Perché ha senso «esserci, indebitarci e combattere» per la scuola libera

Le scuole cattoliche, con l’appoggio del capo della Cei e del presidente del Senato, hanno rilanciato a Roma la battaglia per la parità. A partire dal costo standard. L’intervento di suor Anna Monia Alfieri

Alunni all'ingresso a scuola

La Chiesa italia e le scuole cattoliche non si arrendono al tradimento della parità scolastica, principio riconosciuto dallo Stato da ormai quasi vent’anni ma di fatto mai concretamente realizzato, con grave danno per le famiglie e per la loro libertà educativa.

Proprio per tornare a farsi sentire pubblicamente su questo diritto trascurato, le realtà aderenti al Consiglio nazionale della Scuola cattolica (Cnsc) si sono date appuntamento ieri, giovedì 14 novembre, a Roma per il seminario “Autonomia, parità e libertà di scelta educativa in Italia e in Europa”, promosso da Uism e Cism con il patrocinio del Senato della Conferenza episcopale italiana. Qui la cronaca di Avvenire.

Alla presenza e con l’approvazione della seconda carica dello Stato e del capo dei vescovi italiani, gli organizzatori e i relatori del convegno – molte associazioni e congregazioni religiose con un forte carisma educativo e promotrici di scuole cattoliche – hanno voluto rilanciare il documento “Autonomia parità e libertà di scelta educativa”, pubblicato nel 2017 dal Cnsc (e dunque sottoscritto da Cism, Usmi, Fism, Fidae, Agidae, Confap, Agesc, Cdo-Foe).

Quel documento, già bene accolto «in modo trasversale e convergente» dal mondo politico italiano, denuncia l’incompiutezza del sistema della scuola pubblica italiana – che non vuol dire solo “statale”, bensì “pubblica statale” e “pubblica paritaria” – e propone misure praticabili affinché «tutte le famiglie, per educare i propri figli, possano effettivamente scegliere tra le scuole pubbliche del sistema nazionale di istruzione, statali e paritarie, alle medesime condizioni economiche», come impone la legge 62/2000.

«Non siamo qui per chiedere privilegi o scorciatoie, e neppure per sottrarci dai controlli doverosi, ma intendiamo tornare a chiedere per i genitori la piena libertà di scelta in campo educativo», ha detto il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, prendendo la parola al seminario. «Possiamo accettare che delle famiglie si trovino davanti al dilemma di non comprare scarpe nuove per garantire la retta dei propri figli a scuola?», ha insistito il cardinale, sottolineando che «non stiamo parlando di scuole confessionali, ma di vere e proprie scuole aperte a tutti».

Tra le misure proposte, lo stesso documento del Cnsc include il cosiddetto “costo standard di sostenibilità per alunno”, idea che i lettori di Tempi conoscono bene e che negli ultimi anni è andata raccogliendo esplicita condivisione anche da parte di ministri dell’Istruzione di diverso orientamento.

Proprio dell’urgente necessità di non lasciar chiudere questo spiraglio aperto dalle istituzioni ha parlato al seminario suor Anna Monia Alfieri, delegata dell’Usmi nel Cnsc, probabilmente la più appassionata sostenitrice del costo standard in Italia. Quella che segue è una sintesi del suo intervento.

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Parlo da gestore, che vive ogni giorno la fatica della scuola cattolica. È come se ci fosse una schizofrenia tra la realtà, che ci interpella esigente attraverso le famiglie che si accostano a noi, e quello che noi viviamo, ad esempio il sentirci rinfacciare di essere “la scuola dei preti e delle suore”, nonostante il fatto che stiamo vivendo una profonda crisi vocazionale e che l’80% dei nostri collaboratori sono laici.

Ci sentiamo impotenti: da un lato non capiti, dall’altro colpevolizzati. Il mio desiderio di religiosa che si occupa di scuola con una grande passione educativa è quello di farlo, appunto, da religiosa, memore dei nostri fondatori. Essi non hanno dato vita alle nostre scuole perché pensavano di poter insegnare a far di conto meglio degli altri, ma perché avevano il chiaro obiettivo di riuscire a intervenire nella società, di individuarne i bisogni, cambiandola dal di dentro ancor prima che se ne accorgesse lo Stato. Questa è la missione di una vita religiosa che si apre alle opere!

Qual è il bisogno della società che noi oggi individuiamo, questo bisogno così importante e così poco capito per cui ha senso esserci e indebitarci?

