«Riunite Matthew agli altri 20 martiri uccisi dall’Isis a Sirte»

Nessuno ha mai reclamato il corpo dell’uomo di pelle scura sgozzato dall’Isis in Libia insieme ai compagni egiziani. Così i copti hanno chiesto che venga trasferito nella chiesa innalzata in onore della loro fede

Libia, 17 febbraio 2015. Di Matthew Ayariga si sapeva e si continua a sapere pochissimo. «Vuoi rigettare Cristo?», gli avevano chiesto i 21 boia dello Stato islamico brandendo i coltelli. E Matthew, pelle scura e testa alta, inginocchiato sulla riva della spiaggia di Sirte come gli altri venti compagni in casacca arancione, aveva risposto: «Il loro Dio è il mio Dio». Quel giorno anche il sangue di Matthew sgorgò dalla gola nel mare di Sirte, mischiandosi a quello degli altri prigionieri dei jihadisti. Quel giorno Matthew prese parte a quello che il vescovo copto-ortodosso di Minya, Anba Macarius, volle ricordare come «il più grande caso di martirio cristiano del nostro tempo», il suo nome inserito con quello degli altri nel Sinassario copto, canonizzato ufficialmente tra i martiri che da oltre quattro anni vengono ricordati il 15 febbraio.

UNA CHIESA PER I CORPI DEI MARTIRI

Dimenticare i 21 egiziani, dimenticare il filmato di propaganda diffuso dall’Isis che li ritrae, con le mani legate dietro la schiena, intenti a pronunciare il nome di Cristo pochi attimi prima dell’esecuzione, è impossibile. Un inno alla morte che si è in fretta tramutato in un cantico della fede in nome della quale i cristiani di Al Our, villaggio della provincia di Minya, da dove provenivano 13 dei 21 martiri, hanno innalzato una chiesa in cui ospitare e venerare come icone le loro spoglie, ritrovate il 6 ottobre 2017 in una fossa comune di Sirte. E così è stato. Oggi nella chiesa dei ventun “martiri della fede e della patria”, meta di pellegrinaggio, riposano i corpi dei venti copti restituiti all’Egitto nel maggio del 2018. Tutti i martiri meno uno: Matthew.

CHI ERA MATTHEW? «SONO UN CRISTIANO»

Nessuno infatti ha mai reclamato il corpo di quest’uomo dalla pelle scura. Lo scrittore Martin Mosebach, nel suo libro The 21: A Journey into the Land of Coptic Martyrs, ha provato a ricostruire la sua storia. Originario probabilmente del Ghana, o forse di un altro paese dell’Africa centro-occidentale (si parla anche di Ciad o Senegal), «aveva viaggiato fino in Libia alla ricerca di lavoro. È molto probabile che non conoscesse neanche l’esistenza della Chiesa copta, di cui ora è un martire e santo, e quando i terroristi islamici lo rapirono, pensarono subito che non fosse cristiano e così lo lasciarono andare. Lui però rifiutò di essere separato dagli altri prigionieri».

È qui, sulla spiaggia di Sirte, che secondo le ricostruzioni di Mosebach, che si è recato a Minya, Matthew avrebbe detto: «Io sono un cristiano». «Inginocchiato in modo così calmo aspettando la lama del coltello che sarebbe stata portata alla sua gola è non solo il figlio di un’altra terra e di un’altra civiltà, ma anche di un altro tempo da lungo scomparso nel buio della storia: un tempo in cui le persone sapevano esattamente chi erano». Matthew sapeva che quelle parole avrebbero portato alla sua morte, ma le ha pronunciate ugualmente: non un santo “per caso”, ma un novello “Adautto” (da adauctus, cioè “aggiunto”) ha spiegato Mosebach ricordando il santo senza nome venerato dalla Chiesa romana che volle condividere il martirio con san Felice nel IV secolo.

IL VIAGGIO IN LIBIA PER «MATTHEW»

Un Adautto che nessun paese è venuto a reclamare. Per mesi la Chiesa copto-ortodossa ha aspettato che il Ghana si facesse avanti, ma nessuno, non un esponente del governo, né della società civile, né un familiare ha chiesto la restituzione del corpo di Matthew. Finché, il 25 luglio, Anba Pavnotios, metropolita di Samalout, ha inviato una delegazione ufficiale per incontrare l’incaricato dell’ambasciata libica al Cairo, Fawzy al-Mabrouk Tantoush. Dove gli egiziani hanno presentato alle autorità libiche la richiesta di autorizzare il trasporto del suo corpo fino ad Al Our, «per unirlo a quello dei suoi fratelli copti nel loro ultimo luogo di riposo».

Il metropolita ha affermato che la Chiesa è pronta a fornire tutte le garanzie legali necessarie a onorare i diritti di tutte le parti qualora il suo paese chiedesse di riaverlo. Nel lungo incontro, di cui sapremo presto gli esiti, i sacerdoti della chiesa dei martiri lo hanno sempre chiamato affettuosamente «Matthew»: tutto quello che sapevano di un uomo che con la sua volontà di morire insieme ai suoi compagni copti, ha ricevuto il battesimo del sangue sulla riva libica. Come ha scritto Mosebach, «il suo stesso sangue ha preso il posto sia dell’acqua santa che del battesimo del sacerdote».