Padre Aldo Trento: Te Deum laudamus perché mi rendi sempre più impotente

Ventidue anni di esaurimento e ora il male fisico: ho capito che Dio e la Madonna mi amano molto. Il loro dono mi aiuta a immedesimarmi in Gesù

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

aldo_trento

Come da tradizione, anche nel 2013 l’ultimo numero del settimanale Tempi è interamente dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso firmati da diverse personalità del panorama sociale, culturale e civile italiano e non solo. Nella rivista che resterà in edicola per due settimane a partire dal 27 dicembre, troverete, tra gli altri, i contributi di Carlo CaffarraDomenico Dolce e Stefano GabbanaBen Weaseldon Gino RigoldiCostanza MirianoLuigi AmiconeMarina Corradi, Aldo Trento, Pippo Corigliano, Monica Mondo, Francesco BellettiAntonio SaladinoSamaan Daoud da Damasco, Claire Ly, Susanna Campus, Antonio BenvenutiFred PerriBerlicche.

Pubblichiamo qui il Te Deum di padre Aldo Trento.

Caro padre, ho 35 anni e soffro da anni di depressione a causa dei sentimenti. Sono in cura da una psicologa e ho terminato una terapia farmacologica mesi fa. Ho ferite grandi e pesanti come macigni e nonostante la mia fede vacillo… Ho paura di farmi del male, di morire e di fare un torto a Dio e ai miei cari. Cosa posso fare? Più soffro e più vedo amiche felici che si sposano. Solo la mia vita non cambia mai. Mi sono arresa.
Lettera firmata

tempi_te_deum_2013_copertinaCara amica, uno si arrende soltanto quando non ha trovato Gesù. Se una persona ha davvero sperimentato l’amore di Gesù, non esiste ferita, sofferenza, malattia che impedisca il cammino bello della vita.

Siamo arrivati alla fine del 2013. Il mio cuore batte di gratitudine per la malattia che mi è stata regalata: spondilopatia iperostosante dismetabolica. Dopo ventidue anni di depressione (ossessivo-compulsiva, per usare il linguaggio dei maghi della psichiatria), un giorno di fine novembre 2011 il dottor Federico Franco, presidente della Repubblica in carica, mi aveva invitato a camminare insieme a lui verso il santuario della Madonna di Caacupé, la grande Patrona del Paraguay. Un gesto semplice di penitenza e di ringraziamento per i doni ricevuti. Si trattava di camminare per 6 chilometri. Eravamo un gruppo molto piccolo, scortati da alcune guardie del corpo. Per i primi chilometri tutto è andato bene, poi ho incominciato a sentire una difficoltà che mi paralizzava ambedue i piedi. Volevo camminare in fretta come facevo pochi minuti prima, ma non riuscivo a farlo. Mi prese una terribile rabbia per quest’improvvisa impotenza. Il presidente, accortosi della mia difficoltà, chiese al capo della scorta che mi portasse in macchina fino al santuario dove ho aspettato l’arrivo del gruppo per celebrare la Santa Messa di ringraziamento.

È stato l’inizio di un lungo calvario, tanto in Paraguay come in Brasile e in Italia, passando da un medico all’altro, ognuno mi dava una propria ipotesi diagnostica con i relativi farmaci. Parlavano di Parkinson, di Sla, di Alzheimer, eccetera. Molte pastiglie e nessun risultato. Ho avuto un consulto con due psichiatri, uno a Buenos Aires e un altro al Policlinico Gemelli di Roma. Nessuno riusciva a definire la mia situazione che intanto continuava a peggiorare, finché un giorno un amico medico mi ha consigliato di farmi visitare dall’unico specialista a cui non mi ero ancora rivolto: un reumatologo.

Finalmente mi accompagna all’ospedale Sacco di Milano dove la diagnosi è stata immediata: spondilopatia iperostosante dismetabolica. Non avendo capito niente, mi veniva da ridere, ma quando mi ha spiegato di che cosa si trattava ho detto: «Grazie Signore, perché veramente d’ora in avanti la mia impotenza fisica aumenterà, e darà spazio alla tua Onnipotenza Divina». Era il giugno del 2013.

aldo-trentoChe fatica visitare i miei malati
Sono trascorsi sei mesi e ogni giorno diventa più difficile camminare. Per questo negli aeroporti mi portano su una sedia a rotelle. I miei giorni hanno un orario di attività molto breve e molto lento. Ho bisogno di molto tempo per visitare (che grazia gli ascensori!) i pazienti e i miei bambini. Però ci riesco!

Ventidue anni di esaurimento psichico e ora fisico, veramente Gesù mi ama molto. Per questo, in questo fine anno, con tutto il mio cuore canto con gioia il mio Te Deum. Come potrei non ringraziare il Signore e la vergine Maria per questi doni che mi immedesimano in Gesù morto e resuscitato?

Inoltre è uno spettacolo vedere come persino le opere funzionano meglio, ora che sono ogni giorno più impotente. Soltanto lo stolto non riconosce che quello che qui esiste è unicamente un’opera del Signore. Quando padre Paolino è andato via, per me è stato un colpo mortale, ma mi sono consegnato totalmente a Dio, nella certezza che Lui si sarebbe incaricato di portare avanti la Sua opera e si sarebbe preso cura delle 177 persone che lavorano qui. Vedendo l’amore che il popolo paraguaiano, il presidente della Repubblica e migliaia di altre persone hanno nei miei confronti, non posso non rendere grazie al Signore per la malattia, perché la gente vede il Mistero fatto carne in Gesù operante.

«Non a me Signore, ma al Tuo nome dà gloria», «il Signore è stato grande con noi e per questo siamo gioiosi». Una gioia che è pace del cuore. Una pace che, come afferma Manzoni: «… il mondo irride ma che rapir non può». Mai arrendersi nella vita perché, come dice ancora Manzoni: «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande». Davvero: «Te Deum laudamus, Te Dominum confitemur».
paldo.trento@gmail.com

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •