«Lo Stato italiano non si preoccupa della famiglia e abbandona le coppie»

Intervista al demografo Blangiardo: «Il mancato intervento economico equivale a un 20 per cento di nascite mancate: 120 mila bambini in media in meno ogni anno»

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Due giorni fa la Cei ha reso noto che il 3 febbraio 2013 si terrà la 35esima Giornata nazionale per la vita, un’iniziativa nata nel 1979 per sensibilizzare la società italiana in merito alle difficili situazioni familiari della comunità. Tra le parole chiave, la crisi demografica: il suo superamento costituisce un imperativo da considerare anche come soluzione di una recessione economica che tarda a svanire. Tempi.it ha intervistato Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università di Milano Bicocca.

Perché in Italia è così difficile generare figli?

La caduta della natalità non è un problema dipendente direttamente dalla crisi economica, essendo cominciato già nella metà degli anni Settanta. Prima si generavano circa 600 mila bambini l’anno, cifra che adesso sfiora i 550 mila. Le motivazioni sono di carattere culturale, economico, di gratificazione e di concezione della vita. Le giovani coppie che investono in un certo progetto di vita si trovano a considerare la nascita come un fattore di disturbo. Eppure, la coppia media italiana desidererebbe idealmente avere più di due figli. A fronte però di una “produzione” media di 1,4 nati per ogni donna, con tanto di contributo importante da parte della popolazione straniera. La differenza tra ciò che si vorrebbe e ciò che accade è di circa un bambino per donna, e lo Stato rimane sullo sfondo, non si preoccupa delle conseguenze. E abbandona le coppie.

La famiglia non è sostenuta. Quali potrebbero essere le proposte correttive?
Servirebbe una maggiore equità fiscale. La famiglia paga molte più tasse di un single: si pensi all’Iva, ad esempio. Il mancato intervento economico dello Stato nel sostegno alle famiglie si stima equivalga a un 20 per cento di nascite mancate: 120 mila bambini in media in meno ogni anno. Poi, bisogna valorizzare le strutture di conciliazione rispetto al lavoro, come gli asili.

Per inverso, in quali condizioni è più facile generare figli?
In Europa c’è l’esempio francese, dove l’aiuto economico, grazie al “quoziente famiglia”, è l’elemento più importante. Se ci spostiamo a nord, nei paesi scandinavi troviamo che non c’è un grande contributo economico, ma un sistema di welfare condiviso che favorisce la conciliazione e garantisce servizi utili alle madri. È un welfare attento a fornire strutture e a dare sostegno economico.

Quanto incide l’aborto sul calo delle nascite in Italia?
È dal 1978 che prosegue il dibattito tra chi vuole dimostrare che la caduta della natalità è dovuta all’aborto, e chi invece dice che la legalizzazione dell’aborto ha in realtà assorbito quelli clandestini. Mi limito a una considerazione numerica. Gli ultimi dati danno circa 120 mila aborti ogni anno. Sono nati in meno, voluti o non voluti. E salvarne un certo numero è possibile: in un contesto in cui il contributo di capitale umano è sempre necessario, bisogna sostenere quelle gravidanze che possono essere portate a compimento.

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