Luca Zaia, il radicale in camicia bianca

Di Caterina Giojelli
23 Maggio 2026
L’ossessione dell'ex presidente veneto per il fine vita. Tra podcast di successo, l'asse (editoriale?) con Marina Berlusconi e promesse di legge "entro luglio" per sdoganare l'agenda di Cappato nel centrodestra
Luca Zaia nella prima puntata del suo videopodcast
Luca Zaia nella prima puntata del suo videopodcast "Il Fienile”, 4 febbraio 2026 (foto Ansa)

Luca Zaia lo va ripetendo ormai a disco rotto: «Il fine vita esiste già». «Usciamo dall’ipocrisia». «Non bisogna ideologizzare». «Lo dico da uomo cattolico». «Se capitasse a me». E poi via col bigoncio della burocrazia costituzionale: «La Consulta ha fatto tre richiami al Parlamento». «La sentenza Dj Fabo è stata pionieristica e coraggiosa». «Chi è contrario dovrebbe volere una legge». «Non si può nascondere la testa sotto la sabbia», «ero in Parlamento quando Beppino Englaro chiese di staccare le macchine a sua figlia», «Oggi si può decidere come morire col testamento biologico ma non gestire il fine vita».

La settimana scorsa a Palazzo Ferro Fini, durante la presentazione del docufilm Lasciatemi morire ridendo dedicato a Stefano Gheller, il repertorio è tornato identico con quel filo di stizza professorale di chi trova la classe distratta: «Ma avete mai parlato con un malato terminale?». «Le cure palliative? In Veneto sono un modello ma chi le spaccia come un’alternativa assoluta non sa di cosa parla». Fino alla promessa solenne: «Sul fine vita esprimerò il mio voto», «legge entro luglio» (titolo dell’edizione cartacea Nuova Venezia – Mattino di Padova – Tribuna di Treviso).

La destra liberale (e radicale) di Luca Zaia

Luca Zaia è un Marco Cappato ascendente sinistra arcobaleno, l’aria dell’escursionista in camicia bianca che non vuole fare la rivoluzione con i sassi, ma sbrigare questioni di vita e di morte come pratiche al catasto sì. Uno che non dice mai «eutanasia» – che fa brutto e spaventa i vecchi iscritti della Lega – ma «battaglia di civiltà», non «suicidio assistito» ma «opportunità». Il sottotesto è sempre gesuitico: «Io non introduco niente, regolo ciò che accade», il paternalismo è quello furbetto di chi evita l’immagine dell’eutanasia come gesto individualista, «non si possono lasciare sole le persone», «mi metto nei panni di». A cui piace delegittimare gli oppositori come dogmatici e che si irrita pure se lo si accusa di propagandare la cultura della morte: «Una legge che regola l’epilogo di un’esistenza degenerata in tortura non impone niente a nessuno». A parte togliere la vita stessa, s’intende.

Zaia non ha la bava alla bocca del radicale pannelliano, nemmeno il vocabolario dei Coscioni, non dice «diritto a morire», «liberazione», «autodeterminazione assoluta», Zaia sdogana l’agenda Cappato con la prudenza del burocrate: «Non bisogna ideologizzare». Tutti i mercoledì, a mezzogiorno, su tutte le principali piattaforme social – da Instagram a Facebook a TikTok a Youtube – carica il video podcast Il fienile e sono già diventate un brand le saporite interviste da 90 milioni di visualizzazioni al mese – «al punto che tra i parlamentari circola già la voce: il podcast starebbe per trasformarsi in un format su Mediaset», scrive il Corriere – dove dialoga seduto civettuolo tra le balle di fieno con Malagò, Sabrina Salerno, Federica Pellegrini, Panatta, Faggin, Starace, Buttafuoco.

«Zaia può parlare di quello che vuole con chi vuole. Non siamo una caserma» ha risposto piccato Salvini a chi gli chiedeva di commentare l’incontro «segreto» del 22 aprile tra Zaia e Marina Berlusconi. «Un grande editore può incontrare chi vuole», ha ribadito uguale Tajani. Sbocco editoriale a parte, i due evidentemente «si piacciono, parlano la stessa lingua», assicurano in Transatlantico, ricordando il manifesto per una destra liberale pubblicato da Zaia a inizio gennaio. Dove alla voce diritti l’ex governatore rimarca: «I temi etici, civili, del fine vita, delle unioni civili non possono essere tabù ideologici. La destra di oggi non è quella di 50 anni fa. Le questioni legate ai diritti civili e al fine vita non possono essere liquidate con un sì o un no pregiudiziale. Interpellano la coscienza individuale prima ancora dell’appartenenza politica. Una destra matura non impone visioni». Un testo da fare invidia alla segreteria del Nazareno.

Il refrain sulla Consulta

Luca Zaia è un Marco Cappato ascendente Silvia Salis, un perfetto e un po’ meno comico aspirante premier di larghe intese. È su sua spinta che il Veneto provò a votare, prima regione in Italia, una legge regionale sul suicidio assistito. E il progetto fallì per un pelo (determinante l’astensione di Anna Maria Bigon in dissenso dal Pd – che le costò la revoca dell’incarico di vicesegretario, a proposito di caserma e a dimostrazione che a sinistra sui dogmi progressisti non si scherza): «Guardate che oggi, nonostante sia stata bocciata la proposta di legge in Veneto, non è che non si può fare il suicidio assistito», fu la risposta piccata dell’allora governatore Zaia. Che oggi, da presidente del Consiglio veneto, ci riprova con la sicumera di chi deve far approvare un piano regolatore: «Penso che in estate si possa mettere in calendario per l’Aula; sono maturi i tempi, visto che è in Commissione. Confermo che su questa legge ci debba essere assoluta libertà di pensiero, la si porterà al parlamento dei veneti e la si voterà».

