Pippo Corigliano: Te Deum laudamus per le basi di una nuova civiltà

Benedetto ha sgretolato la cultura che vuole allontanarci da Dio. Francesco invita il mondo a riscoprire il rapporto vivo con Gesù. Davvero il tandem fra i Papi fa risplendere il lumen fidei

Come da tradizione, anche nel 2013 l’ultimo numero del settimanale Tempi è interamente dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso firmati da diverse personalità del panorama sociale, culturale e civile italiano e non solo. Nella rivista che resterà in edicola per due settimane a partire dal 27 dicembre, troverete, tra gli altri, i contributi di Carlo CaffarraDomenico Dolce e Stefano GabbanaBen Weaseldon Gino RigoldiCostanza Miriano, Luigi Amicone, Marina Corradi, Aldo Trento, Pippo Corigliano, Monica Mondo, Francesco Belletti, Antonio SaladinoSamaan Daoud da Damasco, Claire Ly, Susanna Campus, Antonio BenvenutiFred PerriBerlicche.

Pubblichiamo qui il Te Deum di Pippo Corigliano.

Non c’è alcun dubbio. Il Te Deum è per ringraziare di aver avuto papa Francesco; e non penso di essere il solo. Il ringraziamento si estende anche al gran regalo di Dio che è Benedetto XVI, il Papa teologo e umile che ha indetto l’Anno della Fede, degno coronamento della sua attività di teologo tutta orientata a far comprendere all’uomo contemporaneo la verità dell’Amore di Dio. Grazie anche per la sua sapienza e umiltà nel farsi da parte quando è stato il momento.

tempi_te_deum_2013_copertinaI mesi di papa Francesco sono stati un susseguirsi di sorprese che sarebbe lungo elencare. Io che mi occupo di comunicazione posso sottolineare (e ringraziare per questo) lo spostamento dell’asse della comunicazione della Santa Sede. Siamo passati dall’assedio dei media di tutto il mondo sui temi della pedofilia, Ior e Vatileaks, al superamento delle questioni sull’aborto, matrimonio, educazione cattolica, eutanasia, matrimoni omosessuali, e così via, per dare la priorità al messaggio evangelico allo stato puro.
Il Papa ha ripreso alla lettera lo stile di Gesù. Parlando il linguaggio comune e prendendo spunto dalle circostanze ordinarie della vita quotidiana (il pranzo, la vecchietta, la pecora, Mammona, il lavoro), il Papa ci ha restituito la limpidezza e la concretezza del Vangelo.

Ci ha fatto rivedere Dio sotto forma di Gesù incarnato nella nostra realtà di vita di ogni giorno, tanto soprannaturale quanto naturale. È una strategia che nasce dalla sua preghiera che lo rende capace di interessarsi alla sorte di ognuno e di tutti. Diceva Frossard che Dio sa contare fino a uno e il Papa fa così.
È capace di telefonare personalmente a chi ha subìto un torto e interessarsi delle grandi tragedie mondiali: dalla sorte dei migranti disperati fino all’egoismo dei pochi ricchi che affamano il pianeta. Non è un condottiero di masse, è un padre di persone. Rivoluzionario e tenero a un tempo.

Francesco invita a riscoprire Dio e il rapporto vivo con lui. Le grandi questioni morali della nostra civiltà non vengono trascurate: si sa bene come la pensa, ma lui sa che la buona condotta è conseguenza dell’amore. Occorre risvegliare nelle coscienze l’amore a Gesù che ci ha amati per primo. Occorre conoscerlo per amarlo, occorre pregare per avere confidenza con lui. Il resto viene dopo.
I primi cristiani non erano apostolici perché avevano ascoltato discorsi sulla decenza o sui valori, erano vibranti perché credevano in Gesù risorto.

Come già accadde con Giovanni Paolo II, c’è stata una corsa per considerarlo progressista in certi momenti o conservatore in certi altri, senza ricordare che gli uomini di Dio sono sempre a un tempo rivoluzionari e tradizionalisti. Tutta la nostra civiltà è come un mosaico in cui ogni tessera è un contributo lasciato da un santo, o reso possibile da un santo. Francesco sta mutando le categorie su cui il mondo si regge: contro l’aggressività militare propone una veglia mondiale di preghiera e digiuno, contro l’egoismo della speculazione finanziaria fa aprire gli occhi su chi ha fame ed è senza lavoro, denunciando l’idolatria di Mammona. Non dispone di divisioni militari né di strumenti economici, ma agisce sui cuori, come san Paolo che nella lettera a Filemone spiega che non si può considerare schiavo un fratello in Cristo.

Il Vangelo per tutti
San Paolo non è Spartaco che organizza il sollevamento armato ma mette il seme di quella cultura che abolirà la schiavitù. Così Francesco mette le basi di una nuova civiltà in cui la persona è al primo posto e il lavoro, la famiglia, la casa, la solidarietà e la libertà sono punti imprescindibili. Francesco parla al mondo intero perché rende vivo il Vangelo in modo che lo capisca anche il pescatore delle Filippine e il minatore africano. Per comprenderlo non occorre aver studiato al liceo.

Provvidenzialmente Joseph Ratzinger aveva prima parlato agli intellettuali europei demolendo gli ostacoli che la cultura europea aveva costruito per separarci da Dio. Una continuità ammirevole fra i due Papi, perché l’Europa ha diffuso il Vangelo nel mondo, ora lo sta rinnegando e ha urgente bisogno di rievangelizzazione. Malgrado tutto, il mondo intero guarda alla cultura occidentale e rimane sbigottito quando vede che la stiamo buttando dalla finestra, come mi ha detto un amico cinese. Ecco che il tandem fra i due Papi davvero illumina il mondo con il “lumen fidei”. Grazie Signore, il Te Deum è per averci dato due guide così.