Che cosa è cambiato da quando si poteva criticare Soros (anche a sinistra)

Il commento al licenziamento di Scruton firmato dal sociologo marxista e libertario Frank Furedi, ungherese come lo speculatore profeta della “Open Society”

George Soros con Jean-Claude Juncker

Tra i commenti più interessanti al licenziamento per scorrettezza politica di Sir Roger Scruton, va annoverato sicuramente quello scritto qualche giorno fa dal sociologo Frank Furedi per spiked. La rivista online britannica è nota per schierarsi sempre e comunque, da sinistra (molto da sinistra), a favore della libertà di espressione in tutte le sue forme, comprese quelle ritenute “offensive”. C’era da aspettarsi dunque che spiked prendesse le difese del filosofo conservatore, scelto dal governo di Londra (anch’esso in teoria conservatore) per guidare la commissione sull’estetica dell’edilizia e successivamente cacciato per alcune sue dichiarazioni, per altro un po’ distorte, sui cinesi, sull’islam e l’islamofobia, e soprattutto su George Soros.

Il commento di Furedi, comunque, ha un valore particolare non solo perché lo stesso autore, come tutto il nucleo di intellettuali fondatori di spiked, vanta un passato di militanza lontanissimo da quello di Scruton (basti ricordare che è stato un leader del Partito comunista rivoluzionario britannico), ma anche perché Furedi, già professore all’Università del Kent, è ungherese proprio come Soros.

UN VECCHIO RITRATTO CON SFREGIO

Nel suo articolo, il sociologo ricorda che «c’è stato un tempo in cui la critica nei confronti di Soros non era automaticamente condannata come una forma di eresia laica». Anzi, molti organi di informazione, anche a sinistra, volentieri si esercitavano nell’evidenziare in Soros «un parassitismo da speculatore senza scrupoli, indifferente all’impatto distruttivo delle sue azioni sulle vite delle altre persone».

Un notevole esempio di questa libertà nei confronti del magnate, insiste Furedi, fu pubblicato nel 2003 proprio dal New Statesman, la stessa rivista che adesso ha voluto “incastrare” Scruton prima intervistandolo e poi condannandolo per aver giustificato l’uso dell’espressione “impero di Soros”, che secondo l’intervistatore rifletterebbe un luogo comune antisemita. Nota Furedi: «In realtà, il riferimento di Scruton a un “impero di Soros” in Ungheria appare perfino misurato rispetto ai termini utilizzati nel ritratto del 2003 del New Statesman».

«Il trader miliardario è diventato il re senza corona e il profeta della “società aperta” nell’Europa dell’Est», recitava il sommario di quell’articolo. All’interno venivano elencate tutte le figure dell’establishment militare e industriale americano piazzate da Soros in posti chiave della sua rete di Ong, dai generali in pensione agli ex comandanti della Nato, per concludere che «le società e le Ong di Soros sono attentamente avvolte nell’espansionismo americano».

MILIARDI DI DOLLARI E UN PUGNO DI ONG

All’epoca il New Statesman, infierisce Furedi, non si faceva problemi a scrivere che il tycoon americano di origini ungheresi esercitava ingerenze sospette sui governi di paesi esteri. In particolare il sociologo cita questo passaggio dell’articolo:

«Armati di diversi miliardi di dollari, una manciata di Ong e un occhiolino da parte del dipartimento di Stato americano, è perfettamente possibile rovesciare governi stranieri che danneggiano i propri affari, impossessarsi degli asset di un paese e alla fine incassare pure i ringraziamenti per la generosità dimostrata».

Non è finita. Il New Statesman oggi contesta a Scruton che accreditare l’esistenza di un “impero di Soros” in Ungheria è da antisemiti, ma allora come valutare quest’altro passaggio, apparso all’epoca nero su bianco proprio sul New Statesman?

«Nel 1984, [Soros] ha fondato il suo primo Open Society Institute in Ungheria e ha pompato milioni di dollari nei movimenti di opposizione e nei media indipendenti. Queste iniziative, esplicitamente intese a costruire una “società civile”, sono state progettate per indebolire le strutture politiche esistenti e aprire la strada alla colonizzazione finale dell’Europa orientale da parte del capitale globale».

