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Papa Francesco in Armenia. «Dopo un secolo di tribolazione, abbiamo bisogno di sperare»

giugno 25, 2016 Benedetta Frigerio

Intervista a Valentina Vartui Karakhanian, autrice di un libro sul ruolo del Vaticano nel porre fine al genocidio del 1915

«Spero che questo viaggio di papa Francesco porti consolazione e incoraggi gli armeni a sperare nonostante un secolo di sofferenze e nonostante la riesplosione del conflitto con l’Azerbagian». Valentina Vartui Karakhanian è l’autrice, insieme a Omar Viganò, del volume La Santa Sede e lo sterminio degli armeni nell’impero ottomano” (edizioni Guerini e Associati, pp. 294, euro 25,50, prefazione di Antonia Arslan), che svela i documenti dell’archivio segreto del Vaticano e «il lavoro fondamentale fatto dalla Santa Sede e dal Papa per porre fine al genocidio».

Che contributo dà questo volume nel sottrarre dall’oblio il genocidio armeno?
Tratta di un aspetto specifico della vicenda del genocidio cominciato il 24 aprile del 1915, ossia del ruolo della Santa Sede nel cercare di fermare la strage negli anni della Prima guerra mondiale. Come diplomati alla scuola di archivistica vaticana, io e Omar Viganò, abbiamo tracciato l’operato della diplomazia della Santa Sede, selezionando i principali documenti degli archivi segreti vaticani, da cui emerge la centralità del suo ruolo nel frenare le deportazioni. Il Vaticano lavorò tramite i suoi diplomatici nei vari paesi coinvolti nel conflitto mondiale. Determinante fu poi l’azione di monsignor Angelo Maria Dolci, delegato apostolico della Santa Sede a Costantinopoli. Infine, furono fondamentali gli interventi della Segreteria di Stato e sopratutto di papa Benedetto XV.

Come agì il Papa?
Ci sono tre passaggi fondamentali descritti da tre lettere indirizzate al sultano Mehmet V per supplicarlo di porre fine al genocidio. Sono contenuti nel Libro Bianco della diplomazia vaticana, nel quale esiste un capitolo dedicato all’Armenia. Qui le deportazioni avvenivano in maniera massiccia, sebbene fossero nascoste dalla guerra: si diceva che la gente moriva per il conflitto, mentre era vittima di un accurato progetto di sterminio di massa. Per questo vescovi, sacerdoti, fedeli scrissero al Papa chiedendo aiuto. Papa Benedetto XV disse quindi al sultano che l’urlo di dolore era giunto alle sue orecchie e gli chiese di arrestare le deportazioni in quella che definì una “misera nazione”. Alla terza missiva il Pontefice ottenne quanto aveva domandato.

Ieri papa Francesco ha parlato di nuovo di «genocidio». Perché si teme ancora oggi di parlare di questo episodio storico?
Le ragioni sono tante, ma quello che ci tengo a sottolineare ora è che questo popolo chiede giustizia da anni affinché sia riconosciuto quanto ha subìto. Io stessa sono una armena vittima della diaspora e quindi nata e cresciuta in Georgia. E mi sono sempre chiesta perché non avessi potuto vivere nella mia nazione di appartenenza, che per noi è come la terra promessa. Impressiona che Hitler, quando gli dissero che la Shoah sarebbe stata ricordata, rispose che, al contrario, il genocidio armeno sarebbe caduto nell’oblio della storia.

Come mai?
Le motivazioni sono molte, in ogni caso quello che occorre evidenziare è che il Papa ha parlato del genocidio durante le celebrazioni del suo centesimo anniversario, nel 2015, e che anche il Parlamento tedesco lo ha riconosciuto. Occorre continuare per questa via, affinché si comprenda l’origine di quanto è accaduto. Altrimenti la violenza potrebbe ripetersi.

Che speranza nutre per la visita di papa Francesco?
In questo momento quello che mi aspetto come persona e come armena è un incoraggiamento a non disperare, nonostante l’oblio storico, nonostante l’isolamento del nostro paese e nonostante il conflitto con l’Azerbaigian che si è riacceso lo scorso aprile nella zona di Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena. Un conflitto che dura da oltre un quarto di secolo e con pochi tentativi di intervento. Ci ha comunque colpito che il Santo Padre abbia detto che verrà come pellegrino nella nostra terra, la prima nazione cristiana del mondo, perché questo è già parte dell’incoraggiamento e della consolazione che attendiamo. Penso che il Papa ci aiuterà a continuare a sperare e a mantenerci fedeli al nostro paese, nonostante tutto.

Quale sarà il momento più significativo del viaggio?
Alla fine della visita il Papa andrà in un luogo storico religioso importantissimo per gli armeni, il monastero da cui San Gregorio l’illuminatore, liberato dal Re, convertì l’Armenia che nel 301 divenne la prima nazione cristiana. Da questo sito il Pontefice libererà due colombe bianche verso il monte Ararat (citato nella Bibbia e fino a cui arrivò l’Arca di Noè), un tempo nel territorio armeno ma ora parte della Turchia. Un gesto significativo, che vale più di tante parole.

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6 Commenti

  1. Menelik says:

    Le dichiarazioni di Papa Francesco, che ha di nuovo definito come un “genocidio” il massacro degli armeni nel 1915, sono state “molto spiacevoli” e indicano la persistenza della “mentalità delle Crociate – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/turchia-attacca-il-Papa-su-genocidio-armeno-mentalita-da-crociate-33b28272-c4e7-4551-82ea-d8ece70fe3a3.html

    Grande Papa Francesco !!
    Mi spellerei le mani dagli applausi.
    Parlare chiari bisogna, senza arrampicarsi sugli specchi per voler andare d’accordo con tutti a tutti i costi.

    • Filippo81 says:

      IL Papa ha assolutamente e non vuole alcuna Crociata, è il governo turco che ragiona in stile isis!”

    • Luigi says:

      Poi purtroppo per tornare a casa prenderà l’aereo e sono di nuovo dolori… Un disastro

    • Ferruccio says:

      Sulla questione armena la linea politica della Chiesa è ineccepibile. I governi europei, paladini dei diritti, dovrebbero seguire il vaticano a ruota libera ma preferiscono prendersela con Assad. Intanto il governo turco, mentre arma l’Isis, ci accusa di mentalità crociata proprio a noi che siamo la diplomazia per antonomasia. Questo governo HerdoCan si è capito essere una barzelletta ma nella NATO ci sono loro non la Russia di Putin, bastione della cristianità del 21° secolo. Quindi cari miei, più che dire via dall’Europa io direi via dalla NATO.

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