La legge non è la verità, ma una buona legge è meglio di una cattiva

Perché non si ripetano altri casi come quello di Alfie Evans non basta nominare un “mediatore”. E occorre impegnarsi per far approvare norme che rispettino la legge naturale

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Caro direttore, a proposito del dramma vissuto da Alfie, ho letto con molto interesse l’articolo apparso sul Foglio il 23 maggio e giustamente intitolato “La legge non è la verità”. Ho apprezzato il contenuto dell’articolo, anche se vorrei fare alcune osservazioni, che mi sono suggerite anche da un importante incontro, a cui ho assistito, tenutosi a Milano il 21 maggio sul tema “Legge e libertà”, con oratori il magistrato Alfredo Mantovano e don Alberto Frigerio, essendo tu stesso il coordinatore.
La prima osservazione riguarda il fatto che il riferimento a quello che chiamiamo “diritto naturale” porta senza indugi a individuare nei genitori i responsabili unici e indiscutibili di ogni grave decisione relativa ai propri figli. I genitori (e nessun altro) hanno dato la vita ad Alfie e, come conseguenza di questa misteriosa circostanza, spetta ad essi la responsabilità di crescere, secondo la propria coscienza, il loro bambino, che, sia chiaro, non appartiene né ai giudici, né alle leggi né allo Stato. Semmai, appartiene a Dio che l’ha voluto. Sul tema di “chi” fosse responsabile non mi porrei alcuna domanda, tanto è chiara la risposta.
Come conseguenza di questa prima osservazione, mi permetto di esprimere la mia perplessità circa l’idea di nominare, anche in casi simili, una sorta di “mediatore”, come se non bastassero le leggi ed i giudici. Un mediatore slegato da ogni legge non potrebbe che essere soggetto alla propria ideologia, il che porrebbe altri problemi in un’epoca come la nostra dominata da quelli che il grande Chesterton definiva “pazzi”. Ci immaginiamo cosa succederebbe se la mediatrice fosse una certa Bonino? Ricorrendo alla mediazione si sfuggirebbe al problema, senza risolverlo.
Infine. Sono totalmente d’accordo con il titolo secondo cui la legge non è la verità. Ci mancherebbe altro. La legge, effettivamente, non è la verità, ma facciamo attenzione: non cadiamo nella tentazione di pensare che, allora, possiamo essere indifferenti rispetto alle leggi. Al contrario, dobbiamo lottare, ognuno secondo la propria competenza, perché la nostra società e la politica in particolare producano leggi buone piuttosto che leggi cattive. Se in Inghilterra ci fosse stata una legge giusta, secondo natura, probabilmente Alfie non sarebbe stato ucciso. Questa osservazione trae ragione anche dal fatto che la legge, buona o cattiva che sia, in ogni caso determina un costume che finisce con il far diventare “morale” ciò che prima non lo era. Ne è un esempio la legge italiana sul divorzio, che, anche oltre le intenzioni, ha reso “normale” nel nostro Paese il considerare il matrimonio non “per sempre”; e ciò sta portando gravissimi danni all’intera società italiana e non solo offese alla morale. La stessa cosa si può dire della legge sull’aborto. E la stessa cosa avverrà per la legge sulle Dat, che, probabilmente, renderà “normale” anche in Italia prendere decisioni come quelle che hanno portato alla morte del povero Alfie. In altre parole, si contribuisce al bene comune anche con leggi secondo giustizia e buon senso, il che non sta avvenendo, anche per l’indifferenza di molti cattolici.
Caro direttore, è chiaro che solo l’incontro con Cristo ci salva: ma chi incontra Cristo affronta tutto in modo diverso, anche il contenuto delle leggi. Non possiamo essere indifferenti, in nessun caso.
Peppino Zola
Foto Ansa

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