Non la pensi come l’Arcigay? Allora sei del Klu Klux Klan antiomosessuale. Un altro caso in Piemonte

Ancora polemiche dopo l’episodio alla scuola Faà di Bruno. Intanto in una scuola media viene messo in scena uno spettacolo nel quale i bambini inscenano il dibattito sulla legge sull’omofobia

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A Torino – l’altro giorno era all’ordine del giorno in Consiglio Comunale – non scema la polemica innestata dalla “censura preventiva”, a colpi di accuse di omofobia, dell’incontro sull’omosessualità promosso dall’Istituito Faà di Bruno, cui avrebbe dovuto partecipare anche l’immunologa – e sostenitrice della “terapia riparativa” – Chiara Atzori.
Una campagna maccartista nei confronti di chi presenta punti di vista sull’omosessualità non assimilabili al pensiero mainstream. Emerge l’azione di una lobby che si svela come tale (non era un’invenzione dei cattolici oscurantisti?) e l’esistenza di una rieducazione abbondantemente foraggiata da denaro pubblico.

KU KLUX KLAN OMOFOBO. Basta fare una visita al profilo di Facebook di Massimo Battaglio per vedere dettagliato il piano d’azione. Dalla segnalazione dell’incontro da parte di una cittadina fino al coinvolgimento, attraverso Arcigay, dei consiglieri comunali di sinistra (la grancassa delle pagine torinese della Repubblica era, evidentemente, data per scontata). A corredo la rivendicazione delle azioni di disturbo a precedenti iniziative. Lo stesso Battaglio, d’altronde, si era qualificato quale capofila della gazzarra che ha interrotto una pacifica conferenza sull’ideologia di genere patrocinata dalla Diocesi a Casale Monferrato e promossa da Alleanza Cattolica. Chiaro l’obiettivo indicato: «Non c’è evidentemente più spazio per alcun dialogo. Occorre semplicemente evitare, con tutti i mezzi, che da ognuna di queste serate escano nuovi potenziali omofobi». Insomma, c’è qualcuno a cui va negato il diritto alla parola pubblica (e, nel caso del Faà di Bruno, pure privata).
«Conosciamo già da tempo – continua Battaglio in una “obiettiva e tollerante” descrizione – gli organizzatori di questi cicli di conferenze e i relatori invitati. Conosciamo il loro curriculum, il loro stile e i loro argomenti. Possiamo assicurare che la loro non è affatto espressione di libero pensiero, ma reclutamento di forze nell’esercito della restaurazione, fatto a suon di epiteti, calunnie, falsità scientifiche, facendo leva sull’ignoranza della gente. Un vero e proprio tentativo di costruire un Ku Klux Klan anti-omosessuale, strumentalizzando la religione. Abbiamo cercato di dialogare in tutti i modi, chiedendo di intervenire nelle loro iniziative, invitando al buon senso eccetera. Non è servito a nulla».

LO SPETTACOLO DI SETTIMO TORINESE. Il sociologo Massimo Introvigne – coordinatore del comitato Sì alla famiglia, promosso da dieci associazioni cattoliche di Torino – solleva un nuovo caso. Alla Scuola Media Antonio Gramsci di Settimo Torinese ragazzi della classe II B – dei dodicenni! – sono stati indotti a mettere in scena uno spettacolo teatrale nel quale interpretano i parlamentari italiani impegnati a votare una legge «che riconosce giuridicamente le unioni civili fra persone dello stesso sesso». Quelli che votano contro sono dipinti come incarnazioni di «paura, disprezzo, pregiudizio ed esclusione» e come personaggi indegni di uno «Stato civile».
Il tutto nell’ambito del progetto “Dire, fare, non discriminare” (finanziato con denaro pubblico) curato dall’associazione “Compagnia 3001”. Chiaro che si intende, con abuso di posizione dominante, imporre l’ideologia di genere quale pacifico dato di realtà.
«Deve essere ben chiaro – spiega Introvigne – che il comitato Sì alla famiglia è favorevole alla lotta contro il bullismo nelle scuole, e nel suo manifesto afferma con vigore che i ragazzi devono essere educati a rispettare e accogliere i compagni che percepiscono come “diversi”, che si tratti di omosessuali oppure d’immigrati o di rom. In effetti, alcune delle associazioni del nostro comitato hanno promosso programmi di contrasto al bullismo elogiati dalle autorità scolastiche. Se si tratta di lottare contro gli insulti, le minacce e le violenze nei confronti delle persone omosessuali noi siamo assolutamente favorevoli. Tutt’altra cosa è intervenire a gamba tesa su un dibattito parlamentare in corso e insegnare a dei dodicenni, in una scuola pubblica che dovrebbe rispettare le posizioni di tutti, a bollare come incivili i parlamentari che non la pensano come gli autori del copione dello spettacolo».

