La censura di Scruton e il suo giudizio sulla Cina che ci riguarda sempre di più

Esiste ancora la libertà d’opinione o dobbiamo tutti sottometterci a una cultura illiberale e per giunta fallimentare proprio sui temi toccati dal filosofo nell’intervista dello scandalo?

Sir Roger Scruton

Per gentile concessione della rivista Vita e Pensiero, pubblichiamo di seguito un commento di Sergio Belardinelli al “caso Scruton” apparso sabato 15 giugno nel quindicinale online VP Plus+.

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Ci sono intellettuali che qualsiasi cosa scrivano sembrano destinati a suscitare interesse ma anche polemiche. E Roger Scruton è sicuramente uno di questi. Filosofo e scrittore di stampo decisamente conservatore, Scruton non è certo il tipo che si tira indietro dal dire la sua anche sulle questioni più spinose dei nostri giorni. Col suo stile limpido e sarcastico suscita spesso reazioni virulente non soltanto tra i suoi avversari ma anche tra i suoi estimatori, i quali anche quando sono sostanzialmente d’accordo con lui sentono sovente il bisogno di aggiungere un “ma”. Sì, Scruton ha ragione, ma…

Personalmente mi sento uno di questi estimatori. Apprezzo molto il suo pensiero e il suo coraggio intellettuale; sono ben contento di aver ospitato nella mia collana presso l’editore Cantagalli la traduzione italiana di un suo libro bellissimo (Comprendere la musica. Filosofia e interpretazione); ma non sempre condivido le sue posizioni, né il modo col quale le presenta. Nulla di strano, si potrebbe dire. Non è forse la cosa più normale di questo mondo che tra intellettuali si discuta e spesso addirittura ci si accapigli sulle più svariate questioni? Certamente sì, ma (e si tratta di un “ma” grande come una casa) oggi si ha la sensazione che tutto questo non sia più tanto scontato. E vengo così al punto.

Di recente, come molti sanno, a seguito delle dichiarazioni contenute in un’intervista a tutto campo rilasciata al settimanale progressista The New Statesman, Roger Scruton è stato licenziato dall’incarico, che gli era stato conferito dal governo inglese, di capo di una commissione che si sarebbe dovuta occupare di politiche abitative. Queste, in estrema sintesi, le dichiarazioni incriminate: «Chiunque neghi che esiste un impero di Soros in Ungheria non guarda i fatti»; «Non ha senso accusare il primo ministro ungherese Viktor Orbán di antisemitismo. Lo stesso dicasi per le accuse di islamofobia, una parola inventata dalla Fratellanza musulmana per impedire che si parli seriamente della questione»; «Gli ungheresi si allarmarono molto di fronte all’invasione improvvisa di enormi tribù musulmane dal Medio Oriente»; «Ogni cinese è una sorta di replica di un altro e questa è una cosa molto preoccupante». In questo modo Scruton avrebbe offeso gli ebrei ungheresi, avrebbe manifestato una chiara inclinazione islamofobica e sarebbe stato razzista contro i cinesi.

Premesso che le suddette dichiarazioni, prese di per sé, mi sembrano piuttosto superficiali, certamente al di sotto della statura intellettuale di chi le ha fatte; premesso altresì che chiunque rilasci dichiarazioni a qualsiasi giornale farebbe bene a pretendere di controllarne il testo prima della pubblicazione; premesso infine che, a leggere tutto quanto Scruton ha detto al suo intervistatore, non soltanto ciò che delle sue parole è stato riportato, si ha chiaramente l’impressione che il pensiero del settantacinquenne filosofo inglese sia stato gravemente manipolato; premesso tutto questo, resta una questione che a mio modo di vedere è più grave ancora: come è possibile che il governo di un paese europeo (lasciamo stare la Brexit) decida nel giro di poche ore di licenziare Scruton soltanto sulla base delle reazioni furibonde scatenate in rete dalle sue parole?

A me certamente il primo ministro ungherese Viktor Orbán non piace, né penso che il problema dell’immigrazione sia un problema da surriscaldare con riferimenti all’islam e alle «enormi tribù» di musulmani che minacciano l’Ungheria o l’Europa. Tuttavia ritengo che il punto di questa vicenda sia un altro. In primo luogo, infatti, chiunque legga la versione integrale dell’intervista a Scruton, anziché quella pubblicata, avverte che il suo discorso si muove su un piano che non è in alcun modo quello sul quale è stato posto dal suo intervistatore. In secondo luogo, e questa è una questione molto più seria, occorre domandarsi se nei nostri paesi europei esiste ancora la libertà d’opinione o dobbiamo invece tutti sottometterci ai canoni di una cultura certo potentissima, ma illiberale e per giunta piuttosto fallimentare proprio sui temi toccati da Scruton nella sua intervista.

Mi spiego. Come non capire che il successo in Europa di certe culture, diciamo così, populiste e contrarie all’immigrazione, di cui Orbán è sicuramente un rappresentante (non l’unico, purtroppo), dipende in gran parte proprio dalla leggerezza criminale con la quale molti di coloro che oggi stigmatizzano il pensiero di Scruton per anni hanno ignorato o liquidato come pseudo-problemi l’identità dei popoli e delle nazioni e la stessa immigrazione? Come non capire che un mercato capitalistico senza diritti sociali e senza democrazia, quale è quello che si sta sviluppando in Cina, costituisce un problema di dimensioni gigantesche per il mondo occidentale? A tal proposito giova riportare per intero le parole dette da Scruton al suo intervistatore a proposito del futuro dell’umanità:

«Penso che ci siano delle difficoltà che stiamo ignorando. Ad esempio l’ascesa dei cinesi. C’è qualcosa di pauroso che riguarda la politica di massa cinese. Io penso che noi inventiamo robot, ma anche loro in un certo senso creano dei robot con il loro stesso popolo. Restringendo la libertà, ogni cinese diventa una sorta di replica dell’altro e questa è una cosa molto preoccupante. Forse non ne so abbastanza per esprimere questo giudizio, però la loro politica funziona in questo modo e anche la politica estera. Sono tornati i campi di concentramento, in larga parte per rieducare i musulmani e via dicendo».

Che dire? A me, che sono forse un po’ più liberale e meno conservatore di Scruton, queste sue parole piacciono molto e certamente suonano più come una rivendicazione di libertà che come un’offesa al popolo cinese. Il fatto che siano state strumentalizzate come ha fatto The New Statesman, producendo gli effetti che conosciamo, fa supporre che anche in Europa, sulle nostre libertà, faremmo bene a tenere gli occhi un po’ più aperti.

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Sergio Belardinelli, autore di questo articolo, è docente di Sociologia dei processi culturali presso il dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna, già membro del Comitato nazionale di bioetica, ha scritto sui cambiamenti storico-culturali della nostra epoca, con particolare riferimento alla bioetica, alla biopolitica e ai rapporti tra religione e società.

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