Non bastava l’Ilva. Sigilli anche a Fincantieri: cinquemila lavoratori fermi per «un problema formale»

«L’intervento a gamba tesa dei giudici» di Gorizia dopo due anni di querelle su una presunta mancata autorizzazione. Il Corriere: «Incomprensibile»

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Lunedì 29 giugno il tribunale di Taranto, in seguito a un tragico infortunio che è costato la vita a un operaio, ha disposto il sequestro di un altro altoforno dell’Ilva. La procura della città ora dovrà indagare se esistano gli elementi per imputare all’acciaieria la «cooperazione in omicidio colposo» e l’«omissione delle cautele sui luoghi di lavoro». Nell’attesa, però, il provvedimento del gip Rosati, spiega per esempio il Fatto quotidiano, «potrebbe avere conseguenze drastiche per la fabbrica. La conferma dei sigilli agli impianti dell’Altoforno 2, infatti, rischia di causare il blocco totale dello stabilimento tarantino», dal momento che questo fermo si aggiunge a quelli dell’Afo1 (dicembre 2012) e dell’Afo5 (inattivo da tre mesi), già spenti per le indagini sui presunti reati ambientali. Continua il Fatto: «A produrre acciaio, quindi, resta solo l’Afo4. Un solo altoforno, però, hanno fatto sapere i tecnici, genera un profondo rischio di sicurezza per l’intero stabilimento. Il riciclo dei gas degli altoforni, infatti, è utilizzato da Ilva per alimentare altri impianti: il funzionamento di un solo altoforno, pertanto, non garantirebbe la produzione minima di energia necessaria per utilizzare altri impianti collegati alla produzione dell’acciaio».

5 MILA LAVORATORI FERMI. E sempre a causa dell’intervento della magistratura, informa il Corriere della Sera, analoga sorte rischia di toccare anche alla Fincantieri di Monfalcone, «quasi cinquemila fra i lavoratori diretti e quelli dell’indotto». Pure a Monfalcone infatti «da ieri è fermo, gli operai a casa, il ciclo produttivo paralizzato». Perché? Perché lunedì mattina su richiesta della procura di Gorizia sono state sequestrate «quattro aree destinate alla cernita e allo stoccaggio dei rifiuti prodotti dagli scarti di lavorazione», in pratica un deposito rifiuti che la Fincantieri mette a disposizione anche delle aziende subappaltatrici. La zona è disseminata di «materiale di vario genere (per esempio metalli, legno, ferro, ceramica) che viene utilizzato per la costruzione e la manutenzione delle navi». In quel deposito, scrive ancora il Corriere, i rifiuti vengono ammassati in gran quantità prima di essere rimossi, ma la magistratura goriziana sostiene che tutte le ditte subappaltatrici, e non soltanto Fincantieri, devono avere l’autorizzazione per poterli trattare, anche se per trattamento si intende il semplice stoccaggio». Perciò nel registro degli indagati è finito il direttore dello stabilimento, Carlo De Marco, insieme con i legali rappresentanti di sei aziende “terze” che lavorano lì.

«PROBLEMA FORMALE». Sono due anni che la procura di Gorizia tenta di mettere i sigilli a quel deposito. La prima richiesta secondo il quotidiano milanese risale a maggio del 2013, ma il gip allora decise di non concedere il fermo. Peccato che adesso, «dopo bocciature, ricorsi e controricorsi la terza sezione penale della Cassazione ha trovato un punto debole nelle motivazioni di chi aveva negato il sequestro. Quindi tutto è tornato al punto di partenza (al tribunale di Gorizia) e stavolta il decreto è stato firmato. Ha vinto la linea della Procura» e l’accumulo dei rifiuti in quelle quattro aree è diventato un «deposito incontrollato». Inutile è stato sottolineare alle toghe, come hanno fatto gli avvocati dell’impresa, che si tratta solo un «problema formale» e che «non siamo davanti a rischi per le persone o per l’ambiente»: tutto bloccato, cinquemila lavoratori fermi.

«LOGORI PREGIUDIZI». Già davanti alla vicenda dell’Ilva, il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi aveva parlato di «manina anti impresa», e adesso, a proposito del caso Moncalieri, aggiunge che «sono stato superato dalla realtà, dai magistrati che hanno fermato la Fincantieri. Sembra che in questo Paese non si voglia che le imprese operino».
Il Corriere della Sera affida invece il commento dell’uno-due Ilva-Fincantieri a Dario Di Vico. Evidentemente c’è qualcosa che non va, scrive Di Vico, nei rapporti  tra magistratura e industria, «e non sarebbe male se Confindustria e Anm si dessero da fare» per chiarirsi. Perché attualmente, a quanto pare, «l’impresa non riesce a spiegare come sia radicalmente cambiato il proprio campo di gioco e i magistrati paiono rimaner legati a vecchie interpretazioni e a logori pregiudizi».

IN CHE MONDO VIVIAMO. L’incomprensione secondo Di Vico rischia seriamente di terminare un’economia, la nostra, già ridotta allo stento dalla crisi: «Abbiamo un numero quasi irrilevante di grandi industrie e quelle poche che riescono a reggere l’urto della concorrenza globale rischiano di finire stese da un contenzioso nato nei nostri tribunali». Una certa magistratura dovrebbe invece provare a capire che «la prevalenza dell’economico non è un accidente della storia o una sorta di inversione a U della cultura contemporanea, ma è uno dei modi nei quali si dispiega la modernità e non si può non tenerne conto».

RESIDUI INERTI. Nel caso di Fincantieri, per esempio, Di Vico sottolinea che «non stiamo parlando di rifiuti tossici e di altre diavolerie che possono ledere i diritti dei cittadini ma di residui inerti: scarti di lamiere, pezzi di moquette e mezzi tubi. E quindi risulta incomprensibile che attorno alla querelle, se debbano essere smaltiti in maniera differenziata dall’azienda madre o dai fornitori, si possa giungere a bloccare un’intera fabbrica e 5 mila lavoratori». Peccato che «la competizione nella cantieristica si gioca anche sul rispetto assoluto dei tempi di consegna e se la Fincantieri è riuscita a restare uno dei protagonisti del business mondiale è perché finora è riuscita a tener fede agli impegni». Ci riuscirà ancora?

SE LA FIOM GONGOLA. Di Vico critica anche la posizione della Fiom, che «rompendo il fronte sindacale», ha invitato il governo a condannare le parole di Squinzi e ha approvato invece in pieno «l’intervento a gamba tesa dei giudici goriziani». Nota il giornalista: «Non è infrequente che si palesi un asse culturale, un idem sentire tra magistratura e sindacato radicale. Dietro c’è l’idea che il diritto debba riequilibrare l’azione “distruttrice” del mercato e che possa addirittura svolgere una funzione di supplenza laddove la rappresentanza dal basso è debole o è sconfitta». Se queste sono le condizioni, tanti auguri agli imprenditori italiani.