Lee Cheuk-yan, Albert Ho e altri sette leader democratici condannati a Hong Kong

L’unica colpa degli attivisti invitati da Tempi a Milano nel 2019 è aver manifestato pacificamente contro una legge ingiusta. In aula hanno denunciato la «persecuzione politica»

Lee Cheuk-yan protesta a Hong Kong prima del suo processo

Lee Cheuk-yan, Albert Ho, Jimmy Lai e altri sei veterani della lotta per la democrazia a Hong Kong sono stati dichiarati colpevoli stamattina. Secondo il giudice Amanda Woodcock hanno organizzato e invitato altre persone a partecipare a una «assemblea non autorizzata» il 18 agosto 2019. L’entità della pena, che non dovrebbe superare i cinque anni, verrà comunicata all’udienza del 16 aprile. Fino ad allora, sette di loro sono stati rilasciati su cauzione. Restano in carcere Leung “capelli lunghi” Kwok-hung e Au Nok-hin, accusati anche di avere violato la legge sulla sicurezza nazionale.

In carcere per una protesta pacifica

Lee Cheuk-yan, parlamentare dal 1995 al 2016, segretario generale della Confederazione dei sindacati di Hong Kong e presidente dell’Alleanza a sostegno dei movimenti democratici in Cina, è l’attivista invitato da Tempi a Milano insieme ad Albert Ho nel novembre 2019 per partecipare all’incontro “La libertà è la mia patria. Da piazza Tienanmen a Hong Kong” (qui il video). Ho all’ultimo momento non poté partecipare alla conferenza dopo essere stato aggredito di notte per il suo attivismo politico.

L’«assemblea non autorizzata» per la quale i nove attivisti democratici sono stati condannati non è altro che la manifestazione più imponente della storia di Hong Kong, quando quasi due milioni di persone, il 30 per cento della popolazione, scesero in piazza per protestare contro la legge sull’estradizione, poi ritirata dal governo di Carrie Lam. La manifestazione era stata autorizzata dalla polizia, ma avrebbe dovuto essere confinata nell’area di Victoria Park. A poco a poco che la gente continuava ad aumentare, temendo che potessero verificarsi incidenti, la folla fu fatta defluire per marciare pacificamente verso Chater Road a Central.

«Vergogna! È persecuzione politica»

Secondo il giudice, i nove imputati non hanno agito per ragioni di sicurezza ma per organizzare una vera e propria manifestazione senza l’autorizzazione. Agli avvocati che hanno fatto notare al magistrato che una condanna sarebbe «sproporzionata e incostituzionale» perché nessun incidente è avvenuto durante la marcia, il giudice ha risposto che «la manifestazione non è stata affatto irreprensibile» dal momento che il traffico in città è stato disturbato e interrotto in più punti.

Dopo l’annuncio della condanna, “capelli lunghi” Leung ha gridato in aula: «Vergogna! Questa è persecuzione politica! Manifestare pacificamente non è un crimine. Gli abitanti di Hong Kong resisteranno». Poi ha urlato il motto della protesta anti-estradizione: «Cinque richieste, non una di meno».

Condannato anche Martin Lee

Il pubblico ministero aveva chiesto al giudice che tutti e nove gli imputati finissero subito in carcere per «dare l’esempio» e per inviare un «messaggio di deterrenza» che scongiuri future manifestazioni contro il governo. Il giudice ha deciso diversamente, ma ha confiscato a tutti e nove il passaporto per impedire loro di lasciare Hong Kong.

Fuori dal tribunale di West Kowloon si è radunata una folla per sostenere i leader democratici. Tra di loro, in particolare, erano presenti la moglie di Leung, gli attivisti Figo Chan e Andy Chan, e il cardinale Joseph Zen, arcivescovo emerito della città. Di fronte all’aula c’erano anche i rappresentanti del fronte pro-Pechino. Alcuni di loro hanno gridato slogan contro il magnate dell’editoria Jimmy Lai, in carcere da mesi in attesa del verdetto in un altro proceso, invocando «l’ergastolo per il traditore».

Tra i condannati c’è anche Martin Lee, considerato il “padre della democrazia” di Hong Kong. Lee è anche stato candidato al premio Nobel per la pace. Sincero cattolico, è stato parlamentare prima e dopo il 1997, quando Hong Kong tornò sotto il controllo Cina, e si è sempre battuto per la libertà dell’ex colonia.

«Ora dobbiamo vivere nella verità»

In altri processi, Lee Cheuk-yan deve anche rispondere dell’accusa di aver partecipato all’ultima veglia in onore delle vittime di piazza Tienanmen, nonostante fosse stata vietata l’anno scorso per la prima volta dal governo. Il clima politico a Hong Kong è cambiato repentinamente dopo che Pechino ha imposto all’isola la legge sulla sicurezza nazionale, che ha azzerato la democrazia nell’ormai ex città autonoma e di fatto cancellato le principali libertà civili. Come dichiarato dal sindacalista a tempi.it in precedenti interviste, questo processo

«è una vendetta e rappresenta una minaccia per tutti gli abitanti di Hong Kong: anche se manifesti pacificamente, puoi essere arrestato. Ovviamente è ridicolo: è la polizia che ha vietato illegalmente decine di manifestazioni, privando la popolazione del suo diritto di riunirsi in assemblea. Ora il governo mi arresta per intimidire le persone e sperare che così si riduca il numero dei partecipanti alle prossime proteste. Questa è persecuzione politica, il carcere è un destino ineluttabile ormai. L’unica cosa che ci rimane, l’unico modo di combattere è vivere nella verità e non nella paura. È quello che ha fatto la popolazione in Polonia e in altri paesi dell’Europa dell’Est. Oggi Hong Kong è nella stessa situazione di quei paesi prima del 1989».

@LeoneGrotti

Foto Ansa