Noi cristiani costruttori di nazioni. Uno strepitoso don Giussani su solidarietà, carità e opere

Come si rimette in piedi un popolo dopo la tempesta? Oggi “la crisi”, allora il terremoto del Friuli. Ma le parole di don Giussani a Tarcento nel 1986 restano una grande lezione per l’Italia e per la Chiesa

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Pubblichiamo l’intervento di don Luigi Giussani al convegno “Nella carità la solidarietà diventa opera”, organizzato da Comunione e Liberazione il 25 ottobre 1986 a Tarcento (Ud) in occasione del decimo anniversario del terremoto del Friuli. Di quella terrificante catastrofe che la sera del 6 maggio 1976 uccise quasi mille persone, cade in questi giorni il quarantennale. Anche la scuola paritaria “Mons. Camillo Di Gaspero”, fondata a Tarcento da don Antonio Villa proprio per i bambini delle famiglie friulane terremotate, celebra nel 2016 il quarantesimo anniversario dalla nascita.

Dal commovente intervento del signor sindaco, da lì in poi, mi sono detto continuamente che il mio intervento oggi è quasi una presunzione, e comunque non può che essere troppo astratto di fronte alla ricchezza di ricordi, alla precisione di dati e al richiamo concreto e preciso a tutto ciò che deve continuare. Perciò io domando scusa di avere accettato questo invito a intervenire, dico a intervenire per parlare. Evidentemente il nesso con tutta la grande opera di generosità che è stata ricompiuta da tutti, il nesso che io sento è immediatamente con i miei amici di Cl, ma nello stesso modo con tutti gli uomini di buona volontà che di fronte al dolore dell’uomo, di fronte al bisogno umano, immediatamente si mettono in azione. Per questo è molto importante che la nostra riunione di oggi si senta in continuità ideale, o almeno in collusione ideale, con il raduno che si svolge sul volontariato e con le altre riunioni di realtà cristiane che commemorano in questo decennale i fasti di bontà che sono stati compiuti allora. Ma con i miei amici di Cl ovviamente c’è un nesso, dicevo, più immediato.

Avete cantato prima «la tristezza che c’è in me ha mille secoli»: rispondere al bisogno, alla necessità, al dolore dell’uomo, in sé è, salvo la nube o la nebbia di giusto, umano auto-compiacimento, è sempre triste o minaccia di essere sempre triste, perché il nostro contributo risolve quel momento, e dopo? E il nostro contributo non impedisce la possibilità del dolore e dell’insorgere di un bisogno nuovo, dopo. È come se, pur potendo realizzare qualcosa al momento tragico, o realizzando qualcosa al momento tragico, se non si è trascinati via dall’urgenza distraente dell’azione, uno capisce quanto le sue energie siano importanti di fronte – diciamo una parola grossa – al male, perché anche un terremoto è un male, come la morte è un male. È vero che essa è un male che ha una radice che precede la fattispecie dell’accadimento, è un male che ha radice in una scompostezza dell’uomo; infatti se non riusciamo ad arrivare immaginativamente alla scompostezza originale che è il peccato primo, da cui la Bibbia dice essere nati tutti i disagi dell’uomo, però possiamo benissimo constatare un’altra scompostezza, quella per cui potrebbe essere molto di meno il dolore dell’uomo, potrebbe essere molto di meno l’angustia e le necessità, se fossimo coerenti, coerenti nel senso di stretti gli uni agli altri, oltre che coerenti dal punto di vista morale, coerenti con quello che giudichiamo giusto, con quello che ammettiamo come ideale.

Un orizzonte più vasto
Dico che questa tristezza deve essere superata, e viene superata, e la magnifica opera complessa e variegata del volontariato che lo dimostra, viene superata dalla coscienza di una appartenenza. Vale a dire: solo nell’esperienza di una coesione delle cose in cui la nostra persona, la nostra vita si situa con un senso che non è riconducibile alla breve spanna del tempo e dello spazio da noi stessi misurabili, che coincide in fondo con la nostra esistenza, solo nell’esperienza di questa coesione, di questa coerenza, allora è come se albeggiasse sull’orizzonte del nostro cuore, della nostra coscienza umana, la percezione di un significato del tempo, positivo nonostante tutto, di un fine buono nonostante tutto, di qualcosa di più grande che l’angustia del presente, e di qualcosa di più grande che è più forte del male che l’angustia del presente ci incute.

