Perché i giovani non hanno lavoro? Perché non li mandiamo a lavorare. Viva l’educazione professionale

Cfp, Its, apprendistato. È ora di mettere da parte «l’idea molto sessantottina per cui il pensiero intellettuale è più nobile che imparare un mestiere»

Filippo Meneghello ha 24 anni e un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Agusta, azienda del gruppo Finmeccanica, lo ha assunto al termine di un percorso formativo a cui è approdato dopo aver capito che l’università non faceva per lui. Due anni di ingegneria dopo la formazione tecnica superiore, infatti, gli erano bastati. «Soffrivo della mancanza di attività pratica», racconta a Tempi. È in quel periodo che Filippo scopre l’esistenza dei cosiddetti Its, Istituti tecnici superiori che offrono una qualifica terziaria (cioè successiva al diploma di scuola secondaria superiore), ma di tipo non universitario.

In Italia ce ne sono 62 in tutto (più 2 in fase di startup) e sostanzialmente offrono ciò per cui era stata originariamente pensata la laurea triennale: una formazione legata al mondo del lavoro. Di fatto nelle università questo non accade, la maggioranza degli iscritti continua per i due anni successivi al triennio e chi non si sente tagliato per una formazione generalista rimane a piedi; ultimamente prigioniero di un pregiudizio che, fin dalla scuola dell’obbligo, vede nella formazione teorica e liceale un percorso di serie A e in tutto ciò che è professionalizzante un addestramento di meno valore, destinato a “quelli che non ce la fanno”. «In questi ultimi anni qualcosa è cambiato», nota Emanuele Massagli, dottore di ricerca in Diritto delle relazioni di lavoro e presidente di Adapt, il centro studi sul lavoro fondato da Marco Biagi. «Si comincia a parlare di valorizzazione del lavoro e, complice la crisi, alcuni mestieri vengono rivalutati. Però il sostrato culturale resta lo stesso».

Un esempio significativo si è avuto qualche mese fa, quando il governo sbloccava alcune attese risorse per la scuola, con il decreto Carrozza in cui tra l’altro si ribadiva esplicitamente l’importanza di «riconoscere la valenza formativa del lavoro». Peccato che poi i 15 milioni per combattere la dispersione scolastica fossero sostanzialmente destinati a coprire i costi per tenere le scuole aperte di pomeriggio. Ma chi la scuola l’abbandona perché non fa per lui, cosa se ne fa delle aule aperte più a lungo?

«Io credo – riprende Massagli – che in Italia scontiamo un pregiudizio nato negli anni Settanta, cioè dopo il boom economico partito negli anni Cinquanta e trainato da un’istruzione tecnica di livello, per cui eravamo famosi anche a livello internazionale». Sono quelli infatti gli anni in cui periti e diplomati tecnici entrano in azienda come dipendenti e dopo qualche anno si mettono in proprio. Una volta raggiunta una certa solidità dal punto di vista economico, gli anni Settanta vedono la rivalutazione di un modello gentiliano di scuola: da una parte la cultura classica liceale pensata per la classe dirigente, quella di serie A. Dall’altra parte la formazione professionale (che ai tempi non era neppure di uguale diritto), destinata a chi dirigente non sarebbe mai stato e aveva necessità di iniziare presto a lavorare.

«Alla base – riprende Massagli – c’è l’idea molto sessantottina per cui il pensiero intellettuale è più nobile della pratica manuale. Perché se il lavoro è inteso o come uno sfruttamento del capitale sulla persona, o come una fatica inevitabile per arrivare a fine mese (e non, come scriveva Giovanni Paolo II nella Laborem Exercens, come possibilità di realizzazione della persona e partecipazione alla società), allora è naturale rinviare il più possibile il contatto dei ragazzi con un’esperienza considerata tanto alienante. Non c’è da stupirsi dunque se la fantasia imprenditoriale degli anni Cinquanta e Sessanta non c’è più stata. L’Italia rimane un paese di piccola e media impresa, ma i dati europei dicono che i giovani studenti italiani hanno meno sogni imprenditoriali dei loro coetanei del Nord Europa. E questo per un paese come il nostro è un dato impressionante».

Oggi in Italia, secondo dati Isfol, quasi il 60 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni che ha frequentato un percorso di Istruzione e Formazione Professionale ha un impiego a tre anni dalla qualifica e immediatamente dopo aver terminato il percorso lavora il 50 per cento degli allievi. I primi risultati dei già citati Its non sono meno incoraggianti. Le statistiche del Miur riferite ai primi 825 diplomati (250 ragazzi raggiungeranno il titolo entro fine anno), evidenziano che gli occupati sono 470, il 57 per cento del totale. Con casi eccellenti come l’Its Accademia marina mercantile di Genova, dove tutti i 65 diplomati hanno trovato un lavoro. Sfiora il 100 per cento pure l’Its della meccanica di Vicenza (21 dei 22 diplomati sono occupati).

