Se Scruton vi sembra un mostro, allora io?

Appassionata (e ironica) difesa del celebre filosofo conservatore britannico, accusato di “pensare ad alta voce” su islam, omosessualità e molto altro

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Roger Scruton

Per gentile concessione del Catholic Herald, proponiamo di seguito in una nostra traduzione un articolo di Tim Stanley, giornalista e storico, apparso il 15 novembre nel sito del magazine cattolico londinese. Il testo originale in inglese è pubblicato in questa pagina.

La guerra contro Roger Scruton la prendo sul piano personale. Il filosofo conservatore è stato recentemente nominato in un’insignificante commissione del governo britannico chiamata a rendere più belle le case, e gli “archeologi dell’offesa” si sono messi al lavoro. Scavando nel catalogo del suo passato, hanno scoperto che una volta ha detto che l’islamofobia è un concetto equivoco; che ha definito l’omosessualità “non normale”; che ha parlato di un “impero di Soros”. In sostanza è stato riconosciuto colpevole di “pensare ad alta voce” e se questo è quanto basta per essere distrutti oggi, tanto vale tagliare la testa al toro e sbattere in galera ogni filosofo vivente. La maggior parte di loro si sentirebbe a casa. Si passa gran parte del tempo a letto e si dice che le droghe siano di prima qualità.

Scruton non è il primo a ritrovarsi la folla contro, ma le vittime precedenti erano tendenzialmente più difficili da difendere. Per esempio, Toby Young, autore di Come perdere gli amici e alienare le persone, ha dovuto dimettersi da un ente educativo in quanto donnaiolo – e pur essendo uno degli uomini più rispettabili e discreti che io abbia conosciuto, era destino che una vita passata a fare apprezzamenti alle donne sui loro seni lo avrebbe perseguitato.

Scruton, comunque, è inattaccabile. È eccezionale a livello personale (si prese dei rischi enormi per aiutare i dissidenti della Cecoslovacchia comunista) e uno scrittore sontuoso, con una predilezione per l’influenza reciproca di pensiero, fede e arte. Se gli togliete Scruton, i conservatori non avrebbero quasi più eroi: è l’Edmund Burke di questa generazione. È così grande, così importante per la comprensione che l’Occidente ha di se stesso, da fare apparire i suoi critici piccolissimi, intenti a dargli addosso con i loro tweet tutti uguali, carichi del linguaggio prescritto dalla sinistra virtuosa. Le denunce ormai si ripetono a macchinetta. “Intollerante”, “problematico”, “incrocio tra un fobico e un nazista” – conoscete la solfa.

L’altra mia reazione a questo caso è un po’ più incentrata su di me. Se Scruton è inaccettabile, che dire di me? O dei miei amici? O, peggio, della Chiesa? Stiamo arrivando al punto in cui l’area delle opinioni accettabili si è talmente ristretta, e il prezzo di un’incursione al di fuori di essa è talmente aumentato che chiunque abbia idee non convenzionali si trova davanti a una scelta tremenda: mettere a repentaglio la propria carriera o semplicemente tacere. Sono sempre di più quelli che optano per la seconda. Se adesso incontrassi un giovanotto dotato di senso civico – di destra o di sinistra – la mia coscienza mi imporrebbe di istruirlo per bene sui pericoli dello spazio pubblico. I critici esamineranno qualunque cosa tu abbia mai detto. O ti rovineranno con uno screenshot, oppure, se sei dotato della necessaria disciplina, sarai costretto a vivere un’esistenza così assolutamente controllata che quasi non varrà la pena di viverla.

Quest’ultima è una forma di “rigidità” che il Papa condanna regolarmente (e giustamente), e che potrebbe essere un veleno per la democrazia tanto quanto l’aperta espressione del pregiudizio. Un’opinione repressa non evapora. Ribolle nel risentimento ed erutta in estremismo. Questa dinamica contribuisce a spiegare la formazione della base elettorale di Donald Trump. Molti amici mi hanno confessato di aver passato una considerevole quantità di tempo a guardare video di Trump su YouTube, in genere quelli con lui che chiama qualcuno una “horrible, horrible person” (nove volte su dieci si tratta di Rosie O’Donnell). Perché lo fanno? Perché Trump è molto, molto divertente, ma anche perché sfonda la recita della politica – tutta quella falsa cavalleria e virtù morale – e dice le cose come stanno (o quanto meno come appaiono a tantissimi).

Il rovescio della medaglia è ovvio: quell’uomo è un orco. Ma non sarebbe neanche lontanamente tanto popolare se i suoi avversari non fossero così insopportabilmente virtuosi, con un puritanesimo sinistro capace di offendersi per la vita in quanto tale. Siamo tutti imperfetti. Abbiamo tutti pensato e detto cose cattive. Impariamo; chiediamo scusa; andiamo avanti. Trump, invece, rimane dov’è, e a volte sembra l’unico uomo nella pubblica piazza che non si vergogna del proprio pensiero. Esibisce con coraggio un profilo ignobile.

Certo, il coraggio è da sempre un elemento critico per l’identità cattolica. Il cristianesimo è un rischio: il rischio della povertà, il rischio della fiducia, il rischio di esporre la verità. E l’Occidente nel 2018 resta un posto relativamente tranquillo in cui correre questi rischi (non lo scambierei con la Spagna degli anni Trenta o con la Cina odierna).

Ma dobbiamo essere realisti, e ragionevoli, riguardo alla disponibilità di molti cristiani a giocare d’azzardo con le proprie reputazioni, professioni o famiglie. Se Scruton uscirà danneggiato da questa protesta, il messaggio da intendere sarà che è più semplice credere in ciò in cui credi in privato che in pubblico, cosa che porterà a ulteriori ritirate dalla politica, dal giornalismo e dall’università, con un effetto domino: meno liberi pensatori intelligenti si troveranno nello spazio pubblico, meno attrattivo questo sarà, e più si allargherà il boicottaggio. Chi vorrebbe rinchiudersi in un Parlamento o in un Congresso con il tipo di persone che credono sinceramente che Roger Scruton sia un mostro? Il caro, dolce, innocuo, vecchio Roger che indossa completi in tweed e la domenica va a cavallo. È come odiare il proprio nonno.

Foto Ansa

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