Il carattere negativo della sinistra secondo Scruton

Di Carlo Marsonet
06 Agosto 2026
Un libro-provocazione del grande filosofo inglese per spiegare le radici della sinistra politica e intellettuale
Roger Scruton
"Roger Scruton no Fronteiras do Pensamento São Paulo 2019" by fronteirasweb is licensed under CC BY-SA 2.0

In un libro recentemente tradotto in italiano da Giubilei Regnani, il filosofo Roger Scruton si sofferma su quelle che sono le origini intellettuali della sinistra così come le sue configurazioni contemporanee. Conoscere la sinistra per evitarla. I pensatori della New Left (titolo originale Fools, Frauds and Firebrands: Thinkers of the New Left) vuole essere, come dice lo stesso autore fin dall’introduzione, un libro provocazione: il linguaggio impiegato è diretto e carico di giudizi di valore. Che si sia amici di Karl Marx e dei suoi epigoni intellettuali, o meno, non si rimane di certo indifferenti. Scruton, attraverso i capitoli, passa in rassegna pensatori ed esperienze intellettuali tra i diversi paesi, dall’Inghilterra agli Stati Uniti, dalla Francia di Sartre e Foucault alla Germania della Scuola di Francoforte (forse i due capitoli più gustosi, dato anche il seguito degli autori), per arrivare alla macchina del nonsenso di Lacan, Deuleze e Althusser e ad alcuni contemporanei come Zizek. Ogni capitolo può essere letto a sé, perché coglie specificità ed elementi peculiari del “pensiero” elaborato.

Il capitolo più importante è però il primo. Scruton spiega molto chiaramente quelli che sono i punti nevralgici del pensiero di sinistra, per come influenzato massicciamente dall’opera marxiana. Il tema fondamentale che emerge è uno, e cioè il carattere negativo di questa macro-area intellettuale. Lo stesso Marx, d’altronde, ha dedicato tutta la sua opera a criticare il sistema borghese da abbattere, senza praticamente accennare alla parte costruttiva e propositiva. L’esistente è rifiutato perché ingiusto e oppressivo, ma i contorni dell’umanità liberata dal giogo capitalistico rimangono del tutto oscuri. Insomma, intanto pensiamo a fare tabula rasa, poi si vedrà. Ovviamente, questo “piano” non considera la pluralità del mondo, giacché gli individui non sono visti come persone dotate ciascuna di un proprio moto individuale, bensì in quanto entità assorbite in gruppi più ampi. La meta finale giustifica il fatto che alla fine del processo vi siano delle vittime: la liberazione dell’oppressione, d’altronde, non può essere indolore. Amen.

Cosa rimarrà?

Questo pensiero rivoluzionario subisce, però, un cambiamento nel corso del tempo. Si burocratizza, in qualche modo. La sinistra continua a ricercare la giustizia sociale – qualsiasi cosa ciò significhi: ma il linguaggio oscuro, osserva Scruton, è tipico dell’area culturale esaminata – e la liberazione, ma lo fa in modo più “dolce”. Attraverso la legislazione e attraverso l’intervento politico. Cambiamento sì, ma fino a un certo punto. Anche perché rimangono i “duri e puri” che continuano a lottare (?). Tale lotta, però, segue, soprattutto dopo il Sessantotto, un’altra via, che è quella della decostruzione. Di cosa? Di tutto: pensiero, istituzioni, cultura. E qui riemerge – non se n’è mai andato né potrà mai farlo – il carattere negativo della sinistra. Dandosi da fare costantemente per abbattere tutto, che cosa rimarrà? Nulla. La liberazione dell’umanità dall’umanità stessa, ecco l’obiettivo finale: la pulsione unanimistica che trova concretizzazione nell’unione del tutto nel nulla. L’utopia che si fa distopia.

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