COME DIO, KEYNES, EINSTEIN

Inquietanti inoltre le affermazioni dello stesso Soros selezionate non solo dal New Statesman, ma anche dall’Independent in un altro vecchio ritratto al vetriolo ripescato da Furedi, in entrambi i casi allo scopo (oggi eretico) di metterne in luce la megalomania. In più occasioni lo speculatore si è «immaginato come una specie di dio, un riformatore economico tipo Keynes o, anche meglio, come Einstein». Con l’aggravante di un cinismo non indifferente. Sottolinea Furedi, sempre citando dettagli presi dalla stampa di sinistra:

«Quando fu messo davanti agli esiti devastanti della sua speculazione monetaria sulle economie dell’Estremo Oriente nel 1997, risposte: “Come operatore del mercato, non sono tenuto a preoccuparmi delle conseguenze delle mie azioni”».

LE RAGIONI DEL RIBALTAMENTO

Che cosa è cambiato da allora? Perché oggi non si può più parlare delle mire imperialiste di Soros senza essere accusati di antisemitismo, e senza rischiare perfino il licenziamento come Roger Scruton? La tesi di Furedi è che questo ribaltamento delle cose è frutto della crisi dell’élite occidentale e della sua paura del populismo. «Il rigetto popolare della tecnocrazia incarnata dall’Unione Europea ha costretto la classe politica sulla difensiva. Giustamente, vedono Soros come uno di loro e credono che ogni critica rivolta a lui sia un attacco alla loro legittimità». Tanto è vero che «l’anno scorso il Financial Times lo ha scelto come “persona dell’anno” e, senza ironia, lo ha descritto come il “portabandiera della democrazia liberale”».

Ma se l’interpretazione di Furedi, come tutti i tentativi di lettura, è discutibile, indiscutibilmente emblematici sono invece gli aneddoti personali con cui il sociologo chiude la sua riflessione. Dice: «Non sono sicuro che Scruton abbia del tutto ragione quando fa riferimento a un “impero di Soros” in Ungheria. Ma se questo non esiste, non è per mancanza di tentativi di instaurarlo». Furedi testimonia di prima mano come in effetti negli anni Ottanta e Novanta diversi intellettuali del suo paese di origine fossero entusiasti di farsi promuovere, anche finanziariamente, da Soros. A rafforzare decisamente la sua diffidenza verso il miliardario filantropo fu però un episodio risalente al 2013.

ESPORTATORI DI DEMOCRAZIA

Quell’anno Furedi fu invitato a parlare a un evento sponsorizzato da una fondazione di Soros a Budapest. Durante un pranzo in albergo in compagnia di responsabili e volontari delle varie Ong finanziate dalla rete del tycoon, il sociologo dice di essersi trovato «faccia a faccia con l’ambizione imperiale che guida il network di Soros».

«Me ne stavo seduto in silenzio e mi sentivo a disagio tra quella gente che presumeva con naturalezza di avere il diritto di giocare a fare Dio in giro per il mondo. A un certo punto, la persona a capo tavola – una leader ungherese di una delle Ong di Soros – mi chiese che cosa pensassi del loro lavoro. Risposi che non ero certo che l’imposizione della loro idea di democrazia al popolo della Libia fosse legittima, o che avrebbe funzionato. Senza esitazione, la mia interlocutrice mi aggredì con queste parole: “Non penso che possiamo permetterci il lusso di aspettare che il popolo libico trovi il suo Jefferson!”».

MA QUALE ANTISEMITISMO

La donna si dilungò poi a spiegare a Furedi «con tono altezzoso» perché le società di Soros sarebbero, nella loro stessa visione, «l’equivalente funzionale di Thomas Jefferson per i popoli del mondo». Al netto della possibile sopravvalutazione del ruolo giocato dalla rete di Soros nelle primavere arabe, Furedi ricorda di essere «rimasto scioccato dall’arroganza» di quella gente. È vero che Soros è da tempo un bersaglio prediletto dell’ultradestra, ma chi oggi dice di vedere il fascismo antisemita dietro a ogni polemica nei suoi confronti lo fa in maniera strumentale, assicura da sinistra Furedi: «Per i critici di Soros come me, l’unica caratteristica innocua di George Soros è il fatto che sia un ebreo».

Foto Ansa