Beppe Sala non si deve dimettere

Di Emanuele Boffi
18 Luglio 2025
A Milano è sempre Tangentopoli e tocca difendere il sindaco dal circo mediatico giudiziario. Va ribadito un concetto fondamentale: fare politica non è sinonimo di commettere reati. Sbaglia chi nel centrodestra chiede le dimissioni del primo cittadino
Il sindaco di Milano, Beppe Sala
Il sindaco di Milano, Beppe Sala (Ansa)

Ci tocca difendere Beppe Sala, il sindaco di Milano cui pure imputiamo una gestione politica pasticciata della città, che tante volte abbiamo attaccato per il suo ideologismo ambientalista e pro gender (i calzini arcobaleno, ricordate?) e, ultimamente, pure per la sua pavidità nel difendere il “Salva Milano”.

Eppure ci tocca difenderlo dopo l’indagine a suo carico per le note vicende urbanistiche e sperare – ma, chissà, abbiamo i nostri dubbi – che resista al suo posto, non si dimetta, combatta contro quel circo mediatico giudiziario che, da trent’anni, è la rovina del nostro paese. Bene hanno fatto la premier Meloni e il ministro Crosetto a ricordare che «un avviso di garanzia» non è automaticamente una condanna «alle dimissioni».

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I titoli dei giornali

Leggere i titoli di apertura dei quotidiani di ieri dava l’impressione del déjà vu: è sempre tangentopoli. “Urbanistica, inchiesta choc a Milano”, Corriere della Sera. “Inchiesta sul modello Milano”, Repubblica. “Piovono manette sul sistema Sala”, Fatto quotidiano. “Mattone-gate, Milano trema”, Stampa. “Modello Milano sotto inchiesta”, Manifesto. E pure i giornali di centrodestra, a ruota: “A Milano si bevono il Pd”, Libero. “Un mattone cade in testa a Sala”, Verità.

Intercettazioni ovunque, sospiri, la versione della procura come unica verità, la richiesta di dimissioni, i consueti retroscena sulla “rete occulta” e i “faccendieri”. Toccava leggere il Foglio, il Riformista e Alessandro Sallusti sul Giornale per trovare un po’ di cautela nei giudizi, un inquadramento più ampio della vicenda, qualche dubbio su un modus operandi (l’inchiesta anticipata ai giornali) che è sempre inquietante.

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La richiesta di dimissioni

È chiaro che se ci sono stati dei reati è giusto che, personalmente, chi li ha commessi, paghi. Ed è anche chiaro – come abbiamo scritto più volte, dedicando al tema un convegno, un numero di Tempi e una rubrica fissa sul mensile – che Milano è “da slegare” sotto tanti punti di vista.

Ma qui, a meno che qualcuno non abbia una benda sugli occhi, non sta succedendo solo questo e fa molta specie che, soprattutto dalle parti del centrodestra, dopo trent’anni di “persecuzione giudiziaria” a Berlusconi, non lo si capisca. Che quei giustizialisti dei cinquestelle chiedano le dimissioni di Sala è segno di cecità politica, ma non è sorprendente. Che il Fatto esulti, dice cosa sia la mentalità manettara, ma non è stupefacente. Che Corriere, Repubblica e Stampa mostrino plasticamente cosa sia il “giornalismo collettivo” è uno scandalo, ma è un’oscenità cui siamo abituati da trent’anni. Che esponenti di Fdi e Lega chiedano le dimissioni del sindaco, invece, questo sì, fa arrabbiare.

Cosa deve ancora accadere perché capiscano che se non è la politica a sedere a capotavola poi saranno altri a decidere? A dirci chi è “degno” di governare? A determinare quando qualcuno è “degno” di amministrare? Basterebbe un po’ di memoria storica, vedere che fine hanno fatto tanti processi a democristiani e socialisti travolti da Mani Pulite, rileggere senza acrimonia le vicende giudiziarie di Berlusconi e Formigoni. E per venire a casi più recenti: Tatarella e Altitonante, Mantovani e Fontana… tutti casi milanesi, tra l’altro. Non si accende loro in testa una lampadina? Certo che si accende, ma siccome adesso ad essere colpito è l’avversario politico, ne approfittano. Che schifo.

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