Libia. Scontri a Tripoli, pace lontana. «Questa per noi è la normalità ormai»

Due Parlamenti e tre governi continuano a contendersi il potere. Libici sconsolati: «Non siamo pentiti di aver combattuto il regime, ora però è peggio di prima»

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Libya A Militant's Paradise

Ansar al-Sharia si è dissolto. Il gruppo di terroristi islamici libici che nel 2012 ha ucciso a Bengasi l’ambasciatore statunitense Christopher Stevens ha dichiarato la resa dopo essere stato decimato dalla guerra con il Libyan National Army guidato da Khalifa Haftar. Si tratta di una vittoria importante per il generale sostenuto dal governo orientale di Tobruk, sempre impegnato in trattative politiche con il governo di Tripoli di Fayez Serraj appoggiato dall’Occidente.

LA TREGUA. Proprio queste trattative, nonostante l’impegno dell’Onu, stanno naufragando nel mare magnum dell’instabilità libica fomentata da milizie in eterna lotta tra di loro. Il 2 maggio Haftar e Serraj si sono incontrati ad Abu Dhabi per cercare di riunire il paese. Il 15 maggio è stata formata una commissione di 15 membri per studiare un percorso realistico di unificazione dei due governi. Il ministro degli Esteri del governo di Serraj (Gna) ha addirittura proposto di nominare Haftar comandante in capo di tutte le forze armate regolari libiche.

«DURA RAPPRESAGLIA». Non tutti però sono disposti ad accettare una riappacificazione e così, pochi giorni dopo i gesti di apertura, una milizia di Misurata (la stessa che insieme ad altre ha cacciato l’Isis da Sirte con l’aiuto dei paesi europei) formalmente sotto il controllo del Gna ha sferrato un pesante attacco contro le forze di Haftar stanziate nel sud del paese, il Fezzan, uccidendo più di 140 persone. Serraj ha sospeso dall’incarico il comandante della milizia e il suo ministro della Difesa, ma il risultato è stata l’immediata rottura della tregua concordata ad Abu Dhabi e la promessa, da parte di Haftar, di «una dura rappresaglia».

SCONTRI NELLA CAPITALE. La contesa tra i due governi non è l’unico problema del paese. La capitale infatti, sede dell’esecutivo di Serraj, ospita continui scontri a fuoco tra diverse milizie. In particolare venerdì, alla vigilia dell’inizio del Ramadan, il gruppo islamista Alba libica ha cercato di conquistare tutti i quartieri meridionali della capitale, attaccando con carri armati e lanciarazzi i soldati di Serraj. In 52 sono morti, 17 sono stati fucilati dopo la cattura. Alcuni quartieri sono stati riconquistati dal Gna ma gli islamisti, che rispondono alle direttive di Khalifa Ghwell, l’ex capo del governo di Tripoli deposto da quello onusiano, governano tuttora diverse zone delle capitale.

LA«NORMALITÀ» DELLA GUERRA. I residenti di Tripoli assistono al dissolvimento del loro paese quasi con indifferenza. «Ormai questa per noi è la normalità», ha dichiarato al Washington Post durante gli scontri Shukri Salim, seduto a un bar nei quartieri settentrionali della capitale mentre in sottofondo si sentiva il rumore degli spari e delle bombe. «Ci avrei scommesso che avrebbe ricominciato a combattersi per il Ramadan. Ormai ci siamo abituati».

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ESTREMISTI ISLAMICI INAFFIDABILI. È molto difficile capire di chi ci si possa fidare. Ad esempio, la milizia che ha arrestato il fratello e il padre di Salman Abedi, l’attentatore di Manchester di origini libiche, il gruppo Rada, è formalmente alleata del governo di Serraj. Si tratta però di una milizia che si ispira a un’ideologia radicale islamica e che nelle sue prigioni «rieduca religiosamente» i suoi prigionieri, tra cui figurano «membri dell’Isis o tossicodipendenti», spiega Jeune Afrique. Questo gruppo estremista salafita obbedisce ad ambienti sauditi e gestisce molte moschee nella capitale.

«OGGI È PEGGIO DI PRIMA». Aldabaa e Salim combattono per il governo onusiano di Serraj. In passato hanno partecipato alla rivoluzione per detronizzare Muammar Gheddafi. Davanti alla situazione attuale del paese sono sconsolati e confusi. «Non siamo pentiti di aver combattuto il regime, però siamo dispiaciuti per le persone che hanno raggiunto il potere dopo la rivoluzione. Speravamo che il paese avrebbe preso un’altra direzione. Sfortunatamente, ora è peggio di prima».

Foto Ansa/Ap

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