Renzi e la tecnica del tergicristallo tra garantismo e giustizialismo

Dice di credere «nelle sentenze, non nelle veline che violano il segreto istruttorio». Ma mica sempre, dipende. Dipende da cosa gli conviene in quel momento

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«Questo paese ha conosciuto anche negli ultimi venti, venticinque anni, pagine di autentica barbarie legate al giustizialismo». Come non essere d’accordo con le parole pronunciate martedì 19 aprile da Matteo Renzi? Respingendo la mozione di sfiducia in Senato, il presidente del Consiglio ha dato prova di autentico garantismo: «Un avviso di garanzia è stato per oltre vent’anni una sentenza mediatica definitiva (…). Io sono per la giustizia sempre, non per i giustizialisti. Credo nei tribunali, non nei tribuni. Credo nelle sentenze, non nelle veline che violano il segreto istruttorio».

RENZI COME B. Come non essere d’accordo? D’altronde Renzi si è sempre proclamato un garantista ed è questo uno degli aspetti che meno piace ai suoi avversari, come si poteva facilmente constatare ieri dando uno sguardo alla prima pagina del Fatto quotidiano: “Renzi come B.”, dove B. da quelle parti sta per Berlusconi, l’apogeo dell’insulto. E, giusto per ribadire la linea, sempre in prima pagina compariva una lunga e dura intervista del direttore Marco Travaglio a Piercamillo Davigo, uno degli eroi di Mani Pulite, fresco presidente dell’Anm, a certificare la continuità tra i governi precedenti e l’attuale: «Qualche differenza di linguaggio, ma niente più: nella sostanza, una certa allergia al controllo di legalità accomuna un po’ tutti».
Ma la verità è che Renzi è un garantista a targhe alterne. Ha sempre ondeggiato tra gli opposti come un tergicristallo: giustizialista quando gli faceva comodo, innocentista quando desiderava tirare l’applauso senza pagarne il fio. Non che sia l’unico, per carità. A parte qualche raro caso, è un doppiopesismo che caratterizza l’intera classe politica italiana.

«I-NE-LU-DI-BI-LE». Il lettore ricorderà facilmente gli ultimi casi. Col ministro Federica Guidi, Renzi ha adottato una tattica simile a quella usata con Maurizio Lupi. Nessuna pressione ufficiale per le dimissioni, ma nemmeno una pubblica parola in loro difesa. Gli è stato sufficiente “non dire” per ottenere, pilatescamente, il doppio risultato di non contrariare la piazza né apparire un despota giacobino. Diverso è il caso se si tratta del ministro Maria Elena Boschi, e non occorre aggiungere altro.
Quando non gli costa nulla, al garantista Renzi piace fare la ruota come un pavone. Alla Leopolda del 2013 disse che «la storia di Silvio ci dimostra in modo chiaro che dobbiamo fare la riforma della giustizia». Si riferiva a Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb, ingiustamente accusato e finito in carcere; certamente, come scandì Renzi, un caso che dimostrava che «la riforma della giustizia è i-ne-lu-di-bi-le». Non che prima di Scaglia non ci fossero stati episodi che dimostrassero la medesima urgenza, il problema è che riguardavano “l’altro Silvio”. E, soprattutto, non è che quando Scaglia era nel mezzo della bufera mediatica e giudiziaria, Renzi si fosse speso in un’eroica battaglia a difesa delle garanzie a tutela dell’indagato.

IL CASO DOMENICI. Facile essere garantisti dopo la sentenza d’assoluzione, il problema è esserlo prima. E su questo Renzi traccheggia a seconda della convenienze. In modo clamoroso lo si notò sul caso del ministro degli Interni del governo Letta, Annamaria Cancellieri, sbrigativamente invitata da Renzi a togliere il disturbo in base a un’intercettazione.
E, caso forse di cui si è persa memoria, accade anche col suo predecessore a Palazzo Vecchio a Firenze, Leonardo Domenici. Vittima di un uso “disinvolto” (eufemismo) del materiale d’inchiesta da parte di magistrati e giornalisti, fu additato dall’Espresso come esempio di connubio (a sinistra) tra affari e politica. Domenici arrivò a incatenarsi davanti alla sede del giornale per denunciare il trattamento riservatogli. Era il 2008, il primo cittadino era a fine mandato e un certo Matteo Renzi sedeva sulla poltrona di presidente della Provincia. Non si ricordano sue battaglie garantiste in favore del compagno di partito, anzi. Quel che sappiamo è che Renzi diventò sindaco della città nel 2009 e segretario del Pd nel dicembre 2013, giusto un mese dopo che erano state rese note le motivazioni della sentenza d’assoluzione di Domenici.

Foto Ansa


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