Jimmy Lai resta in carcere. La giustizia a Hong Kong è una barzelletta

Dopo le proteste di Pechino, i giudici dell’ex colonia cambiano idea e sentenziano che il magnate democratico dell’editoria deve restare in carcere

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Jimmy Lai non può essere rilasciato su cauzione e i giudici che l’avevano liberato il 23 dicembre «si sono sbagliati», avendo interpretato in modo scorretto la legge sulla sicurezza nazionale. È quanto stabilito ieri dalla Corte finale di appello di Hong Kong, l’organo giudiziario più importante dell’ex colonia britannica, secondo cui prima di tenere conto della presunzione di innocenza, prevista anche dalla Costituzione, i giudici devono assicurarsi che l’imputato non sia più in grado di minacciare la sicurezza nazionale. L’ovvia conseguenza è che il magnate pro democrazia dell’editoria, per quanto possa presentare una nuova richiesta di rilascio su cauzione, passerà il capodanno lunare in carcere, in attesa del processo che si terrà il 16 aprile.

LA CINA ORDINA, HONG KONG OBBEDISCE

Il tycoon inviso al regime comunista cinese è stato arrestato in estate, portato via in manette davanti a fotografi e telecamere, e in seguito accusato di frode e collusione con le forze straniere per aver rilasciato interviste ai media occidentali (qui la sua intervista a Tempi). Dopo il suo rilascio su cauzione il 23 dicembre, il governo di Hong Kong fece ricorso contro la decisione in seguito alla pubblicazione di articoli di fuoco in Cina da parte del Quotidiano del popolo, che giudicò la decisione «inconcepibile».

Il fondatore del principale giornale pro democrazia di Hong Kong l’Apple Daily rischia di essere condannato all’ergastolo ed è solo uno dei tanti attivisti che dovranno comparire davanti ai giudici quest’anno.

MARTIN LEE CANDIDATO AL PREMIO NOBEL PER LA PACE

Tra di loro c’è anche Martin Lee Chu-imng, il “padre della democrazia” di Hong Kong, convocato in tribunale il 16 febbraio per rispondere dell’accusa di aver partecipato e organizzato ad assemblee non autorizzate tra agosto e ottobre 2019. Il riferimento è alle manifestazioni antiestradizione che hanno portato milioni di persone in piazza contro il governo di Carrie Lam.

Lee, che dall’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale, l’1 luglio 2020, non concede più interviste ai media, è stato candidato settimana scorsa al premio Nobel per la pace da due membri del parlamento norvegese, Mathilde Tybring-Gjedde e Peter Frolich, entrambi del partito Conservatore. Profondo cattolico, ricorda AsiaNews, «è stato parlamentare prima e dopo il passaggio di Hong Kong alla Cina, ed è anche uno dei più strenui difensori della libertà nel territorio e nella madrepatria. I due legislatori norvegesi hanno dichiarato che essi sperano che la nomina di Lee “sia una fonte di ispirazione per il movimento pro-democrazia di Hong Kong e sostenga la libertà in tutto il mondo”».

@LeoneGrotti

Foto Ansa