioranza sulla vendita illegale di fumo all’interno dello spazio occupato. Scadono i termini dell’accordo con la società dei Cabassi. La permuta salta. Il Leoncavallo rimane lì.

La sinistra non è mai arrivata a una soluzione

Certo, il centro sociale non è più il protagonista delle violenze e delle aggressioni a sfondo politico come negli anni Settanta e Ottanta. Ma il lamento degli abitanti di Greco il 3 marzo 2015 è comunque giunto alle orecchie di Palazzo Marino. «Noi la polizia e i vigili urbani li abbiamo chiamati più volte, ma alla fine non è mai venuto nessuno a controllare…». I rappresentanti del comitato di quartiere hanno raccontato ai consiglieri comunali dell’epoca di concerti abusivi fino all’alba, con poi relativo degrado in tutta la zona circostante, di vendita di alcolici senza autorizzazioni e né uno straccio di scontrino, di feste della “semina” e del “raccolto” di cannabis (con relativo via vai).

Insomma, una regolarizzazione – specie nei termini di un intervento di valorizzazione da parte del Comune – risulta tutt’oggi un vero e proprio regalo a chi ha sempre agito nell’illegalità e uno schiaffo a quanti, tra mille ostacoli burocratici e fiscali, hanno provato ad avviare una qualsiasi attività. In quindici anni di amministrazioni di sinistra non è mai arrivata una soluzione politica.

Ora è intervenuto il ministero degli Interni, addirittura condannato per condotta omissiva tenuta fino ad oggi proprio nei confronti del Leoncavallo. Un esito ormai scontato e inevitabile. Con buona pace di Sala, sulla cui testa cade l’ennesima tegola di una stagione amministrativamente fallimentare.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.