La lotta per difendere la “liberté” comincia dalla passione per la “vérité”. Noi non siamo Charlie

Je suis qui? Chi sono io? Il prezzo della libertà non può essere la rinuncia alla verità. Anche noi in piazza contro il terrorismo islamico, ma non siamo Charlie

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charlie-hebdo-terrorismo-islamico-francia-tempi-copertinaAnticipiamo l’editoriale del nuovo numero del settimanale Tempi, in edicola da domani (giovedì 15 gennaio) con una copertina dedicata ai fatti di Parigi e all’aria che tira nella Francia delle banlieue e in quella dei salotti intellettuali.

Anche noi siamo idealmente in tutte le piazze europee in nome della “liberté”. Ma cos’è libertà? Cos’è, senza verità? Cos’è se, come dice Il nome della rosa, libro di culto in Occidente, «il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità» perché «l’unica verità è imparare a liberarci della passione insana della verità»? Ma se la verità è una passione insana, che verità ha la condanna della violenza e della “non libertà”?

Lotta al terrore non è il rito della Marianne. Né libertà è una unità che dura lo spazio di un mattino. Certamente non è né lotta né libertà ripubblicare, come hanno fatto i gesuiti della rivista Études, le vignette anticattoliche di Charlie Hebdo. Dove Gesù in croce denuncia il Conclave e papa Francesco è una ballerina a Rio (mancava solo la più famosa, la Trinità raffigurata come un trio di sodomizzatori). «Segno di forza» per i gesuiti francesi. Segno di confusione mentale e subalternità culturale secondo noi. Per questo noi non siamo Charlie.

Se di tutto si può ridere, ma è “discriminatorio” chiamare le cose col loro nome, che differenza c’è tra lo Stato Teocratico e lo Stato Ateocratico? La linea di demarcazione si assottiglia. Ed è la linea di chi, alla vigilia di nazismo e comunismo, ha preparato i cimiteri europei proclamando «il vero, il certo, il reale. Come lo odio!». Se questo è Nietzsche che muore pazzo ma ritorna nelle odierne ideologie europee, siano esse di marca buonista o teorie del gender, cosa dice Kouachi mentre è barricato e rivendica al telefono con Bfmtv «sono stato mandato da Al Qaeda nello Yemen»? Dice e proclama: «Non siamo killer. Siamo difensori del Profeta. Noi non ammazziamo nessuno». Eccolo l’altro volto – quello più efferato, al culmine della pazzia – dell’odio per il vero, il certo, il reale.

L’Europa di Babele tollera che interi quartieri delle sue capitali siano gestiti dalla sharia. Ma non che si mostrino croci o presepi, cultura e identità cristiane. Guai a parlare di famiglia uomo-donna. E fascista chi insorge contro la prepotenza. È libertà andare a braccetto con chi dichiara “terroriste” due donne solo perché guidano a viso scoperto e con chi, lo stesso giorno che abbraccia Hollande in piazza, a Gedda abbraccia il boia che sta infliggendo le prime cento frustate (delle mille, e dieci anni di galera) sentenziate per il blogger che ha osato dirsi “musulmano liberale”? Che libertà è dichiarare l’Ungheria para-fascista perché ha messo in Costituzione la difesa della vita e non alzare un dito per chiedere al Pakistan di fermare le stragi di cristiani e liberare una donna, madre di cinque figli, Asia Bibi, denunciata perché ha bevuto un bicchiere d’acqua “islamico” e che attende da cinque anni, chiusa in una cella senza finestre, di essere impiccata per “blasfemia”?

Dobbiamo andare avanti? Quanti esempi si affollano davanti ai nostri occhi. L’Europa? Come scrive Houellebecq, il nostro destino è segnato. A meno che, da persone veramente libere, da persone di qualunque credo e di qualunque ateismo; insomma, da persone realmente europee, ricominciamo a cercare e a difendere, qui e nel mondo, la libertà nella verità.

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