Questa volta Oxford non si piega alla “fatwa gender” degli studenti

Ennesima petizione per rimuovere un docente accusato di discriminazione. Ma l’Università inglese si schiera a favore del diritto di parola del professor John Finnis

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Una buona notizia da Oxford: il professor John Finnis non sarà rimosso per decreto emanato dai soliti 400 studenti di turno che lo accusano di opinioni discriminatorie sull’omosessualità e sul transgenderismo. Finnis non è esattamente un docente qualunque: 78 anni, professore emerito di diritto, si è ritirato dall’insegnamento a tempo pieno nel 2010 ma continua a tenere corsi e seminari post lauream ad Oxford. Ha anche una cattedra alla facoltà di giurisprudenza all’Università di Notre Dame, è membro della British Academy e della Commissione Teologica Internazionale della Santa Sede, del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace e della Pontificia Accademia Pro Vita. Soprattutto, il suo nome è finto nel marasma mediatico nel 2017 quando il suo ex allievo e pupillo Neil Gorsuch è stato nominato da Trump per succedere ad Antonin Scalia giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti: considerato uno dei più importanti teorici al mondo della legge naturale, ogni singola tesi, affermazione o studio di Finnis è stato scandagliato dalla stampa per ricostruire le fondamenta del pensiero conservatore, cattolico e reazionario di Gorsuch.

L’IMMANCABILE PETIZIONE ANTIOMOTRANSFOBIA

Va da sé che prima o poi Finnis diventasse il bersaglio dello zelo isterico e politicamente corretto degli studenti progressisti, che attraverso una petizione ne hanno chiesto la rimozione immediata: «John Finnis, professore alla Facoltà di Giurisprudenza di Oxford – si legge nel testo – ha una lunga tradizione di opinioni estremamente discriminatorie nei confronti di molti gruppi di persone svantaggiate. È noto per essere particolarmente omofobico e transfobico». Segue un elenco di «dichiarazioni odiose» fatte da Finnis tra il 1992 e il 2011 e contestate dal professore che rimanda al sito web dell’università per verificare l’assenza di qualunque frase “fobica” nei suoi numerosi saggi, ripubblicati dalla stessa Oxford University Press. La petizione che cerca di espellerlo da Oxford chiede invece all’università di chiarire la sua politica sui «professori discriminatori». John Finnis infatti ha costruito «una carriera sulla demonizzazione», sostiene il promotore della fatwa anti-Finnis Alex Benn al The Oxford Student. «I suoi cosiddetti “argomenti” sulle persone svantaggiate sono odiosi, per non dire ampiamente screditati (…) La sua posizione a Oxford ignora la sua decennale promozione della discriminazione e, in particolare, il suo ruolo attivo nel peggioramento della vita delle persone LGBTQ +».

IL SOLITO COPIONE ISTERICO

Sembrava un film già visto: sono anni che nelle università del mondo anglosassone dilaga la mania di espellere le opinioni e le persone che “minacciano” il sonno intellettuale degli studenti. Pensiamo all’annullamento della conferenza della femminista Germaine Greer accusata di “transfobia”, la cacciata del deputato “reazionario” Jacob Rees-Mogg da Bristol, la richiesta di rimozione da tutti gli atenei delle statue di Cecil Rhodes, filantropo dell’Ottocento e imperialista britannico (“razzista!”), la fatwa contro chi indossa sombreri a scopo ludico all’University of Esat Anglia (Uea), il divieto di tenere una conferenza al King’s College per Heather Brunskell-Evans portavoce del Women’s Equality Party, il boicottaggio dell’attivista Lgbt Peter Tatchell, anche lui accusato di transfobia alla Canterbury Christ Church University. C’è chi nega la censura all’ingrosso eppure i casi abbondano e quelli citati sono solo la punta di un iceberg capace di affondare qualsiasi tipo di dibattito e di opinione tanto poco mainstream quanto perfettamente legale.

FELIX E LA FOLLIA DELL’ATENEO SVEDESE

Che dire, per esempio, dei casi di partigianeria studentesca consumati ad Harvard e Yale, che hanno portato alla destituzione del vicepresidente della Corte Suprema di Washington Brett Kavanaugh dal suo ruolo di docente alla Harvard Law School? Per liberarsi delle vecchie discriminazioni i teorici di nuovi diritti ne diventano i più acritici seguaci, indossando le divise dei censori. Con la complicità delle stesse istituzioni: ricordate il caso assurdo di Felix, lo studente universitario svedese messo sotto inchiesta dalle autorità accademiche di Stoccolma per aver consegnato delle statistiche a due compagne di corso al fine di corroborare le sue affermazioni sul rapporto fra immigrazione e criminalità? L’università ha sancito che è proibito esprimere all’interno del campus opinioni che potrebbero offendere altre persone, ed è la reazione di coloro che si dichiarano offesi a trasformare ipso facto le opinioni espresse in molestia sanzionabile.

MA OXFORD NON CI STA

Ma ecco finalmente il colpo di scena. In risposta alla petizione non solo molti accademici si sono schierati con Finnis, dal filosofo israeliano Yoram Hazony al presidente e fondatore del cardinale Newman Society, Patrick Reilly, dal direttore dell’Acton Institute Samuel Gregg al fondatore di Heritage Foundation e del Public Discourse, Ryan T. Anderson. Ma la stessa Oxford ha affermato attraverso il suo portavoce che «l’Università di Oxford e la facoltà di diritto promuovono una cultura inclusiva che rispetti i diritti e la dignità di tutto il personale e gli studenti. Sia chiaro che non tolleriamo alcuna forma di molestia nei confronti di individui per nessun motivo, incluso l’orientamento sessuale. Allo stesso modo, la politica anti-molestie dell’università protegge anche la libertà di parola accademica ed è chiaro che un acceso dibattito accademico non equivale a molestie se condotto rispettosamente e senza violare la dignità degli altri. Tutta l’attività di insegnamento dell’università, compresa quella nella facoltà di giurisprudenza, è condotta secondo questi princìpi».

NON È LA COREA DEL NORD

Certo, Oxford non è affatto estranea alla dittatura del sentimento funzionale all’ideologia progressista che al posto di attrezzare le coscienze degli studenti all’impatto con le idee e le cose della vita, è in preda un’isterica mania di proteggerle da qualunque possibile confronto con la realtà. Proprio a Oxford sono stati introdotti i “trigger warning” per avvertire gli allievi della presenza di argomenti potenzialmente ansiogeni nelle lezioni di diritto in cui si trattano casi di violenza sessuale. Mentre la Cambridge University aveva vietato una festa a tema su Il giro del mondo in 80 giorni per timore che i costumi etnici provocassero qualche offesa. Un’escalation di censure tali da avere costretto il governo britannico a intervenire annunciando multe qualora le autorità accademiche continuassero ad avallare la negazione del diritto di parola.

L’OPINIONE DI ROD DREHER

Ha scritto, Rod Dreher, editorialista di The American Conservative che al caso Finnis ha dedicato una lunga riflessione che «se a uno studioso della statura di John Finnis è vietato insegnare agli studenti di Oxford a causa della sua opposizione filosofica e teologica all’omosessualità, allora nessun professore cristiano che abbia mai espresso disapprovazione, per quanto espresso in un linguaggio accademico, dell’omosessualità sarà al sicuro». Al netto della petizione quindi, mentre assistiamo a un generale tramonto delle università occidentali dalla Svezia all’America, la notizia dovrebbe esserci, ed essere buona: Oxford non sembra più propendere per la trasformazione degli atenei in succursali della Corea del Nord.

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