Pakistan, domani riparte il processo di Asia Bibi. Liberati otto cristiani, tenuti schiavi da un musulmano «da 25 anni»

La prima udienza del processo di appello della madre cattolica condannata a morte per blasfemia è già stato rimandato quattro volte

Domani potrebbe avere luogo la prima udienza del processo di appello di Asia Bibi, la madre cattolica condannata a morte in Pakistan per false accuse di blasfemia.
Il caso dovrebbe essere discusso davanti a un collegio dell’Alta corte di Lahore, guidato dal giudice Anwar Ul Haq, ma il condizionale è d’obbligo visto che da febbraio 2014 a oggi la prima udienza del processo di appello, atteso per quattro anni, è stata rimandata già quattro volte.

PAURA DEI FONDAMENTALISTI. Alla base dei continui rinvii c’è l’importanza di un caso di cui nessuno vuole farsi carico: anche i giudici musulmani sanno infatti che assolvendo la donna potrebbero rischiare di essere uccisi dai fondamentalisti islamici, che oltre ad aver fissato una taglia di 500 mila rupie pakistane sulla testa di Asia Bibi, hanno già ucciso il potente governatore islamico del Punjab, Salman Taseer, e il ministro cattolico delle Minoranze Shabhaz Bhatti, colpevoli di averla difesa e di aver criticato la «legge nera sulla blasfemia».

LIBERATI OTTO CRISTIANI. Nel frattempo la polizia pakistana ha liberato otto persone di cinque famiglie cristiane che da oltre due decenni vivevano come schiave in una fabbrica di mattoni gestita da proprietari musulmani nell’est del paese. Come riporta BosNewsLife, grazie all’aiuto di Claas, organizzazione che si batte in difesa dei diritti dei cristiani in Pakistan, i reclusi sono stati liberati a Wazirabad (Punjab) lo scorso 6 maggio.

«LAVORI FORZATI PER 25 ANNI». Secondo quanto dichiarato dalle vittime, sono state costrette a vivere «ai lavori forzati per più di 25 anni» alle dipendenze del musulmano Gul Nawaz Cheema, che vantando crediti verso le famiglie cristiane da decenni le tiene prigioniere in schiavitù. I cristiani, debitori da generazioni, non ricevevano una paga adeguata, motivo per cui non riuscivano ad estinguere il debito, e vivevano in case senza bagni, spesso senza «ricevere cibo per diversi giorni di fila». Chi provava a «fuggire, veniva preso e torturato».
Una delle donne liberate, Safia Bibi, ha dichiarato che quando il marito si è ammalato nel 2013, «non gli hanno permesso di vedere un medico» e alla fine è morto. «I figli non sono potuti andare al suo funerale ma sono stati costretti a continuare a lavorare».

«SCHIAVITÙ IN PAKISTAN». Secondo Nasir Saeed, direttore di Claas, «è triste che anche nel 21esimo secolo esista la schiavitù in Pakistan. Nonostante il lavoro forzato sia illegale, i proprietari delle fabbriche di mattoni sono molto ricchi e potenti e difficilmente la polizia riesce a fermare le loro attività o consegnarli alla giustizia».