Ecco perché è un prezioso fattore della storia quella coesione e quella coerenza, quella coscienza di appartenenza che si chiama “nazione”. E gli esempi fatti da alcuni interventi, i ricordi di com’era la vita del vostro popolo cinquant’anni fa, confermano l’urgenza che si faccia di tutto perché questa coesione e questa coerenza non siano abbandonate. La sorgente più grande di recupero, e quindi la sorgente più grande di senso del tempo, viene da questo senso del popolo, da questa esperienza di appartenenza a una unità di popolo. È infatti questa unità di popolo che fa storia, ed è la coscienza d’appartenenza a questa unità di popolo che dà al proprio contributo anche magari tragico nella sua impotenza, dà al proprio contributo di fronte al male, di fronte al malanno, di fronte alla tragedia, dà un senso positivo, non vano; elimina dalla coscienza l’impressione della vanità.

scuola-don-villa-tarcento-40-anni-tempi-copertinaInfatti nel volontariato c’è una domanda che sottende tutto il contributo: per che cosa fate questo? In nome di che cosa fate questo? Perché la solidarietà è una caratteristica istintiva della natura dell’uomo, poco o tanto; ma la solidarietà – ecco in che senso interpreto questa frase che avete messo a tema del vostro raduno – non fa storia, non crea opera, è come un’emozione, è la risposta a una emozione, è come una reazione; e una reazione non costruisce. Ciò che costruisce è la risposta a quella domanda: per che cosa aderisci a questa urgenza di solidarietà? E sarà una appartenenza ideologica, sarà una appartenenza a una realtà religiosa, è l’appartenenza al mistero del fatto cristiano nel mondo, la risposta che gli uni, gli altri o noi, e tanti con noi, danno. L’importanza di un’appartenenza è qualcosa che struttura l’impeto della generosità e lo rende permanente, più permanente, per essere cauti, nei suoi effetti.

Ora è stato detto: «Si sono ricreate le mura, adesso bisogna ricreare il focolare», il focolare che è un’immagine simbolo della vostra cultura e della vostra storia. Ma come fare, se molto è stato dissolto, molto è stato come strappato via dal vento tempestoso di cui il terremoto è stato come un aiuto, uno spunto, un connivente? Forse quando don Villa parlava di cultura, usava la parola più indicata per entrare nell’argomento. Una cultura lega il particolare, tende a legare il particolare alla totalità. È colta una posizione se tenta di collegare un momento all’orizzonte totale delle cose; per sua natura una cultura deve tendere a essere cattolica, altrimenti non è cultura. È in questo punto il contributo che noi dobbiamo dare con chiarezza, passione e umiltà. Il nostro gesto di solidarietà che originariamente è una adesione commovente all’aspetto buono della nostra natura, si collega a qualcosa di più grande, viene assunto e deve essere letto in connessione con un orizzonte più vasto.

Un cittadino nuovo
Avete cantato: «Dacci un cuore grande per amare»; e noi non possiamo più togliercelo da davanti, abbiamo il cuore di Dio fatto uomo come esempio dell’orizzonte cui deve rispondere la nostra azione, deve corrispondere la nostra reazione. La carità aggiunge alla solidarietà la consapevolezza di una imitazione del mistero dell’essere che è legge per l’uomo, e perciò dispone tutta quanta la personalità dell’uomo ad agire con tutte le sue forze, con tutta la sua scaltrezza, intelligenza e affezione, dentro l’azione in cui si colloca. Allora, innanzitutto, la carità crea un’opera, rende solidarietà un’opera in quanto crea un soggetto; la solidarietà, la reattività, non crea necessariamente un soggetto; anzi, come tale esprime un dato ancora appena abbozzato. Chiunque istintivamente, per quanto sia a un livello di educazione ancora implicito, questo senso di pietà, di compassione ce l’ha, lo sente. La solidarietà non crea ancora un soggetto; è la coscienza del destino ultimo, dell’ampiezza totale di appartenenza che l’uomo sente in sé, è questo che fa di una persona un soggetto. E il soggetto è il creatore, vale a dire che diventa immaginatore e realizzatore di opere. L’opera esige un soggetto. E perciò la carità, in quanto riconduce l’uomo alla ragione ultima del suo agire, a quella ragione che dà positività totale, rende totalmente positive le cose e le rende permanenti (perché senza permanenza e senza eternità non c’è positività reale).

Allora è in questa percezione che l’individuo, sollecitato nella sua capacità di compassione, dall’incontro con un bisogno umano, con un dolore umano, acquista una educazione, si stabilizza: e come si comporta di fronte al bisogno, così incomincia a capire che deve comportarsi con sua madre, con suo padre, con la moglie, col marito, con i figli, con gli altri. Se l’affronto del bisogno non è soltanto provocatore di reazione compassionevole, ma diventa carità, vale a dire coscienza di appartenenza a una unità grande, positiva e permanente, imitazione nel tempo del mistero infinito della misericordia di Dio, se uno diventa cosciente di questo, allora diventa un cittadino e un compagno di cammino nuovo. Così il cristiano è un cittadino e un compagno di cammino che ha proprio dalla fede e dalla speranza la scaturigine di questo senso di appartenenza grande o di questa carità che porta dovunque, non solo nel caso singolo del bisogno che ne ha destato l’energia di pietà umana.