Numeri che fanno riflettere dal momento che in Italia meno di due ragazzi su dieci lavorano: il tasso di occupazione tra i giovani nella fascia 15-24 anni è sceso al 16,1 per cento. «La Germania è l’unico Stato occidentale che durante la crisi ha visto crescere l’occupazione giovanile. Come si può pensare che l’impianto scolastico formativo non c’entri nulla con questi risultati? Possibile che quei ragazzi che in Italia subito dopo la qualifica di formazione professionale trovano lavoro siano tutti particolarmente fortunati?», si domanda Massagli. «Di sicuro la Germania non ha avuto i nostri anni Settanta con la conseguente opera di sottovalutazione della valenza educativa e formativa del lavoro. Questo non significa, tuttavia, che il loro modello si possa riprodurre tale quale in Italia. Il punto, piuttosto, è quello di conciliare l’ottima formazione generalista italiana con la possibilità di imparare un mestiere, perché non si può arrivare a trent’anni con tanta capacità critica ma senza saper avvitare un bullone».

I punti di forza degli Its
In questo senso gli Its offrono un modello interessante, pur essendo una formula giovane e ancora di nicchia (ai corsi, che hanno un accesso limitato con un massimo di 25 allievi, hanno partecipato poco meno di tremila studenti). Il primo punto di forza è innanzitutto lo strettissimo legame con il territorio. La stessa formazione professionale, con la legge 53 del ministro Moratti che di fatto parificava i percorsi di Ifp ai licei e ai tecnici per l’assolvimento del diritto-dovere di istruzione, veniva affidata a livello organizzativo alle singole regioni, così da garantire un legame più stretto con le caratteristiche economiche e produttive del territorio. Dietro a ogni Its c’è infatti una Fondazione, partecipata da scuole, imprese e associazioni, università e centri di ricerca, strutture accreditate per l’alta formazione. I corsi prevedono stage per almeno il 30 per cento dell’orario e almeno la metà dei docenti vengono dalle aziende stesse. I corsi durano generalmente due anni.

«A differenza di quanto succede in Francia, Germania, Olanda, Danimarca – riprende Massagli – in Italia non è mai esistita una formazione terziaria, cioè successiva alle superiori, di tipo non universitario. Chi va all’università di fatto non incontra quasi mai il mondo del lavoro, quindi una volta inserito deve imparare il mestiere. Lo scopo dell’Its invece è di fornire un titolo di livello universitario riconosciuto internazionalmente, ma già professionalizzante. Con l’Its dunque un’azienda può contare su dei lavoratori preparati e già produttivi non a 26 anni, ma a 23 o 24 al massimo. L’altro elemento molto interessante è il ruolo delle aziende. Soprattutto in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo è essenziale considerare anche la richiesta professionale come un fattore di cui tenere conto nell’offerta formativa».

La questione porta dritti dritti al tema dell’apprendistato, uno strumento che ancora stenta a decollare. «L’apprendistato non decolla perché non lo facciamo. Mi spiego. In Italia l’unico apprendistato che conosciamo, e che conta circa 500 mila casi all’anno, è quello professionalizzante, cioè quello per i ragazzi che hanno già assolto il diritto-dovere di istruzione o sono addirittura laureati (è infatti destinato a giovani tra i 18 e i 30 anni) e devono entrare in azienda. Nella realtà dei fatti l’apprendistato è diventato, complice la scomparsa del contratto di inserimento, una modalità economica per inserire i giovani sul posto di lavoro, che permette di avere incentivi fiscali. Ma l’apprendistato come lo conoscono, per esempio, in Germania non è questo: è per i ragazzi che sono a scuola e devono assolvere l’obbligo scolastico! Questo strumento in Italia esiste, è il cosiddetto apprendistato di primo livello, ma se ne contano meno di 1.500 casi in Italia, tutti sperimentali. Ed è così per vari motivi: dalla diffidenza dell’impresa a prendere un minorenne alle difficoltà di pensare un’offerta formativa adatta a ragazzi che stanno tre giorni a scuola e due al lavoro». Senza dimenticare la resistenza di un pregiudizio duro a morire, che al massimo vede nella formazione professionale un paracadute per gli scansafatiche e non un’opportunità economica da cogliere, oggi più che mai.