Per fermare il Califfato buoni sentimenti e progetti alla Bush non bastano

Ci sono esperienze ad Aleppo, in certi villaggi dell’Iraq, dove una strana pienezza umana si afferma in forma di fraternità tra le rovine e il sangue

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Pubblichiamo un articolo tratto dal numero del settimanale Tempi in edicola

Perché quella foto colpisce, mentre altre, pur con piccini straziati e posati nelle bare, molto meno? Perché ne è scaturita una emozione che in Germania ed Austria è diventata azione?

Perché si vede che può essere nostro figlio o nipote o fratellino. Ha le scarpine allacciate. È la normalità del bimbo a straziarci. Ed è giusto che sia così. Ci ricorda che la guerra può accadere con il suo orrore di bimbi morti a casa nostra. E che casa nostra allora, se un bambino siriano è un nostro figlio, è vasta come il mondo. Nessuno può chiudersi nel proprio giardino: che vita è? Non si tratta di stabilire fino a che punto è colpa nostra oppure sia degli altri, ma di far quel che si può, perché non accada più. E intanto un po’ di lacrime siano asciugate.

Il Papa domenica scorsa non ha fatto all’Angelus un appello impossibile come sono sempre quelli basati su ideologia e fariseismo, che caricano pesi impossibili sulle spalle dei singoli. Con molta semplicità ha domandato, non ordinato, ma implorato, che ciascuna parrocchia europea ospiti una famiglia, come ogni monastero, istituto e santuario. In Europa non so. Ma in Italia le parrocchie sono circa 25 mila. Potrebbero cioè accogliere circa tra i cento e i centocinquantamila profughi.

Non possiamo acquietarci del tampone della accoglienza offerto generosamente dalla Merkel (attenzione: profughi). E neppure la nostra sperabile solidarietà ospitale garantisce una risposta sufficiente. Bisogna intervenire sulla sorgente dei guai. La saggezza popolare applicata da Trapattoni al calcio vale per l’ondata di profughi: la spugna (dell’accoglienza) assorbe acqua, acqua, acqua, ma poi la perde.

Che fare? Dare guerra? Sembra inevitabile. Ma anche qui non si può agire sulla base di slanci emotivi che spesso peggiorano i guai. Dalle guerre non viene mai del bene, e lo sappiamo. Ma oggi la guerra c’è, l’ha scatenata lo Stato Islamico contro popoli inermi. E si tratta di fermarla. Ma non c’è nulla di scontato. Come si fa a fidarsi dell’Occidente e dei giudizi espressi dagli esperti dei grandi giornali così carichi di ottimi sentimenti?

Un esempio. Chi ha deposto con maggior evidenza sulla prima pagina del suo giornale il cadavere del bambino Aylan è stato Mario Calabresi sulla Stampa. Proprio su quel foglio si usarono (in buona fede, certo) foto taroccate di finte stragi ad opera di Gheddafi per giustificare la guerra che ha fatto esplodere la tragedia in Libia e in Siria. Da quella immagine spietata e pietosa scaturirà un attacco armato e dietro di esso agiranno ancora interessi opachi?

Ho una piccola speranza. C’è un fatto nuovo. La disponibilità di Putin ad un accordo con Obama per impedire al Califfato di espandersi ulteriormente continuando a seminare terrore, morte, profughi. Insistendo nella persecuzione di minoranze e tra esse soprattutto di cristiani. Non può bastarci il progetto alla Bush: togliere il tiranno innestando a freddo una democrazia all’occidentale. Gli americani trasformarono parrocchie e chiese in depositi, ignorando le energie positive ed antiche di quelle civiltà. Imperfette, ma non esiste nulla di perfetto.

Ci sono esperienze ad Aleppo, in certi villaggi dell’Iraq, dove misteriosamente una strana pienezza umana si afferma in forma di fraternità tra le rovine e il sangue. I grandi delle nazioni, che noi auspichiamo si incontrino, ascoltino queste persone, i leader delle loro comunità, invece che accontentarsi dei pizzini di generali e ideologi.

Foto Ansa


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