La cannabis non cura ansia e depressione. Le scatena
«Pur essendo persone come me a considerare che i benefici terapeutici della cannabis siano estremamente limitati e gli effetti collaterali comuni, il mondo non ci crede. Rafforzati dalle affermazioni dell’industria della cannabis e dalla rapida espansione delle cliniche nel Regno Unito, molte persone vengono fuorviate nell’utilizzare la cannabis per trattare i propri problemi. A mio avviso, le cliniche britanniche operano come spacciatori per la classe media». Così sir Robin Murray, professore di psichiatria al King’s College di Londra, uno dei massimi esperti europei di psicosi. E quella che esprime non è solo un’opinione.
Secondo la vastissima revisione pubblicata su The Lancet Psychiatry – la più ampia e completa finora, con 54 trial clinici randomizzati, 2.477 partecipanti e 45 anni di raccolta dati, dal 1980 al 2025 – non esistono evidenze solide a sostegno dell’efficacia della cannabis nel trattamento dei comuni disturbi mentali, nonostante l’aumento globale dei pazienti che la usano per questo scopo. Depressione, ansia, anoressia nervosa, disturbi psicotici, disturbo post-traumatico da stress e disturbi da uso di oppiacei: secondo gli autori l’utilizzo routinario potrebbe addirittura aggravare la condizione dei pazienti. Il rischio è quello di ritardare l’accesso a trattamenti realmente efficaci per curare bipolarismo, disturbo da deficit di attenzione/iperattività, disturbo ossessivo-compulsivo e dipendenza da tabacco, aumentando i sintomi psicotici nonché il rischio di sviluppare l’ormai famigerata iperemesi da cannabinoidi.
«L’uso di cannabis per il trattamento dei disturbi mentali non è quasi mai giustificato»
Lo studio, condotto da esperti provenienti dalle università di Sydney, Brisbane e Melbourne in Australia e di Bath in Inghilterra, è stato sollecitato dal rapido aumento delle prescrizioni in paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Canada, alle prese con la legalizzazione della cannabis come trattamento della tossicodipendenza e dei disturbi mentali. E la conclusione è chiara: «Data la scarsità di evidenze, l’uso routinario dei cannabinoidi per il trattamento dei disturbi mentali e dei disturbi da uso di sostanze non è attualmente quasi mai giustificato», scrivono i ricercatori.
Certo, alcuni benefici sono stati osservati in ambiti distinti da quello psichiatrico o in condizioni particolarissime (riduzione dei sintomi della sindrome di Tourette, aiuto nel sonno e alcuni segnali nel disturbo dello spettro autistico), ma sempre basati su evidenze di «bassa qualità», non sufficienti a giustificare un trattamento diffuso. Quanto ai rischi, non sono affatto trascurabili. L’uso regolare di cannabis ad alto contenuto di THC è associato a un aumento del rischio di psicosi, peggioramento dei sintomi e dipendenza, soprattutto nei soggetti vulnerabili. Non siamo nel campo dell’innocuo: i danni sono documentati.
Automedicarsi con la cannabis aumenta il livello di paranoia e consumi
Precedenti ricerche condotte dall’Istituto di Psichiatria, Psicologia e Neuroscienze (IoPPN) del King’s College di Londra, in collaborazione con l’Università di Bath, hanno identificato i principali fattori di rischio associati alle forme più gravi di paranoia nei consumatori. Il primo studio, pubblicato lo scorso agosto sulla rivista BMJ Mental Health, ha esplorato la relazione tra i motivi dell’inizio del consumo e l’utilizzo successivo: chi ha iniziato per automedicarsi – per dolore fisico, ansia o depressione – ha mostrato punteggi di paranoia e livelli di consumo più elevati. Il secondo, pubblicato su Psychological Medicine, ha confermato che la forte associazione tra trauma infantile e paranoia è ulteriormente aggravata dall’uso di cannabis.
«Esiste un ampio dibattito sulla legalità e la sicurezza», spiega Marta Di Forti, docente di tossicodipendenza, genetica e psicosi presso il King’s. «La mia ricerca ha confermato che l’uso della cannabis come mezzo per far fronte al dolore fisico ed emotivo non è privo di rischi significativi. I responsabili politici dovrebbero essere consapevoli dell’impatto che la legalizzazione, senza un’adeguata informazione pubblica e un supporto sanitario, potrebbe avere sia sul singolo, sia sui sistemi sanitari».
«I benefici della cannabis terapeutica sono stati sopravvalutati»
Contro lo studio di Lancet ha alzato la voce Mike Morgan-Giles, amministratore delegato del Cannabis Industry Council, sostenendo che «le evidenze del mondo reale» mostrano invece benefici per i pazienti con ansia e disturbo post-traumatico. Ma secondo il professor Owen Bowden-Jones, a capo del Royal College of Psychiatrists, è vero il contrario: «Questo studio rigoroso ci fornisce l’indicazione più chiara finora che i benefici della cannabis come medicina sono stati sopravvalutati. Sebbene questi prodotti abbiano evidenze di beneficio modesto per alcune dipendenze, non dovrebbero essere offerti per le molte malattie mentali per le quali non è stato trovato alcun beneficio».
In sintesi, la narrativa pubblica che vorrebbe la cannabis come panacea non trova riscontro nella realtà clinica. Non solo i benefici terapeutici per le condizioni mentali sono minimi o inesistenti, ma i rischi sono concreti. La legalizzazione e l’uso medico sembrano servire più al marketing e all’immagine che alla vera cura. Lo dice la scienza, ostinatamente, senza sentimentalismi.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!