Leggi anche

Il refrain è lo stesso oggi come allora: «Questo Paese deve uscire da una grande ipocrisia: non si può far credere ai cittadini che non esista il fine vita. Esiste, in virtù della sentenza del 2019 della Consulta». Strana “operazione verità”, non solo perché il Veneto non ha alcuna competenza per votare sul tema, come giustamente ribadito dall’Avvocatura generale dello Stato, ma perché si tratta di un’interpretazione più volte smentita dai costituzionalisti dal momento che con la sentenza su Dj Fabo la Consulta non legalizzò affatto alcun aiuto al suicidio, né introdusse un diritto soggettivo al suicidio assistito, tanto meno un obbligo per qualcuno di erogarlo, bensì stabilì che non è punibile chi agevola un suicidio in presenza delle ormai famigerate cinque condizioni. E pur allargando le maglie, il perimetro della non punibilità la Corte ha, di fatto, rigettato diversi tentativi dei giudici di introdurre l’eutanasia in Italia, dichiarando incostituzionali le leggi regionali sul fine vita approvate in Sardegna e Toscana.

La coppia Zaia-Cappato

Ma oggi il Senato si appresta a riaprire la discussione, le leggi che promettono dall’Associazione Coscioni oggi sono state riscritte e pienamente allineate alle indicazioni della Consulta, e non sarà diverso nella regione dell’ex Doge dove, ricordava un esultante Marco Cappato:

«La notizia più rilevante degli ultimi tempi, sul fronte dei diritti civili in Italia, arriva dal Veneto, nel disinteresse dei partiti. E sono più notizie in una! Prima notizia: “Gloria”, paziente oncologica terminale, ha ottenuto dalla regione Veneto l’aiuto medico alla morte volontaria. Seguita da Filomena Gallo, assistita dal medico Mario Riccio, ha ricevuto dal servizio sanitario la sostanza letale e i dispositivi necessari. Non era mai accaduto prima (nelle Marche, Federico Carboni e l’associazione Luca Coscioni dovettero procedere non “con”, ma “contro” la regione). Seconda notizia: il servizio sanitario del Veneto ha considerato la chemioterapia, alla quale era sottoposta “Gloria”, come “trattamento di sostegno vitale”, condizione indispensabile per ottenere legalmente l’”aiuto al suicidio”, con ciò aprendo la possibilità di avvalersi dell’aiuto a morire anche per i malati terminali di cancro (che in Olanda rappresentano i due terzi delle patologie per le quali si accede all’eutanasia). Non era mai accaduto prima. Terza notizia: tutto è successo nella regione presieduta da un esponente della Lega, Luca Zaia; la Lega, per bocca di Salvini, è uno dei partiti più ostili all’eutanasia, ma Zaia ha garantito che nessun ostacolo e nessun ostruzionismo boicottasse le regole stabilite dalla Corte costituzionale nella sentenza sulla mia disobbedienza civile nel caso Dj Fabo. Non era mai accaduto prima».

I figliastri di Pannella

Cappato fa le sfilate e il Doge firma i registri della Asl, un’alleanza letale. Quanto alla legge in discussione al Senato, Zaia ribadiva alle Iene: «Chi è contrario forse per coerenza dovrebbe presentare una legge per abrogarla. Vediamo se i numeri di questa contrarietà coincidono con quelli del paese che mi sembra vada in tutt’altra direzione». Non ha portato bene ai dem la retorica del “paese più avanti della politica” e la trasformazione da glorioso partito operaio a partitello dei diritti (o come lo chiamava stupendamente Luca Ricolfi, «“partito radicale di massa”, concentrato su diritti civili, migranti, con una spruzzatina di ambientalismo») ma tant’è. Il contagio intellettuale non risparmia nessuno.

«Se ci pensate bene – scrive Marcello Veneziani a dieci anni tondi dalla morte di Marco Pannella – tutte le sue battaglie combattute da cavallo pazzo e col piglio di dare scandalo, sono diventate leggi, costumi e temi fondamentali nel presente: il divorzio, l’aborto, i diritti civili, la libertà sessuale […] E le sue battaglie ancora aperte restano i cavalli di battaglia di mezzo mondo politico e di larga parte della stampa e della cultura: l’eutanasia e il suicidio assistito, la liberalizzazione della droga e le condizioni delle carceri, il pacifismo e il garantismo. Oggi l’arco progressista, la sinistra, il mainstream sono figli o figliastri di Pannella più che delle tradizioni storiche e sociali del comunismo, dell’anticapitalismo, del socialismo. E non mancano focolai pannelliani anche nel centro-destra di derivazione berlusconiana». Non mancava che la felpa della Lega. Ci ha pensato, in camicia bianca, Luca Zaia.

Leggi anche

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.