CENSURA E RICATTO ECONOMICO. «Al posto della Faà di Bruno non avrei ceduto e ha ragione l’Arcidiocesi a parlare di censura. Purtroppo viviamo in tempi in cui la libertà di parola e di opinione rischia di essere condizionata da una voglia di persecuzioni penali che sono una vera e propria censura di Stato». Quale retrivo e reazionario bigotto avrà mai pronunciato queste parole? Silvio Viale, fino a qualche giorno fa presidente di “Radicali Italiani” e consigliere comunale eletto nelle liste Pd. Lo stesso Viale di dice contrari a «decreti prefettizio della Sala Rossa».
I consiglieri Michele Curto e Marco Grimaldi di Sel, insieme a Marta Levi e Luca Cassiani del Pd, hanno richiesto comunicazioni urgenti al sindaco di Torino, Piero Fassino. Curto si è spinto a chiedere all’amministrazione di convocare i vertici della scuola e, in mancanza di un chiarimento, di considerare la sospensione immediata della convenzione.
«Minacciare di eliminare dalla convenzione Fism la scuola Faà di Bruno, come indicato nella richiesta di comunicazioni al Sindaco, è solo un tentativo di tappare la bocca a chi, in questa città, non pensa diversamente, semplicemente pensa», ha ribattuto Silvio Magliano, coordinatore cittadino Popolo della Libertà-Forza Italia e Vice Presidente Vicario Consiglio Comunale. «Ma qui si sta parlando di libertà di opinione, di discussione, di espressione dei propri principi. Proprio chi fa sempre della libertà di opinione la propria bandiera dovrebbe avere più rispetto per le libere discussioni organizzate da chi non ha le sue stesse basi culturali».

LA DIOCESI DIFENDE LA «LIBERTA’ DI ESPRESSIONE». Intanto la Diocesi, ben lontana da cedere al ruolo irenista che i “cacciatori di omofobi” (ormai quasi orwelliana “polizia del pensiero”), prende posizione anticipando un editoriale che apparirà sul prossimo numero del settimanale La Voce del Popolo. Si rivendica il diritto a esprimere posizioni in contrasto con l’opinione dominante, esercitate dai soliti “maitres à penser”, «sempre gli stessi, ai quali piace molto presentarsi come deputati a interpretare e giudicare le opinioni di tutti, e le vite degli altri. Vogliamo parlare di “lobby”? Vogliamo dirci che, intorno a certi problemi, eticamente sensibili o – più banalmente – stuzzicanti per i comportamenti sessuali, ci sono opinioni dominanti contro le quali è difficile andare, pena l’essere trascinati di fronte a un “tribunale morale”, sempre quello, che fonda la propria autorevolezza non sulla legge scritta ma sulla capacità di diffondere e imporre i propri gusti e le proprie sensibilità?».
Riandando ai fatti, nel corsivo, si denuncia che «contro le scelte compiute dalla direzione della scuola si è subito alzato un “muro di parole” che non si limitava a contestare tali scelte ma sembrava arrogarsi un “diritto” che invece non è scritto da nessuna parte: quello, cioè, che a parlare di omosessualità sono abilitati soltanto coloro che hanno ottenuto una qualche approvazione preventiva da alcune “istituzioni” culturali e politiche espressione dei movimenti omosessuali o dei loro simpatizzanti. È questo il punto inaccettabile: l’art. 21 della Costituzione garantisce a tutti i cittadini la “libertà di espressione”, cioè la possibilità di compiere e dichiarare le proprie scelte culturali (e politiche) al di là di qualunque censura».

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