Nord Corea. L’ideologia della «razza pura» e l’orrore degli aborti forzati

La testimonianza di un nordcoreano sulla terribile pratica messa in atto regolarmente dal regime di Kim Jong-un

Il sito specializzato Nk News, all’interno della sua preziosa rubrica “Ask a North Korean”, “rivolgi una domanda a un nordcoreano”, ha trattato il tema degli aborti forzati in quello che è attualmente il più feroce e cruento regime liberticida al mondo. A gettare un fascio di luce su questa terribile pratica, condotta con regolarità dalla dittatura di Kim Jong-un, è stato In-hua Kim, ex residente di Hyesan, provincia di Ryanggang. «A nessuno potrebbe importare meno se una donne abortisce in Corea del Nord», esordisce Kim. «Se esiste qualcosa definibile con la parola libertà in Corea del Nord, questa è la possibilità per le donne di terminare una gravidanza in qualunque momento».

«È VIETATO FARE FIGLI CON GLI STRANIERI»

Kim, che oggi è fuggito dalla Corea del Nord, racconta due episodi cui ha assistito quando è stato arrestato l’11 novembre 2014 per «utilizzo illegale del telefonino» e rinchiuso in un carcere a Hyesan. Nel febbraio 2015, dopo essere stato trasferito nel reparto riservato ai detenuti dell’ospedale locale, «dove non si riceve nessuna cura ma almeno si può stare stesi su un letto in posizione confortevole», ha incontrato una ragazza di 26 anni, portata dalla guardie ammanettata nel letto di fianco al suo.

«Stava lì e piangeva», racconta. «Appena la guardia si è allontanata le ho chiesto perché piangeva e perché era stata arrestata. Dopo aver cercato di scappare, era stata rimpatriata dalla Cina. Durante la detenzione, con altre sette ragazze è stata portata da una ostetrica, che ha scoperto che era incinta. Il giorno dopo, le guardie l’hanno portata da un dottore, che le ha praticato un aborto forzato».

Quando le donne vengono rimpatriate, continua, «sono obbligate ad abortire. Alle coreane infatti non è concesso portare in grembo figli di stranieri. Questa è una regola che viene osservata in modo molto rigido», perché fin dai tempi di Kim Jong-il il regime ha propagandato la necessità che la «razza coreana» rimanga pura. Senza contaminazioni dall’esterno. La teoria è molto simile a quella del nazismo e non è un caso se nel 2013, in occasione del suo compleanno, Kim Jong-un ha regalato agli alti funzionari del regime una copia del Mein Kampf di Adolf Hitler.

«INONDATA DI SANGUE»

Kim racconta un secondo esempio risalente all’anno precedente. Incarcerato nella cella numero 7 della stessa prigione, insieme a 20 donne, «tutti dovevamo stare seduti con la testa bassa, senza poterci muovere o alzare gli occhi, altrimenti saremmo stati puniti e obbligati a stare in ginocchio per 30 minuti con le braccia alzate». Un giorno una nuova detenuta è stata portata in cella, nella sedia davanti alla sua e «puzzava così tanto che non riuscivo a respirare».

Prendendo il coraggio a due mani, si è azzardato a chiederle perché puzzasse così e lei ha risposto: «Una donna incinta del mio quartiere mi ha chiesto di abortire. Non aveva soldi per andare dal dottore e così le ho somministrato dell’oppio. Lei ha cominciato a sanguinare in modo copioso, ho provato a fermare l’emorragia ma sono stata inondata dal suo sangue. Alla fine lei è morta e io sono stata arrestata senza potermi neanche cambiare d’abito».

UN PAESE «SULLA STRADA DEL COLLASSO»

«”Questo paese è sulla strada del completo collasso”, ho pensato tra me e me», commenta Kim, spiegando che centinaia di donne cercano di abortire in questo modo. La donna, che si chiamava Yong Soon, è stata comunque rilasciata dopo un anno a causa dello scarso valore che viene attribuito alla vita in Corea del Nord.

Kim conclude così la sua amara testimonianza: «Rivivo spesso queste esperienze di quando vivevo in Corea del Nord nei miei sogni. Probabilmente non mi troverò mai più in situazioni del genere, ma sono preoccupato per le mie sorelle e le mie nipoti che vivono ancora in Nord Corea. Aspetto con ansia il giorno in cui finalmente il rispetto dei diritti umani migliorerà».

Foto Ansa