Come George Orwell diventò George Orwell
I grandi scrittori nascono difficilmente dal nulla. Ciò che sono e ciò che scrivono traggono influenze da esperienze vissute ed esperimenti precedenti. Così è anche per George Orwell (1903-1950), alias Eric Arthur Blair, autore di capolavori come La fattoria degli animali e 1984. Dopo Il potere e la parola, raccolta di scritti orwelliani su propaganda e censura politica, pubblicata qualche anno fa da Piano B e con un bel saggio introduttivo della storica del pensiero politico Diana Thermes, sono ora a disposizione del pubblico italiano altri due volumi orwelliani: I miei anni alla BBC. 1941-1943 e Cronache di guerra, entrambi pubblicati da Luni Editrice.
Questi due libri curati da William John West, di quasi 1000 pagine complessive, sono il frutto del materiale trovato nel 1984 presso gli archivi della BBC a Reading. Lettere, scritti vari, commenti di guerra che costituiscono l’ossatura di colui che diventerà poi George Orwell. Lo scrittore lavora tra il 1941 e il 1943 come produttore di talk show nella Sezione Indiana del servizio orientale della Bbc. Sono anni duri, quelli della Seconda guerra mondiale. Anni di conflitto armato, ovviamente, ma pure di una guerra che si combatte attraverso la propaganda e la censura. Il ministero dell’Informazione (Moi) attuava così un doppio controllo sui programmi della Bbc: uno per motivi di sicurezza militare, uno per motivi politici. Orwell sperimenta allora sulla propria pelle quel che poi scriverà in 1984: un ferreo controllo del linguaggio, perché chi controlla la parola detiene davvero le leve di un potere incontrastato che soggioga passato, presente e futuro.

Neolingua e bolscevismo
Quando entrò alla Bbc, ricorda il curatore, Orwell non era in realtà a conoscenza della capillarità di questo potere “poliziesco”, della qual cosa si sarebbe poi da dentro invece accorto, e assai bene. Anche a livello di lingua impiegata: un idioma artificiale e meccanico che lo avrebbe influenzato nella sua idea di “Neolingua”. Nel 1943 lasciò l’emittente, ormai giunto a un livello critico di sopportazione per la cappa censoria.
In Cronache di guerra viene riportato un interessante rapporto speciale del Moi volto a “regolamentare” il modo in cui si doveva parlare della Russia, al momento alleata inglese in funzione antitedesca. Ciò mostra quanto i funzionari del Ministero fossero influenzati dalla propaganda del Partito comunista. Nella guida per «contrastare la paura ideologica del “bolscevismo”» si legge, ad esempio, che «dovremmo dimostrare che tutti gli orrori associati dalla propaganda tedesca allo spauracchio tedesco – distruzione della cultura, disgregazione della vita familiare, lavori forzati, campi di prigionia, confisca dei beni, distruzione della religione, eliminazione della libertà ecc. – sono stati in realtà perpetrati dai nazisti stessi nell’Europa occupata». Come se nazionalsocialismo non fossero l’uno lo specchio abominevole dell’altro totalitarismo.
Riscoprire piaceri semplici
Ne I miei anni alla BBC, invece, una menzione a parte merita un altro punto, e cioè l’intervento Soldi e armi, datato 20 gennaio 1942. Orwell coglie la totale disumanità della guerra, da un lato, ma al contempo sembra lodarne un tratto non secondario. E cioè che, in tempi di conflitto armato, gli esseri umani sembrano riscoprire cosa è davvero necessario e cosa no, cosa è davvero primario e cosa ancillare.
«E sotto la pressione di questa necessità – egli commenta – stiamo riscoprendo i piaceri semplici – leggere, camminare, fare giardinaggio, nuotare, ballare, cantare – che avevamo quasi dimenticato negli anni di sprechi prima della guerra». Un pensiero, forse e assai limitatamente anche condivisibile, ma che ci interroga tutti: c’è davvero bisogno di una guerra per apprezzare le permanent things? Speriamo di no.
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