A Milano il primo Acceleratore delle imprese che lavorano in carcere

Nelle carceri milanesi oggi ci sono 18 attività produttive, artigianali o industriali, che danno lavoro a 300 persone, con risultati di qualità. Ma hanno difficoltà a commerciare con l’esterno. Nasce così una struttura che vuole valorizzare e aiutare il lavoro dei detenuti, secondo una logica di sussidiarietà

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Un’Acceleratore d’impresa in carcere: è l’ultima iniziativa appena messa in pista a Milano, con l’obiettivo di sostenere le realtà che già danno lavoro alle persone detenute nelle carceri milanesi, ma soprattutto è il primo caso in Italia dove un ente pubblico (il Comune) si fa promotore anche “commerciale” per i detenuti, mettendo in contatto le imprese del penitenziario e il tessuto produttivo della città. Un esempio intelligente di sussidiarietà ambrosiana. Attualmente queste realtà sono circa 18 e danno lavoro a circa 300 persone in carcere. Alcune di esse sono cooperative sociali o aziende esterne, che nei penitenziari hanno creato laboratori, call center, anche veri e propri centri di produzione. Altre invece sono realtà artigianali nate proprio all’interno dei 4 carceri milanesi (San Vittore, Opera, Bollate e il minorile Beccaria), che coprono una produzione variegata. Si va dalle produzioni alimentari (panifici, gelaterie) alla lavorazione del cuoio (anche per borse, articoli da scrivania) o del vetro (lampade, gioielli). L’Acceleratore di impresa, nato dal Comune di Milano e dalla cooperativa sociale A&I che materialmente vi lavora, è concepito per valorizzare queste realtà e le competenze professionali esistenti. L’intento è quello di passare da una logica assistenziale a una dinamica economico-commerciale capace di concorrere con il mercato esterno al carcere.
Spiega Luigi Pizzuti, direttore di A&I: «Abbiamo un’esperienza ventennale, e lavoriamo a Milano, Piacenza e Montichiari (Bs), anche con le carceri, e ci occupiamo del reinserimento lavorativo di detenuti o persone sottoposte a procedimento penale. Nel tempo abbiamo sviluppato esperienze diverse per lo sviluppo imprenditoriale: ecco perché il Comune ha scelto di chiamarci per l’Acceleratore». Due le linee di azione: «Ci offriamo come sede operativa per le imprese che già lavorano nelle carceri milanesi, con una sede operativa di 300 metri quadrati in via Bottego a Milano, che è stata messa a disposizione dalla giunta Pisapia. È uno spazio che intendiamo offrire alle imprese come sede-ufficio, ma anche per eventi particolari. Ad esempio, una delle ipotesi concrete a cui vogliamo lavorare è una manifestazione aperta al pubblico di presentazione dei prodotti delle cooperative che lavorano in carcere. Anche, perché no, con la formula delle sfilate, per quelle realtà artigiane legate alla sartoria o alla produzione di accessori in cuoio. E intanto abbiamo lavorato molto con il Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria (Prap) e le direzioni delle carceri, per diffondere quest’iniziativa all’interno dei luoghi di detenzione». 

Per mettere concretamente in azione l’Acceleratore, il Comune ha subito dato il via ad un bando dal valore di oltre un milione di euro (di cui 600 mila messi a disposizione proprio da Palazzo Marino) rivolto alle imprese che lavorano già in carcere. «L’Acceleratore d’impresa – prosegue Pizzuti – ha in questo caso svolto un ruolo di assistenza alle 16 imprese, su 18, che hanno presentato la domanda per accedere al bando, che prevede un finanziamento per 10 di esse, per favorirne lo sviluppo, anche in termini occupazionali. Si prevede, infatti, la creazione di 30 nuovi posti di lavoro per le persone detenute».

L’Acceleratore d’impresa intanto proseguirà un altro filone di lavoro, che consiste, per un verso, nel creare facilitazioni per le imprese già attive, per l’altro nel semplificare l’accesso di nuove realtà imprenditoriali, proponendosi come un “ponte” tra aziende (o cooperative sociali) e amministrazione penitenziaria. Pizzuti: «Stiamo individuando aree di debolezze e fragilità di imprese, e interverremo sia con workshop di gruppo, per i problemi comuni, sia con una consulenza “personalizzata”. Un dato che osserviamo, ad esempio, è la difficoltà di “comunicare” con il mondo esterno. Pochissime di queste realtà produttive hanno canali di vendita propri all’esterno; su questo stiamo cercando di intervenire».

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