“Indebitarci”, sì, perché la vita religiosa si indebita, apre dei mutui, ipoteca gli immobili, non paga lo stipendio alle suore, non paga lo stipendio ai preti per poter pagare i propri laici, per non essere un vaso conduttore di ingiustizia sociale.

Se è vero infatti che siamo in un sistema educativo pluralista e che la libertà di scelta educativa è un valore, e se è altrettanto vero che lo Stato fa fatica a comprendere l’importanza di garantire questo pluralismo e questa libertà, è altresì vero che la vita religiosa presente nella scuola non è un vaso conduttore di ingiustizia sociale.

Qual è dunque il bisogno che riscontriamo nella società con cui abbiamo a che fare? Ci va bene che il ricco possa permettersi di scegliere la scuola per i propri figli e il povero invece debba accontentarsi? Che senso ha occuparci di scuola se non siamo capaci di denunciare una simile ingiustizia?

Nell’accogliere un’iscrizione, abbiamo il coraggio di dire ai genitori che abbiamo davanti, quando chiediamo la retta, che stiamo commettendo una delle più gravi ingiustizie sociali? Abbiamo il coraggio di dire alla famiglia del ragazzino disabile che per adempiere la legge 62 del 2000 dovremo chiedere ai genitori o alla scuola di pagare l’insegnante di sostegno?

Quante volte una scuola che si indebita è costretta a chiudere! E quando una scuola chiude, non si perdono “solo” un carisma educativo o dei posti di lavoro: si priva la nazione del pluralismo educativo. Sapete come si priva un paese della libertà di pensiero? Si chiude prima un cinema, poi un teatro, poi un bar, poi una scuola (come ha ricordato Dario Antiseri).

Allora, non ci sono altre vie: si rimane e si denuncia. Si combatte e si vince. Ma non vogliamo vincere per ottenere qualcosa per la nostra scuola (ad esempio, per non pagare l’Imu), vogliamo vincere per cambiare la società. Perché i diritti che oggi abbiamo, li abbiamo grazie a gente che per essi ha perso la vita.

Con questo convegno la Cism e l’Usmi, mettendo insieme la seconda carica dello Stato e la prima della Chiesa italiana, hanno dimostrato grande coraggio perché è stata un’occasione per mettere in fila le questioni: la libertà di scelta educativa spetta ai genitori, perché se la scuola non è dello Stato non è neanche della Chiesa; il pluralismo educativo, cioè l’esistenza delle scuole pubbliche statali e paritarie, è funzionale a questa libertà di scelta educativa; e noi dobbiamo essere fortemente preoccupati del fatto che i genitori non possano agire la loro libertà di scelta educativa.

Su un tema di questo tipo è necessario avere una modalità di comunicazione “ripetitiva”, perché le persone si affezionano a un linguaggio e lo comprendono. Altrimenti, nella confusione, anche di linguaggio, si finisce per legittimare l’inerzia politica e avallare la discriminazione. Si è visto in occasione del “concorsone”, dal quale i docenti della scuola paritaria sono stati esclusi perché in Italia abbiamo una notevole discrepanza tra i posti disponibili e gli insegnanti che aspirano ad occuparli. Questa è la realtà!

Infine, il costo standard. Come spiega il documento “Autonomia, parità e libertà di scelta educativa”, garantire la responsabilità educativa ai genitori, in un sistema scolastico definito da Ocse e Pisa di scarsa qualità in quanto iniquo, apre il grosso capitolo della domanda “chi paga?”. È una domanda a cui la legge sulla parità non riesce a rispondere. Introdurre su questo punto i costi standard, perciò, risparmierebbe al paese il fuoco di fila e le strumentalizzazioni del fronte ideologico che odia l’idea “dare i soldi alle scuole paritarie”, mentre garantirebbe alle famiglie una responsabilità agìta in modo libero.

L’idea dei costi standard è riuscita a interessare trasversalmente tutti i ministri dei diversi colori politici. La proposta nasce durante il governo di centrodestra che aveva come ministro Mariastella Gelmini; a lei succede Stefania Giannini, che permette di accedere ai dati del ministero per verificare tutte le cifre. A seguire si insedia al Miur Valeria Fedeli, che ha ritenuto che intorno all’idea dei costi standard potessero convergere anche i rappresentanti sindacali e, nel dicembre 2017, ha aperto un tavolo al quale sono seduti tutti i presidenti delle associazioni, i dirigenti del ministero, i sindacati. Non è una dimostrazione dell’arte dell’ossequiare il ministro di turno, ma quella di riuscire, in un dialogo con tutti, a inchiodare ciascuno alle proprie responsabilità.

