Il nervo scoperto del mondo. Due popoli per una Tragedia
Pubblichiamo la prefazione dell’inviato di guerra de La Stampa Domenico Quirico al libro di Tempi “Il nervo scoperto del mondo. Cento domande e risposte sul conflitto israelo-palestinese”. Il volume sarà disponibile al nostro stand al Meeting di Rimini (Hall Sud) ed è già acquistabile sui siti dell’editore Rubbettino e Amazon.
Tutti gli autori (Andrea Avveduto, Anna Bagaini, Simone Cantarini, Rodolfo Casadei, Giancarlo Giojelli, Leone Grotti) hanno collaborato gratuitamente. I proventi delle vendite (prezzo di copertina è di 15 euro) saranno devoluti alle associazioni che aiutano i cristiani in Terra Santa. Un piccolo contributo per sostenere la presenza di chi vive in quelle terre.
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Due popoli per una Tragedia
Qual è la essenza della Tragedia, della tragedia classica? Lo scontro insolubile non tra un torto e una ragione ma tra due ragioni che lo percorrono da cima a fondo. E da cui nasce l’incertezza che rovescia il rapporto con il mondo, con la stessa vita di coloro che la vivono. Antigone e Creonte hanno entrambi ragione: l’una a invocare il diritto superiore della Pietà, l’altro a esigere il rispetto della Legge senza cui tutto è guerra e caos. La scelta che ci propone Euripide è ambigua, produttrice di dubbi e rimpianti. Ebbene: la questione palestinese, che anno dopo anno è ridiventata “la nuova questione d’Oriente”, come ai tempi dei sultani moribondi e dei medici subdoli che li tenevano, boccheggianti, in vita per spremerli fino in fondo, è la Tragedia, la deflagrazione che ci ha lasciato come eredità il maledetto Novecento. Non possiamo ricusarla: è un’eredità che comporta il rischio di non venirne mai a capo, di prolungarne la morte, di non essere altro che spettatori di questa morte, di vivere anche noi, in essa, mortalmente.
Il secolo delle guerre mondiali e degli olocausti ce l’ha regalata intatta, cocente, a suo modo immortale: come se accettare di fallire, nel risolverla intendo, fosse più importante di rinunciare a riuscire. Due ragioni si oppongono, intatte nelle reciproche agonie del dolore: noi siamo qui, dicono gli ebrei, perché eravamo qui al tempo di Davide e dei profeti, perché il ritorno è il compenso per aver subìto il più grande delitto collettivo del Novecento. Possiamo, noi europei, che quel compenso abbiamo escogitato per assolverci dalla nostra Colpa, negare che sia vero? «Noi eravamo qui quando voi siete arrivati», replicano i palestinesi, «non siamo colpevoli dell’Olocausto, e il vostro Stato è opera di europei colonialisti, imperialisti e sfruttatori che hanno usato il sionismo come strumento per trasformarci a nostra volta in profughi…»: e anche questo possiamo, in coscienza, negare che sia vero?

Un secolo di stragi
Il contrasto è genuinamente politico, la religione non ha più alcun rilievo se non nelle esasperazioni reciproche dei fanatici, nella paradossale fratellanza tra i beceri assolutisti della Grande Sion e gli omicidi aspiranti al Califfato di Palestina. Così le pochissime idee che in questa parte del mondo, l’Occidente, abbiamo elaborato dopo il 1948 e la spartizione della Palestina, fanno la muffa nella penombra delle cose dette per nascondere il vuoto. E al primo posto c’è la fata morgana dei “due popoli per due Stati”, che opponiamo ottusamente a quasi un secolo di stragi e di odio tormentato, per sperare di sopravvivere, di sopravvivergli. Aleggia su di noi densa e diffusa, a seconda delle necessità di politicanti mediocri, come una cenere grigia.
Ebbene, in questo vuoto assoluto l’unica realtà decifrabile è che nelle attuali condizioni storiche il problema è insolubile. Poiché le verità sgradevoli non suscitano primati di popolarità nessuno lo ammette. E questo è l’altro volto della tragedia: il lievito di indifferenza che la avvolge da settant’anni. Se non c’è una guerra grossa, un attentato, un pogrom colossale o una rappresaglia assira, che fremiti ci dà la Palestina? Quali università insorgono, quali flottiglie umanitarie levano le ancore? Nessuna, è una delle tante guerre eterne che percorrono il mondo… L’impegno per ottenere finalmente una convivenza non omicida, anche imperfetta, dopo il fremito di orrore per Gaza, è tornato alla sua natura di futile messa in scena, di un agitarsi per la platea, di un buco nell’acqua. Una illusione per poter continuare a dormire i nostri sonni tranquilli. Nella immensa contrada in cui gorgoglia l’assenza, che fine hanno fatto gli uomini, le donne e i bambini del sette ottobre e del dopo sette ottobre? In poche parole sono ritornati i fantasmi. Eppure i fantasmi dovrebbero farci paura. Dovremmo avvertire la sensazione di aver traversato la morte, di averla in qualche modo anche noi spettatori vissuta e di essere tornati da un viaggio che ci ha trasformati, forse trasfigurati. E invece: nulla.