La nostra preoccupazione
Però c’è un altro particolare importante di cui la carità rende capace la solidarietà: la solidarietà è impetuosa, proprio per la sua natura, e, in qualche modo, è difficile che non sia unilaterale, che non veda se non il bisogno che l’ha destata con qualche margine di connessione. Invece se l’azione buona, l’azione di offerta, di aiuto, è dettata da questo senso dell’appartenenza al mistero di Dio in cui consiste la carità, se ha questo, allora l’intervento per sua natura tende a tenere presente la totalità dei fattori che entrano in gioco. La lealtà con il dato di fatto non è una cosa semplice, istintiva: la lealtà con il dato di fatto esige una attenzione e una pazienza che soltanto un amore sicuro, fondato sulla positività di tutto, sicuro che nulla va disperso, soltanto se è fondato così, l’atto di intervento ha la pazienza di tener presente la totalità dei fattori. «Nella vostra pazienza possiederete la vostra vita». Pensiamo all’attività per i minorati, per gli spastici, questo sublime esempio umano di pazienza!

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Volevo dire che la carità fa diventare la solidarietà, l’impeto umano, opera, perché crea un soggetto nuovo, rende l’uomo un soggetto, vale a dire creatore, lo rende immaginativo e creativo, soggetto che mosso dal bisogno e dalle necessità in cui la Provvidenza lo fa imbattere, genera opere proprio in quanto la sua azione non tende a risolvere il particolare che lo commuove, ma, richiamato dal particolare che lo commuove, tende a collocare in modo più esatto, in modo più buono, in modo più giusto, la totalità del contesto in cui quel bisogno è emerso; e la totalità del contesto è senza misura, ha come orizzonte la totalità dell’uomo. Quanto più uno è vivo, tanto più se gli tocchi anche un capello, egli reagisce; così, quanto più l’uomo è un soggetto ben cosciente, tanto più, sollecitato da qualsiasi bisogno fa rientrare la grande preoccupazione totale, cioè la preoccupazione religiosa. Non esiste di fatto cultura, se non è sottesa da una dimensione religiosa, anche quando il contenuto tendesse a diventare idolo. Allora questa dimensione religiosa che sostiene il soggetto, e la pazienza nell’usare di tutti quanti i fattori in gioco, deve essere la preoccupazione della formazione che noi diamo a noi stessi e ai giovani. Anche in questo senso l’ammirazione per l’opera di don Villa in me è molto grande, ma le condizioni cui ho accennato valgono per tutte le opere, che cioè tutti i fattori debbono essere tenuti presenti perché un’impresa incida sulla storia.

È assai significativo e commovente l’esempio di continuità che hanno saputo cogliere i nostri amici del Friuli: la continuità è il segno che l’attività che si sta realizzando ha la dignità di un’opera, viene da un soggetto veramente umano, vale a dire cosciente dell’ampiezza del suo destino e della sua appartenenza, viene da un soggetto e incide stabilmente nella storia e perciò sulla comunità umana. Chissà se ormai si possa dire che ciò che è nato dalla generosità umana illuminata cristianamente nel momento del terremoto, chissà se non si possa già dire che ormai è permanente, è diventato qualcosa di permanente. Io credo di sì.

Qualcosa che non ha fine
La testimonianza che ha dato il signor sindaco e che mi ha particolarmente commosso, tenderebbe a confermare questa mia opinione e io auguro ai miei amici che non sia soltanto una discreta mia opinione. Quello che è nato, ereditato comunque, rimanga. La carità produce soltanto qualcosa che non ha fine; non soltanto la carità non verrà meno come virtù, come dice san Paolo, ma ciò che la carità compie, ha come sua caratteristica endogena di non venir mai meno: è la continuità. La carità dà alla solidarietà una ragione per cui tutta la vita e tutto lo sguardo che la vita dell’uomo dà al cosmo, alla storia e all’eterno diventa un’opera: l’“opus Dei”, l’opera di Dio.

È commovente trovarsi con lo stesso strumento di lavoro insieme a tanti volontari, giovani e non più giovani, che questa consapevolezza cristiana possono non avere. Ma nella nostra consapevolezza cristiana noi troviamo la vera ragione per cui anch’essi si muovono, e così si rinnova l’evidenza che la fede cristiana è proprio la coscienza del mondo, la coscienza dell’umanità. Auguro dunque che ognuno di voi collabori a questa carità che rende perenne e continua l’opera che avete iniziato.


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