Riaprire sì, ma come? E se convenisse rimanere chiusi?

Situazione paradossale. Molte Pmi fanno due conti e scoprono che rispettare tutte le norme è un salasso. E i “mini prestiti” sono un flop

Riaprire sì, ma come? Il paradosso è che a molte piccole e medie imprese la “riapertura” non conviene. Uno studio della Cgia di Mestre ha messo in rilievo che «i mini prestiti fino a 25 mila euro introdotti dal “decreto liquidità” a sostegno dei liberi professionisti, dei lavoratori autonomi e delle Pmi non hanno riscosso l’interesse sperato». Il centro studi ha riscontrato che «fino allo scorso 30 aprile le banche hanno fatto pervenire al Fondo di garanzia del Mediocredito Centrale 45.703 domande. Ebbene, se teniamo conto che la platea delle imprese e dei liberi professionisti interessati per legge da questa misura è costituita da oltre 5.250.000 attività, vuol dire che solo lo 0,9 per cento di queste ultime ha fatto ricorso a questa misura».

Una misera percentuale

Un flop che, avverte sempre la Cgia di Mestre, potrebbe assumere altre dimensioni in questi giorni essendo molte delle domande ancora in fase di elaborazione, ma che, in ogni caso, «se conteggiassimo anche le richieste che sono “bloccate” presso gli sportelli bancari che, secondo indiscrezioni giornalistiche, ammonterebbero a circa 250 mila, l’incidenza percentuale delle aziende interessate dal micro prestito fino a 25 mila euro rimarrebbe comunque bassissima. Una misera percentuale del 5,6 per cento».

Chiudere piuttosto che fare debiti

Ieri Libero, riprendendo lo studio, faceva notare che «la stragrande maggioranza di partite Iva e piccole attività sono già fortemente indebitate. Molti imprenditori preferiscono chiudere piuttosto che fare nuovi debiti. Già alla fine del 2019 le imprese con meno di 5 addetti, oltre un milione e 100mila nel nostro Paese, spiega l’ufficio studi della Cgia mestrina, «presentavano una esposizione bancaria media, in bonis, di 115mila euro per affidato. Un importo che se aumentato rischia di rendere insolventi moltissime attività».

60 mila euro

Passando dai numeri generali alle situazioni particolari, sul Sole 24 Ore del 29 aprile era raccontata l’esperienza di Giovanni Natalia, imprenditore abruzzese a capo della Lte, impresa di impiantistica di Avezzano. Un’azienda piccola ma solida con un fatturato di 3,2 milioni di euro. Ha raccontato Natalia al Sole:

«Solo di spese di distanziamento saranno mille euro a dipendente al mese. Mascherine, guanti, tute, occhiali, disinfettanti, sono ancora a prezzi esorbitanti. Le mascherine Ffp2, quelle che servono per il nostro lavoro, ho iniziato a comprarle il 9 marzo a nove euro ciascuna. Ora sono a cinque euro, ma bisogna pagare tutto in anticipo. I fornitori non sentono ragioni: il bonifico deve arrivare quando la merce è ancora in container…».

Natalia ha fatto due conti e ha mandato tutto al giornale, spiegando, voce per voce, le sue spese per i prossimi tre mesi. Tra mascherine, detergenti, sanificazione dei cantieri, smaltimento rifiuti il conto è questo: maggio 31.409 euro, giugno 16.309, luglio 16.309. Spicciolo più, spicciolo meno, si tratta di oltre 60 mila euro solo per mettersi nelle condizioni di poter riavviare l’azienda.

Foto Ansa