Accordi siglati e ridotti a nulla
Attenzione, grida qualcuno, pendio pericoloso. Così si autorizza la rassegnazione, il mettersi alla finestra, si autorizza la violenza in saecula saeculorum! Ma se il problema non è, e forse non è mai stato, di natura etnica, ideologica e teologica, che fare? Dal 1948, quando Israele è stato autorizzato ad esistere da una versione ancora lillipuziana delle Nazioni Unite, il problema della coesistenza è stato fin dall’inizio di natura matematica. Ovvero: c’erano due popoli che esigevano come loro una sola terra, e la esigevano tutta, dal fiume al mare, come dicono oggi non solo gli estremisti di entrambe le parti. E non la volevano come era scritto nelle cartine del 1947 a pezzi, a frammenti, a bocconi. Intera la volevano, perché la storia, il destino, dio eccetera eccetera tutta gliela avevano concessa.
Così avevano promesso ai palestinesi gli Stati arabi quando avevano annunciato boriosamente che Israele l’avrebbero spazzato via dopo una breve guerra nel 1948, e invece la persero quella guerra; così hanno immaginato i leader israeliani dopo aver stravinto un’altra guerra, quella del 1967. E fu una vittoria così assoluta da convincerli che il problema fosse definitivamente risolto, dal fiume al mare appunto. E Netanyahu e i suoi e la nuova destra religiosa non fanno altro che riprendere i fili di quella hybris che ha la firma di Golda Meir, Dayan, Rabin…
Le memorie decomposte del Novecento
Da settantotto anni ogni conflitto, Intifada, attentato e rappresaglia ci rammentano impietosi quella impossibilità matematica di far entrare il due in uno, e veniamo riportati nudi di fronte alla ipocrisia della nostra idea irrealizzabile: due popoli per due Stati. Anche persone stimate la professano, qui, non certo tra il Giordano e il mare; ma è una bugia consapevole e mentire è sempre immorale, anche davanti alla Storia. Il risultato è che mentre la dirigenza palestinese ingrassa nella corruzione, Hamas diventa l’unica soluzione e lo Stato ebraico involve in una sorta di Sparta di moderni opliti con i missili che agisce per ammutolire l’intero Oriente “allargato” come se fosse un vassallo obbediente. Israele usa la forza senza tentennamenti, e i suoi vicini lo sanno. È questa la trasformazione della deterrenza.
Questa eredità del secolo breve, della fine della Storia è la prova di come noi occidentali, ma anche israeliani e palestinesi, viviamo ancora all’interno delle idee e delle memorie decomposte del Novecento, nel suo vissuto defunto e prezioso. L’affidare la soluzione alla edificazione di un ennesimo Stato-nazione palestinese corrispettivo di quello ebraico in un mondo popolato di Stati falliti, rinvia a una steppa plumbea, a un mondo minerale di stelle fredde. Dove si sono accampati israeliani e palestinesi che hanno siglato “accordi” solo per iniziare un secondo dopo, con la firma ancora umida, a lavorare per ridurli al nulla. Operazione, quella sì, perfettamente riuscita.
La preferenza è una cosa seria.
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La necessità di tornare alla realtà
Gli unici che non hanno mai speso una parola o una fatwa per promettere ai palestinesi uno Stato sono i jihadisti. I palestinesi, argomentano i teorici del Califfato universale, non ne hanno alcun bisogno: diventeranno alla fine della purificazione con la guerra santa, cittadini della umma islamica. A che serve di fronte a questa definitiva palingenesi un micro-Stato? Non è un caso che i jihadisti siano gli unici, in questo tempo di dissoluzione della tarlata civiltà novecentesca, che non abbiano alcuna nostalgia per le regole del secolo defunto, secolo della umiliazione musulmana e delle innumerevoli nakbe dell’islam non solo sulle rive del Giordano.
Allora, di fronte a questo deserto di prospettive politiche (ma le condizioni storiche possono cambiare), perché leggere un libro come Il nervo scoperto del mondo è importante? Perché pone, come dovrebbero fare tutti i libri, socraticamente delle domande a cui cerca di dare risposte basate sui fatti, su quanto è accaduto dal 1948 a oggi in quel frammento rovente della Storia. Invece di intervistare irrilevanti intellettuali “illuminati” delle due parti per offrirci risposte confortanti sulla volontà di coesistenza (che maggioranze infervorate rifiutano con lo stesso radicale furore), ecco l’unico modo per ritornare alla realtà, decifrandone almeno la natura sanguinosamente totalitaria.
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