Ravetto (Pdl): «Sulla sanità non dobbiamo solo tagliare, ma sviluppare»

Per un suo emendamento al dl sanità è stata accusata di fare gli interessi delle lobbies farmaceutiche. Parla la deputata pidiellina: «Si tagli dove c’è da tagliare»

Un emendamento a firma della deputata del Pdl Laura Ravetto ha inciso sensibilmente su parte del dl Sanità presentato in Commissione Affari sociali dal ministro della Sanità Renato Balduzzi. È stato infatti cancellato il comma 3, che prevedeva la rimborsabilità di farmaci utilizzati fuori indicazione purché non ritenuti inferiori alle alternative terapeutiche registrate da parte dell’Aifa. «Il provvedimento del ministro fa riferimento al più alto livello di tutela nella cura del paziente, e l’utilizzo dei farmaci fuori indicazione non può essere preso alla leggera», spiega l’onorevole.

L’hanno accusata di difendere le lobbies farmaceutiche.
Ma quali lobbies. I farmaci utilizzati fuori indicazione devono e possono essere utilizzati nei limiti delle disposizioni vigenti in tutta Europa. Prevederne la rimborsabilità in casi diversi potrebbe determinare l’induzione ad un uso improprio. Il risparmio di spesa non può certo giustificare un’attenuazione della tutela della salute del paziente. I farmaci utilizzati fuori indicazione non sono supportati da studi registrativi e non entrano nei percorsi di farmacovigilanza per quella indicazione.

La normativa comunitaria va in questo senso.
Certamente. La Corte di giustizia europea, in merito ad un provvedimento del governo polacco, ha espressamente stabilito che la rimborsabilità non può essere correlata a percorsi registrativi.

Il miliardo e mezzo di tagli alla sanità tuttavia rimane.
Il problema è che non dobbiamo limitarci solamente a tagliare, ma anche a sviluppare. E se è vero che le industrie farmaceutiche finanziano in proprio la ricerca, lo Stato dovrebbe farsi carico di integrarla e supportarla.

Resta il fatto che ci saranno meno fondi.
Allora si tagli dove c’è da tagliare. E penso ai costi che si registrano nel campo della diagnostica, o alla proliferazione avvenuta in questi anni di dipendenti amministrativi. Razionalizziamo poi l’efficienza dei grandi ospedali, senza per questo negare la prossimità dei servizi di primo soccorso.

Il rischio è un abbassamento della qualità del servizio?
È proprio questo il problema. Non si capisce che quando si parla di salute non ci sono in ballo solo i numeri, ma anche la salute dei cittadini. E spesso ulteriori tasse non equivalgono ad un miglioramento dei servizi erogati.

Tra le varie regioni la disparità è tanta.
Mi riferisco al caso lombardo, che è quello che conosco meglio. Con questi tagli si va a incidere anche su situazioni virtuose come quella. Per questo dico che un conto sono le spese sostenute per il personale, in particolar modo di quello che svolge compiti d’ufficio, un altro è la cura del paziente. Un sistema, questo, che andrebbe esportato in molte altre regioni.

Non tutti i sistemi regionali hanno prestazioni simili.
Lasciando per un attimo da parte la sanità, basterebbe pensare all’enorme patrimonio immobiliare a disposizione dei Consigli regionali per sedi di rappresentanza nei posti più disparati. O alle delegazioni inviate disorganicamente in tutto il mondo.

Tornando alla sanità?
Dovremmo recuperare il progetto federalista dei costi standard dei prodotti. I medesimi, oggi, hanno enormi differenze di prezzo da un sistema sanitario regionale all’altro. Chi sta al governo dovrebbe rendersi conto se si va avanti a forza di tagli lineari queste disparità sono destinate ad ampliarsi.