Israele insegna: votare con il Covid non è una iattura (anzi)

Quarta elezione in due anni (seconda in pandemia) e rivince Netanyahu. Succedono cose nel mondo. Se ne accorgeranno anche qui, quando finirà l’emergenza Letta-Pd

Coda di elettori a un seggio in Israele per le elezioni 2021

Cronache dalla quarantena bis / 14

Non so se in questi giorni di informazione che si limita ad esaltare gli aspetti più incisivi sul panorama politico italiano dell’avanzata dell’eroica armata di liberazione del Letta da Parigi, pur restando il Generale Covid il plutocrate, avete letto qualcosina su Le Monde o sentito qualcosa su Radio Londra.

Un derby Likud vs Likud

E comunque la notizia è questa: in Israele hanno praticamente sconfitto il Covid, vaccinato quasi tutta la popolazione e votato per la quarta volta in due anni. E per la quarta volta – mentre inoculavano i vaccini, sconfiggevano il Covid e facevano campagna elettorale – ha vinto Benjamin Netanyahu. Cioè la destra. O come ho letto, sempre sulla splendida coppia RepubblicaCorriere della Sera, quella specie di Lombardia in sedicesimi che è la destra israeliana. Che sempre secondo la versione dei nostri giornaloni dell’armata Letta, per governare dovrà allearsi con i “razzisti e omofobi” (nazisti no?) dei “partiti religiosi ultraortodossi” (c’è ancora Cl a Gerusalemme?).

Tanto per capire in soldoni cosa è successo in Israele. La destra del Likud di Netanyahu ha sconfitto la destra di un fuoriuscito dal Likud di Netanyahu. Praticamente un derby. Mente laburisti e pacifisti di Meretz sono entrati in Parlamento per un pelo, boccheggiando fuori da tutto come il pesce rosso fuori dall’acqua.

Non ci sono solo Letta e il Pd

Eh sì, succedono cose nel mondo. Non solo tra il Quirinale, Palazzo dei Marescialli e le direzioni dei principali quotidiani e tv che hanno sede principale a Roma. E hanno questo vizietto tardo bizantino di vagliare l’intero patrimonio di fatti quotidiani planetari secondo gli schemi mentali e le impellenze di vita politica artificiale che ha quel lungo acronimo del sempre identico – il Pci-Pds-Ds-Pd – che, dopo la Democrazia Cristiana (sciolta beata lei nell’acido giudiziario), è rimasto l’unico balenottero a occupare con i suoi uomini, la sua retorica, i suoi tic da padroncini dell’arroganza (e naturalmente le sue ricche rendite), i posti chiave di un sistema istituzionale ammuffito e – ne vedremo delle belle a fine blocco dei licenziamenti – del quale rischia di non restare pietra su pietra.

Infatti. Non si può grattare il fondo del barile per quattro settennati presidenziali e poi meravigliarsi che siamo ridotti a un Csm, presieduto dal capo dello Stato, nel quale si promuove un giudice anche se condannato con sentenza definitiva perché portava il serramanico in tasca e tagliava le gomme delle automobili a una signorina collega, mentre un ministro degli Interni viene rinviato a giudizio perché fa il suo mestiere e un politico passa dieci anni a difendersi in tribunale, buttato fuori da tutto, per 150 euro senza giustificativi.

Giornalismo di provincia e di potere

A meno che succeda un miracolo, un Mario Draghi riformatore, una bicamerale, l’Italia si schianterà da un giorno all’altro. Ecco, questa cosa sarebbe da discutere e da capire. Prima che venga giù tutto. Certo. Se il nostro circuito dell’informazione non continuasse a inabissarsi nelle profondità del pettegolezzo di provincia e non fosse intriso di bugie fin dalle radici. Radici per altro da molti anni rappresentate da quel che resta della tradizione burocratica e intellettuale dell’acronimo detto sopra. Sia come ultimi grandi vecchi (Giorgio Napolitano). Sia come ultime grandi aziende (tipo Fiat) che negli anni Settanta marciavano a braccetto con la gloriosa Urss, custodivano come pupilla dei loro occhi la Torino azionista e Pci, e costruivano le loro automobili a Stalingrado.

E da quella storia lì, senza grandi stravolgimenti (la Juventus è sempre rimasta la squadra degli Agnelli), adesso Fiat è finita a comprarsi giornali (Gruppo Repubblica Espresso mentre possedeva già La Stampa e il londinese The Economist) per rinnovare la cintura di difese e consenso intorno a un patrimonio che lentamente ma inesorabilmente sta scivolando – un po’ come tutto il grosso del sistema industriale italiano messo al muro dalla crisi economica e della giustizia – verso l’Oltralpe europea (dove Macron ha custodito lussuosamente Letta) e verso l’estremo Oriente (dove Prodi si è inserito bene tra le maglie del Partito comunista cinese).

Il miglior vaccino anti Covid

Infine, quando vi ricorderete di quello che vi ha detto il presidente Mattarella, hanno scritto i giornali e dimostrato sondaggi alla mano le televisioni, e cioè che «sarebbe da irresponsabili votare con il Covid» e che «la priorità è l’emergenza sanitaria», ricordatevi la notizia di Israele. Ma anche quella degli Stati Uniti che dal durissimo scontro elettorale Trump-Biden sono usciti più forti e determinati anche nella lotta al Covid.

Non c’è niente da fare: è l’esercizio popolare della democrazia che rende più forte e più civile una nazione. Non la retorica e il paternalismo delle classi dirigenti. Sono la cabina elettorale e il governo legittimati dal voto dei cittadini che rafforzano gli anticorpi contro derive sanitarie e autoritarie da Terzo Mondo. Non i parrucconi che ormai somigliano a certi satrapi africani e impediscono il voto perché fa comodo a chi campa di rendita sotto lo Stato. Come sempre vale la legge: dove non si vota non c’è libertà. E dove non c’è libertà c’è la Cina o il Myanmar.

Perciò votare e rivotare a piacere del popolo non è una iattura. È il migliore vaccino anti Covid. E anti armata della retorica falsa e bugiarda.

Foto Ansa