Potevano essere due anni di vera autonomia anziché di “non scuola”

La pandemia era l’occasione perfetta per sbarazzarsi della retorica e scommettere sulla libertà educativa. Ma per lo Stato avrebbe comportato dare fiducia alle persone

Alunni all'ingresso di una scuola elementare

Oggi riprende, per cosi dire, la scuola in presenza. Mancheranno un paio di mesi alla chiusura del cosiddetto anno scolastico. Esami di maturità? Bocciare? Scrutinio, come? O mamma mia, che confusione!

Si sente il bisogno di un profondo relax. Ma come? Decidendo una bella settimana di vacanza? Cosa cambierebbe? Niente! Allora cerco una serenità mentale rivedendo alcuni miei ragionamenti terra terra e compiacendomi in essi. So che, al massimo, ottengo di presentarmi stamattina davanti ai piccoli alunni con una faccia rilassata. Di questi tempi non mi pare neanche poco.

Bilancio di due anni di pandemia a scuola

Dicendo “ragionamento” intendo però l’utilizzo di una logica elementare nella lettura degli eventi, del genere: “Si è messo a piovere, meglio prendere l’ombrello” (volevo fare l’esempio: “Per fare un bambino ci vogliono un padre e una madre”, ma oggi è difficile capirlo). Se applicate questa logica elementare per leggere i primi (due?) anni di pandemia nella scuola, dovreste dire che sono stati due anni di “non scuola”.

A qualcuno dei responsabili è venuto in mente che poteva essere l’occasione per sbarazzarsi di una mostruosa retorica e riprendere invece il coraggio che ha fatto capolino vent’anni or sono con la parolina autonomia?

Che cos’è davvero l’autonomia scolastica

Autonomia è riconoscimento di un diritto e per essere vero riconoscimento si deve fondare sulla fiducia nel soggetto portatore del diritto. Sto parlando dei soggetti riconosciuti capaci di fare scuole. Che siano privati, enti, cooperative, il loro “formata” è identico: un preside, gli insegnanti, una segreteria, il personale Ata. Insomma, l’organico di una normale azienda. Se l’azienda funziona… lo dice il mercato. Se la scuola funziona… lo decide la società.

Viene da dire: che c’entra il ministero della Pubblica Istruzione? Se a garantire l’istruzione deve essere lo Stato, i soggetti capaci di istruzione siano considerati dipendenti statali e come tali stipendiati. Di loro si occupi il ministero del Tesoro! Suor Monia Alfieri ha dimostrato che ci sarebbe un risparmio di miliardi. Un accorto ministro del Tesoro coglierebbe il suggerimento al balzo. Troppo facile, siamo in Italia e quindi è impossibile.