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Pubblichiamo inoltre un estratto dell’intervento pronunciato all’apertura dei lavori del seminario dal presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati (qui il testo integrale). Si tratta di alcuni passaggi particolarmente significativi del discorso, perché la Alberti Casellati vi sottolinea che la parità è un dovere dello Stato, un dovere non ancora assolto, e riconosce che una riflessione sul costo standard di sostenibilità per allievo” «potrebbe essere utile una riflessione».

«La Costituzione indica la via: sancisce i diritti, prescrive i doveri. Ma è compito delle Istituzioni – del Parlamento e del Governo in particolare – fare in modo che quei diritti vengano garantiti, che quei doveri siano assolti.

La legge n. 62 del 2000 e i successivi provvedimenti in materia di istruzione molto hanno fatto per dare attuazione ai precetti costituzionali, riconoscendo, regolando e garantendo un contesto di pluralismo scolastico nel nostro sistema nazionale.

Dobbiamo tuttavia prendere atto che quanto realizzato sul piano formale e legislativo non ha prodotto anche gli effetti sperati sul piano sostanziale.

Secondo il rapporto Ocse-Pisa pubblicato lo scorso settembre, infatti, “in Italia il sistema scolastico è egualitario sulla carta, ma nei fatti non consente ancora di superare le differenze di partenza tra gli studenti legate al contesto familiare e sociale, anzi le consolida”.

Il rapporto – che è uno dei dati più recenti su cui dobbiamo misurare l’impatto dell’azione del Governo e del Parlamento – evidenzia in particolare come non tutti gli studenti abbiano pari accesso a un insegnamento di alta qualità e che questa disuguaglianza può spiegare gran parte dei divari di apprendimento osservati tra gli alunni più favoriti e quelli svantaggiati.

I dati raccolti dall’Ocse dimostrano infine come l’alta percentuale di abbandono scolastico in Italia sia determinata principalmente dalle risorse economiche di cui dispongono le famiglie. In altre parole: la possibilità economica di accedere all’istruzione si traduce nel principale ago della bilancia dell’equità sociale.

Il Rapporto Ocse segue e conferma dunque le considerazioni già sviluppate dal Consiglio nazionale della Scuola cattolica della Cei nel prezioso documento su cui oggi si concentreranno i lavori di questo seminario.

Un testo a cui ho guardato con particolare interesse sin dalla sua pubblicazione condividendone lo spirito e gli obiettivi. Soprattutto, prestando particolare attenzione alle soluzioni proposte, affinché il sistema formativo italiano possa perseguire gli obiettivi fissati dalla Costituzione.

Quattro sono le principali questioni giuridiche e normative poste dal documento, tutte peraltro strettamente concatenate tra loro:

– La discriminazione degli studenti, per ragioni economiche, nel loro diritto ad apprendere.

– La non ancora completa attuazione delle prescrizioni della legge 62/2000 per garantire l’autonomia e la sostenibilità delle scuole private, anche in rapporto alla libertà di insegnamento.

– La mancanza di una effettiva libertà di scelta educativa, sia per gli studenti sia per i genitori, dovuta anche al forte divario economico tra la gratuità della scuola pubblica e l’onerosità di quella privata, che è interamente a carico delle famiglie.

– La carenza, infine, di un’adeguata valorizzazione professionale dei docenti delle scuole paritarie, penalizzati sotto molteplici aspetti rispetto ai loro omologhi delle scuole pubbliche.

Sono temi che vanno affrontati con coscienza e grande responsabilità. Soprattutto, con la consapevolezza di quello che il documento indica e che sento di condividere pienamente: promuovere una vera uguaglianza nell’accesso all’istruzione significa sostenere una crescita equa di tutto il Paese, basata sul merito, sulle capacità, sull’impegno e sulla passione.

Per soddisfare questa esigenza, potrebbe essere utile una riflessione, da parte di tutte le Istituzioni, sulla via suggerita dall’Ocse di finanziamenti mirati alle famiglie più povere, o una attenta valutazione di proposte come quella contenuta nel documento della Cei, che suggeriscono la determinazione di un “costo standard di sostenibilità per allievo” a carico dello Stato e da distribuire a beneficio tanto delle scuole pubbliche, quanto di quelle paritarie. […]

Perché è proprio la Costituzione a ricordarci che scuola pubblica e scuola privata non si devono distinguere come sistemi alternativi o in contrasto tra loro, ma come un unico strumento di crescita e di sviluppo delle nuove generazioni.


Foto Ansa