La mia tribolata amicizia col cancro

«Non il cancro come una sfida, come una pratica, come una sfiga, ma come un avvenimento che può alterare in positivo il rapporto col Destino»

Cari amici di Tempi, vorrei condividere con voi alcuni pensieri a proposito del cancro. Più la malattia si estende per numero di persone colpite, e parallelamente la medicina prosegue sul cammino della conoscenza e delle cure, più assistiamo a commenti e dibattiti, con prese di posizione che fanno discutere. Mi sembra sia stato il caso, nel 2018, del libro-testimonianza di una famosa conduttrice televisiva, con la quale non ho familiarità, visto che ormai vivo in Malaysia da parecchio tempo. Non è questa la sede per entrare nel merito di quelle polemiche; in fondo, l’esperienza del cancro è talmente intima e personale che ogni giudizio sulle reazioni soggettive appare fuori luogo. In questo senso credo che, per noi pazienti (è proprio il caso di dirlo…) di cancro, la malattia si configura come una grazia enorme perché ci forza a fare i conti con l’inevitabilità della morte; una posizione che, in fondo, dovrebbe contraddistinguere l’umanità di ciascuno, ma che una malattia grave richiama nell’orizzonte quotidiano più di quanto non accada in circostanze “normali”.

Permettetemi di condividere il mio cammino di malato di cancro, iniziato nel settembre 2016, quando mi fu diagnosticato un cancro al quarto stadio, partito dal colon e diffusosi al fegato nella forma di diverse metastasi. Oggi, dopo quasi due anni e mezzo, mi sento di dire che il mio primo impatto con tale percorso fu davvero ingenuo, se non addirittura sbagliato. In breve, nel mio orizzonte di persona molto impegnata su molti fronti, questo diventava semplicemente un altro fronte di battaglia, un’altra pratica da sbrigare; noiosa, certo, sconvolgente, di sicuro, ma di fatto un’altra pratica sul tavolo. Tornai in Italia per sottopormi ad una prima chirurgia, che rivelò le metastasi non prima emerse in fase di risonanza, poi la chemioterapia, nel febbraio 2017 un’altra operazione (ormai mezzo fegato se ne era andato e con lui il piacere del vino). Nella primavera del 2017 fui dichiarato ‘pulito’ e tornai in Malaysia per completare alcuni cicli di chemioterapia preventiva. Grazie ad un collega, scoprii l’esistenza di un convento carmelitano di clausura a Seremban, circa 80 chilometri da dove abito io, Subang Jaya, e iniziai ad andare a pregare lì con una certa regolarità. Questo particolare, tuttavia, si rivelerà decisivo solo in seguito. Ad agosto 2017 fui confermato nell’assenza di ulteriori “lesioni” (nome tecnico dei tumori). E così tornai a fare la mia vita bella impegnata, a viaggiare per l’Asia per lavoro, ai miei interessi scientifici. Cercavo di non esagerare, per prudenza, ma in fondo il cancro non mi aveva cambiato granché, solo forzato a riposare più di quanto fossi abituato a fare. Alla fine, però, era stata una parentesi.

I controlli medici proseguirono senza problemi fino ad aprile 2018, quando una nuova piccola “lesione” al fegato venne a farmi visita. Era ora chiaro che la mia vita non poteva continuare come prima e la mia azienda decise di affidarmi un incarico part-time, senza viaggi, per potermi meglio occupare dei miei problemi medici. All’inizio fui molto arrabbiato, pensavo che tale soluzione avrebbe destabilizzato la solidità finanziaria della mia famiglia, volevo mettermi alla ricerca di un altro impiego, proprio nel periodo in cui fui sottoposto, in poco più di un mese, a tre interventi, due RFA e una piccola chirurgia, per poi iniziare nuovamente il cammino chemioterapico.

Mio padre decise di tornare da me in Malaysia per un po’, per accompagnarmi all’inizio della terapia. Così il 16 luglio, giorno della solennità della Vergine del Carmelo, gli chiesi di accompagnarmi al convento di Seremban per la messa speciale. Fui molto impressionato dal convergere di circa 200 persone per quella messa, in un paese islamico, in una cittadina che non è certo tra le più grandi della Malaysia, durante un giorno lavorativo. E un sacerdote venne apposta da Kupang, nella Timor indonesiana, per celebrare la messa. Non vorrei apparire spiritualista, vi assicuro che non mi si addice, ma quel sacramento, in modo misterioso, ha segnato per me l’incontro che ha cambiato il mio rapporto col cancro, trasformandolo in “amicizia”, un’amicizia “tribolata”, fatta anche di scontri, ma di sicuro, come ogni amicizia, una parte irrinunciabile di me con cui fare i conti ogni giorno, non un’altra pratica da sbrigare.

Il primo cambiamento fu rendersi conto dei miracoli che la mia malattia stava generando, e in particolare del vero e proprio esercito di persone che pregava, inclusi non credenti e fedeli di diversi credi. Persone con cui avevo avuto rapporti di lavoro si rivelarono dei veri e propri amici. Ricevetti una commovente visita dal Pakistan e un amico venne apposta dall’Indonesia per pregare insieme.

Ma il cambiamento più bello e vero per me fu il rendersi conto che la malattia ha un senso. Non solo perché risveglia il necessario rapporto con il Destino ultimo. Ma anche, e soprattutto, perché iniziai a rendermi conto di come i cambiamenti nella mia vita che la malattia continuava a chiedere erano in realtà delle grazie meravigliose. Oggi sono contentissimo di lavorare solo part-time: guadagno di meno ma ho la possibilità di vivere davvero la mia famiglia, dopo anni passati tra gli aeroporti d’Asia. In modo molto concreto, poi, posso finalmente dedicarmi alla mia grande passione, la ricerca scientifica. Negli anni con la preghiera ho insistentemente chiesto al Signore di darmi occasione di avere più tempo per i miei studi e, in modo assolutamente inatteso, questa occasione è giunta.

Più insistevo nel visitare il Carmelo di Seremban, più l’orizzonte delle cose mutava. La mia situazione concreta no, da un certo punto di vista. Superato l’ostacolo passato, non posso escludere che la malattia ritorni, presto o tardi. Ovviamente desidero che essa non ritorni, ma voglio soprattutto che permanga il senso di “pace col Destino” che è prevalso negli ultimi mesi: non il cancro come una sfida, come una pratica, come una sfiga, ma come un avvenimento che può alterare in positivo il rapporto col Destino. Ho cominciato a lavorare con maggiore pace, a vivere la famiglia come una parte di me e non come un’appendice alla fatica quotidiana. Su tutto è prevalso un senso di pace che mi ha portato anche a sanare conflitti aperti da un decennio.

Vorrei che fosse chiaro che questo cambiamento nei rapporti e nel modo di fare le cose non è stato una specie di decisione consequenziale. Come a dire: mi resta poco, quindi meglio vivere bene. Non si è trattato di una saggezza tratta dalle migliori frasi di Osho. È stato un fatto miracoloso accaduto grazie all’assidua frequentazione del Carmelo di Seremban. I miei problemi sono stati risolti? No. Tuttavia essi hanno assunto un senso. Se guardo ai grandi cambiamenti che il cancro ha portato nella mia vita – relativi soprattutto al modo di vivere le cose e in particolare i rapporti in famiglia e sul lavoro, ma anche la possibilità molto concreta di potermi dedicare ai miei studi, sopraggiunta grazie alla malattia – allora davvero non esito a giudicare il cancro come un Grazia, come un abbraccio misericordioso che raccoglie la mia indegnità e le dà un senso.

Carmelo Ferlito

Foto Ansa