«L’altro che non è come me, è parte di me»

«L’estremismo e il terrorismo non li sconfiggeremo mai con le bombe, ma con la cultura sì». Intervista a Moncef Ben Moussa, direttore del museo del Bardo a Tunisi

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Il curatore del Museo del Bardo, Moncef Ben Moussa

Rimini. A Tunisi c’è un uomo che combatte il terrorismo senza bombardare le postazioni dell’Isis, senza partecipare a blitz di polizia o procedere all’espulsione di soggetti pericolosi. Non ha mai sparato un colpo di fucile, e non va in giro armato anche se il suo posto di lavoro è stato teatro di un gravissimo attacco terroristico. Si chiama Moncef Ben Moussa, ed è il direttore del museo del Bardo a Tunisi. «L’estremismo e il terrorismo non li sconfiggeremo mai con le bombe, ma con la cultura sì», dice con convinzione. «È la poca considerazione per la cultura e per la storia che ha generato i mostri che oggi sconvolgono il mondo arabo. L’estremismo nasce dall’ignoranza, e l’arma più efficace per combattere l’ignoranza è la cultura».

Quasi un anno e mezzo fa il Bardo è stato il teatro del più sanguinoso atto terroristico mai compiuto nella città di Tunisi: due uomini armati uccisero 22 persone, fra le quali 4 turisti italiani, e causarono 45 feriti, fra i quali 11 italiani. Quel giorno Ben Moussa era in riunione con colleghi francesi del museo del Louvre al ministero dei Beni culturali, corse sul posto mentre era in corso l’assedio delle forze di sicurezza e i due terroristi avevano già compiuto la carneficina. Dopo di allora le visite al più antico museo archeologico del mondo arabo, scrigno di reperti che vanno dalla preistoria al periodo arabo-islamico, ma soprattutto comprendenti la più ricca collezione di mosaici romani del mondo, sono crollate. Avevano subito una prima flessione per le turbolenze seguite alla caduta della dittatura di Ben Ali, passando da 600 mila all’anno a 180 mila.

Oggi se ne calcolano 50 mila appena all’anno, la quantità di visite che sei anni fa il museo conteggiava in un mese. Ben Moussa però non s’è perso d’animo. E ha imboccato la strada che da sempre ritiene essere quella giusta: «Sono stato nominato nel novembre 2013, nel contesto del rinnovamento delle istituzioni tunisine, e ho trovato un servizio museale per gli studenti in funzione sì, ma molto disorganizzato. Ho cominciato a potenziarlo d’intesa col ministero dell’Istruzione e un gruppo di insegnanti delle scuole sensibili alla questione. Per troppi anni i tunisini hanno ignorato il museo, ci passavano davanti senza sapere niente di quello che c’era dentro: il 95 per cento dei visitatori era rappresentato da stranieri. Chi visita il Bardo impara che la storia della Tunisia è quella di una stratificazione di civiltà diverse che si sono depositate nel corso dei secoli, ciascuna portando un contributo. Impara che l’altro diverso da noi per etnia e religione è parte della nostra identità attraverso il contributo culturale che ha lasciato. Impara che la nostra identità di tunisini è plurale, composita. Questo è il migliore antidoto contro l’estremismo, il fanatismo, il razzismo: scoprire che l’altro che non è come me, è parte di me, della mia storia e di quello che sono oggi. A volte gli studenti entrano qui distratti e rumorosi come capita spesso ai ragazzi. Alla fine della visita guardo i loro volti: ad alcuni brillano gli occhi per la sorpresa di quello che hanno imparato. Allora io sono certo che ho contribuito al futuro di pace e di libertà per il mio paese e per l’umanità».

Ben Moussa dice queste cose e si commuove. Ha parlato al Meeting di Rimini nel contesto dell’incontro “Le città non possono morire”, suscitando una grande impressione. Docente di archeologia classica all’università di Tunisi dal 1995, non avrebbe mai immaginato di essere chiamato a ricoprire un ruolo importante come quello che gli è stato assegnato tre anni fa. Gli incarichi di prestigio fino a pochi anni fa erano distribuiti in base a criteri clientelari che non avevano nulla a che fare con le qualifiche professionali.

Per quanto riguarda i temi della sicurezza e del terrorismo, non si fa illusioni: è consapevole che molto ancora ci sarà da soffrire in Tunisia e nel resto del mondo arabo prima di vedere la fine del terrore jihadista: «L’attacco al museo, come quello che poi nel mese di giugno è stato compiuto nella località balneare di Sousse, aveva lo scopo di colpire l’economia della Tunisia, mettendo in ginocchio l’industria turistica. Purtroppo ha avuto successo, ma un aspetto positivo in questa tragedia che ha causato perdite irreparabili di vite umane c’è stato: i tunisini si sono riavvicinati al museo, forse per la prima volta lo hanno sentito come una cosa loro e non come un’attrazione per richiamare i turisti. Durante la dittatura nessuna autentica promozione e valorizzazione culturale era possibile in Tunisia, tutte le celebrazioni ufficiali e tutto lo spazio sui media erano occupati dalla figura del dittatore, venerato come un dio. Le teste dei giovani sono rimaste esposte alla propaganda e vuote di cultura. Le hanno riempite gli estremisti con le loro idee, poi sono arrivati anche i soldi da certe parti del mondo arabo per convincerli a uccidere. Adesso fra tanti problemi che restano in Tunisia s’è aperto lo spazio per diffondere la cultura nel mondo giovanile. La cosa che mi consola di più è vedere tornare al museo i ragazzi che lo hanno già visitato, accompagnati dai loro genitori. Hanno parlato in famiglia di quello che hanno visto, e i familiari hanno voluto fare la loro stessa esperienza, per la prima volta nella loro vita». Buona fortuna, Moncef Ben Moussa, soldato disarmato della libertà.

Foto Ansa

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