Nuovo quizzone per i docenti? «Non si valuta così se un insegnante è pronto»

Giovanni Cominelli, esperto di politiche scolastiche, esprime i suoi dubbi sul nuovo concorso per accedere all’insegnamento: «I precari aumentano. Una soluzione? Dare autonomia alle scuole»

Sarà il 25 settembre, e non il 24 come in precedenza affermato dal ministero dell’Istruzione, la data di pubblicazione del bando di concorso per la docenza alle scuole statali. In palio ci sono 13 mila cattedre, divise tra scuole primarie e secondarie.  Il test di selezione prevede un quiz a risposta multipla, una prova scritta e una simulazione di lezione frontale. Proprio come il Tfa: una coincidenza che spaventa, viste le tante debacle in cui è incappata la commissione esaminatrice. Tempi.it ne ha parlato con Giovanni Cominelli, esperto di politiche scolastiche.

Cominelli, anche il concorso per la docenza prevede un test pre-selettivo a risposta multipla.
Il ricorso a una prova con domande standardizzate va benissimo, perché il risultato è visibile in pochi secondi. Ciò che mi preoccupa, data l’esperienza dei quiz precedenti, è la qualità di queste domande. Questo modo di scegliere i futuri insegnanti non è efficace. Tutte queste innovazioni tecnologiche che aggiungono quiz, mantengono le prove scritte e aggiungono una lezione falsa e artificiosa è una ripetizione del solito schema accademico-cognitivo di selezione del personale docente.

Lei è contrario a questa modalità selettiva?
Negli altri paesi i proto-insegnanti si mettono alla prova dentro una scuola, dove fanno un tirocinio lunghi mesi. È giusto che si verifichi la conoscenza delle materie mediante una prova scritta, ma dovrebbe bastare la laurea a certificarla. In ogni caso un quiz con domande ipertecniche rischia di creare una selezione inadeguata. Infine, dalla simulazione di una lezione orale non si capisce l’abilità di una persona di stare davanti a una classe. La lezione frontale non è sufficiente a testare la capacità di trasmissione di un sapere. Io sono contrario a questo modo di reclutare, burocratico e accademico. Se va bene si verifica il possesso delle conoscenze, ma ciò non basta a creare bravi insegnanti.

Personalmente, lei come organizzerebbe il reclutamento degli insegnanti?
L’apparato ministeriale non ha la capacità di selezionare il personale. Solo la scuola ne è capace, ma non le è consentito.

Eppure, si è creata una situazione insostenibile per i precari.
Le faccio un esempio. Sei iscritto all’università, studi matematica, e decidi di voler insegnare. Dopo i primi tre anni ne inizi altri due di percorso matematico e pedagogico-didattico. A numero chiuso, onde evitare precari. In questo corso specialistico continui a studiare matematica, e allo stesso tempo si inizia un praticantato nelle scuole. Ed è il giudizio della scuola a determinare la qualità del tirocinante, che viene automaticamente abilitato al momento della laurea. Così, esci dall’università capace, abilitato e pronto a iniziare a lavorare. Dicendo “basta” a concorsoni e a precari.

A proposito: il concorso è aperto anche a chi sta svolgendo il Tirocinio formativo attivo?
Ancora non si sa. C’è un sacco di gente abilitata e che non è ancora entrata nella scuola. Si è sedimentata l’illusione che ci fosse lavoro per tutti: una promessa falsa. Si spera, comunque, che una quota d’interesse sia limitata soltanto agli abilitandi. Ma sarà una trattativa lunga. I sindacati premono per mettere in regola gli insegnanti più anziani. In media, questi precari hanno circa 40 anni. E capisco la necessità di valorizzare chi insegna da molti anni. D’altra parte, i nuovi giovani insegnanti rischiano di trovarsi nelle stesse problematiche dei colleghi più anziani. Insomma, bisogna cambiare sistema.

Ad esempio, aumentando l’autonomia scolastica.
Il dato di fatto è che i posti non ci sono. Migliaia di laureati, che magari insegnando per qualche mese e si vedono riconosciuta una certa capacità ad insegnare, finiscono in un circolo vizioso che l’amministrazione è incapace di rompere. L’affollamento è altissimo, e tutti hanno il diritto ad avere un posto, ma la porta è stretta e le disponibilità poche. Fossi nel Ministro Francesco Profumo, io punterei sulle scuole. Abolirei gli standard nazionali e darei alle scuole il diritto di reclutare direttamente. Certo, per evitare il raccomandato di turno ci sarà bisogno di valutare i presidi, diretti responsabili del reclutamento. Ma questa mi pare l’unica strada percorribile.