Marino chiude i Fori Imperiali al traffico. Ci voleva un sindaco non romano per fare una follia simile

I sindaci romani più avveduti e intelligenti della sinistra – tra gli ultimi Rutelli e Veltroni – in proposito hanno parlato molto, ma si sono guardati bene dal prendere qualsiasi iniziativa concreta

Tanto tuonò che piovve, o per lo meno sembra che stia per piovere. La sinistra è sempre stata portatrice dell’aspirazione a chiudere la Via dei Fori Imperiali, nata come Via dell’Impero e ribattezzata al cambio di regime. Comprensibile odio verso una realizzazione mussoliniana o desiderio di lasciare il segno nella Roma moderna intestandosi la più grande mutazione coatta dei flussi di traffico? Non si sa, mentre si sa che i sindaci romani più avveduti e intelligenti della sinistra – tra gli ultimi Rutelli e Veltroni – in proposito hanno parlato molto, ma si sono guardati bene dal prendere qualsiasi iniziativa concreta. Ci voleva un sindaco non romano come Ignazio Marino per mettere veramente mano al piccone (o almeno annunziare con decisione di volerlo fare).

Chiunque conosca Roma almeno un po’ sa quanto traffico venga smaltito sull’asse Piazza Venezia-Colosseo, e sa che la comunicazione tra il centro della città e i suoi quadranti meridionali passa quasi tutta per la via di cui parliamo. Chiuderla significa strozzare le comunicazioni e gli scambi interni alla città; e allora i consiglieri del sindaco hanno tirato fuori l’asso dalla manica: non chiudere del tutto l’arteria, ma chiuderla al solo traffico privato. Ritorniamo a sentire questa proposta, ad assaporare un disgustoso sapore di socialismo reale da tempo assente dai nostri palati; l’odio verso tutto ciò che non è controllato dal settore pubblico, l’avversità verso opportunità che non si sono sapute realizzare, che altri hanno colto e stanno utilizzando in modo migliore e più proficuo, l’intolleranza verso la promozione sociale ed economica conquistata col merito.

È proprio su questo versante che passa la divisione in due del popolo italiano: tra chi è lieto di partecipare al duro lavoro per ottenere il progresso e chi non tollera il successo raggiunto con lo sforzo e l’intelligenza. Quando sono i primi a prevalere, determinano anche il degrado dell’intero sistema nazionale. Un esempio: l’orario di apertura dei negozi; ha senso che un commerciante protesti perché il suo esercizio può stare aperto più a lungo o nei giorni di festa? Non dovrebbe l’imprenditore volenteroso desiderare qualunque possibilità di maggiore attività, e quindi di maggiore guadagno? L’orario dei negozi, che sono anche un servizio pubblico, non dovrebbe essere stabilito nel minimo invece che nel massimo?