La stanza del buco a Milano è un «vecchio arnese» che «spazzerebbe via trent’anni di studi anti-droga»

Il Corriere della Sera asfalta in un editoriale la proposta avanzata al Consiglio comunale da Radicali, Sel e Pd

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La stanza del buco proposta al Consiglio comunale di Milano? «Un vecchio arnese» scongelato chissà come «da qualche ghiacciaio», un «fossile» che però «avrebbe il potere di spazzare via studi, esperienze di cura, valutazioni di trattamento formulate negli ultimi trent’anni in materia di cura delle tossicodipendenze». È una critica insolitamente decisa ai «sostenitori della proposta (Radicali, ma anche Sel e Pd)» quella che appare oggi, a firma dello psichiatra Furio Ravera, come editoriale nel dorso milanese del Corriere della Sera.

BASTA «STRIZZARE L’OCCHIO». Ravera se la prende con la «serena rassegnazione» con cui la società sta accoglie l’indiscutibile aumento della diffusione delle droghe (il medico cita segnatamente eroina, cocaina, anfetamine), anche tra i giovani. Una rassegnazione che spinge a concedere a queste «pericolose sostanze» un «tacito diritto di cittadinanza» quando non «a strizzare l’occhio» a chi ne fa uso. La stanza per drogarsi, secondo lo psichiatra, fa parte di questa sciagurata tendenza.

«SQUALLORE, ASSURDITÀ». Sognano «file ordinate di tossicodipendenti con il loro involtino, acquistato da uno spacciatore, si noti bene, che avrà avuto la cura di tenersi lontano dall’ingresso di quelle camere, per non turbare i buoni cittadini», scrive Ravera. Ma «di che sicurezza parla chi ha fatto questo sogno? (…) La si coglie la condizione di squallore evocata da questo scenario? La si coglie l’assurdità dell’idea del “personale professionalmente formato allo scopo”? A quale professione si fa riferimento ed a quali formatori?».

LA VIA PIÙ DIFFICILE. La realtà insegna che servono «interventi medici specialistici» per trattare «collassi, sincopi, arresti respiratori», ovvero i tipici «incidenti da droga». E poi per aiutare i tossicodipendenti «è molto più utile pensare di allestire reparti piccoli ed agili per la disintossicazione» per aiutare gli “addicted” della droga «a credere nella possibilità di liberarsi dalla sua schiavitù con programmi di sostegno adeguati che riaccendano la speranza di rifarsi una vita». È vero che rispetto alla stanza del buco questo è «un approccio difficile», ammette Ravera, «ma è l’unico che contenga il rispetto di chi sta annegando nella sua dipendenza».

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