«C’è ancora spazio per la speranza in Terra Santa»
Israeliani e palestinesi in festa. Balli e canti per le strade sia a Tel Aviv che a Gaza. «Questo è un momento storico», commenta il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi la firma a Sharm el-Sheikh dell’accordo tra Israele e Hamas che pone fine alla guerra più lunga che lo Stato ebraico abbia mai affrontato. Ieri, nella notte, il governo di Benjamin Netanyahu ha ratificato l’accordo dopo una lunga consultazione. L’inizio del cessate il fuoco è previsto in giornata. Tra lunedì e martedì, secondo quanto anticipato da Donald Trump, dovrebbe inoltre arrivare la liberazione dei 20 ostaggi ancora vivi, detenuti nei tunnel della Striscia di Gaza, la consegna dei corpi di quelli deceduti, anche se neppure Hamas sa dove si trovino alcuni di loro, e il ritiro dell’esercito israeliano lungo un confine concordato durante le trattative.
«Sono molto contento che questo accordo sia stato firmato. Era davvero importante. Ma è solo l’inizio: ogni passo successivo deve essere rivolto alla convivenza pacifica e al riconoscimento dei diritti dei due popoli», dichiara a Tempi in un’intervista padre Ibrahim Faltas, frate francescano di origine egiziana, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa.

Padre Faltas, è finalmente finita questa guerra devastante che va avanti da due anni?
Lo spero davvero. Questi primi passi sono importanti per dare stabilità alla pace. Il cessate il fuoco e il ritorno degli ostaggi israeliani porteranno sicuramente più serenità per affrontare i passi successivi. Ora bisogna pensare alla gente di Gaza e aiutarla nei bisogni essenziali.
Ha notizie dei cristiani rifugiati a Gaza nella parrocchia della Sacra Famiglia?
Non sono ancora riuscito a parlarci. Da due anni, insieme alle suore, aiutano e ospitano con grande cura e dedizione i cristiani locali, e non solo, rifugiati nella parrocchia e nella scuola. Nonostante le perdite umane subite in vari attacchi, la mancanza di beni essenziali e la paura, hanno offerto in questi due anni al mondo una vera testimonianza di fede. Che il Signore li protegga sempre e li sorregga ancora!
Pensa che il piano stilato da Donald Trump porterà a una pace duratura?
Il piano ci ha dato motivo di speranza dopo un lungo periodo di attese deluse. Molti punti non sembrano chiari, ma i progressi fatti da Hamas e Israele sono incoraggianti. In questa fase non c’è ancora il coinvolgimento diretto dell’Autorità palestinese, ma spero che presto il presidente di tutta la Palestina, Abu Mazen, sia coinvolto nella gestione del futuro di Gaza. È forte il bisogno di unire il popolo palestinese, diviso fisicamente e politicamente: i processi di pace devono favorire anche l’unità e la concordia dei popoli.
Israeliani e palestinesi possono finalmente gioire?
Io spero e prego che gli ostaggi israeliani tornino presto a casa dai loro cari dopo due anni di sofferenza. Il popolo israeliano e quello palestinese soffrono da troppo tempo a causa dell’odio e della violenza che hanno generato altro odio e violenza in un vortice che sembra non avere fine. La fede ci aiuta a sperare, ma spesso cadiamo nella disperazione perché non vediamo soluzione possibile a una tragedia assurda e disumana. Questi primi segnali di pace ora mi fanno sperare, ma la prudenza mi porta a essere realista e ad aspettare i risultati concreti di questi accordi.

Il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, ha espresso pochi giorni fa una posizione chiara contro la guerra e dopo le critiche di Israele è stato difeso da papa Leone XIV. Sentite la vicinanza della Chiesa?
Il Papa ha voluto ribadire la posizione della Santa Sede. La Chiesa universale ha sempre difeso e protetto i deboli, i poveri, gli indifesi. In questo tragico e doloroso periodo la Terra Santa ha sentito molto la vicinanza e la preghiera di Francesco e di Leone XIV, due pontefici che attraverso appelli, interventi e dichiarazioni hanno implorato la pace e favorito azioni di pace. Sentiamo la vicinanza nella preghiera, sentiamo la presenza paterna del Santo Padre e conosciamo la sua disponibilità all’ascolto degli ultimi e a dare voce ai loro bisogni. Leone XIV chiede rispetto e dignità per la vita di chi soffre a causa delle guerre e tutta la Terra Santa ha sentito la sua vicinanza fin dall’inizio del suo pontificato.
Se la situazione a Gaza sembra finalmente andare verso un miglioramento, qual è quella in Cisgiordania?
Anche la Cisgiordania sta affrontando un periodo di gravi difficoltà. Ai check point che la dividono da Israele, si sono aggiunti nuovi e numerosi posti di blocco posizionati all’improvviso, che limitano molto la libertà di movimento anche all’interno del suo territorio. Il livello di povertà è molto alto, oltre che per la situazione di conflitto, anche per questo impedimento a raggiungere i posti di lavoro, i campi da coltivare, i commerci interni. I cristiani di Betlemme non hanno lavoro a causa della mancanza di pellegrinaggi. Inoltre, da due anni sono stati bloccati o limitati i permessi per recarsi a lavorare in Israele.
In una lettera alla diocesi il patriarca Pierbattista Pizzaballa ha scritto che la pace va costruita e ricostruita lentamente ogni giorno. C’è ancora spazio per questo dopo questi due anni di guerra?
Il Patriarca ha esortato il suo gregge a continuare a costruire la pace e a dare ancora testimonianza di fede in un contesto di grande sofferenza. C’è ancora spazio per la speranza in Terra Santa! Bisogna essere forti nella fede e il Signore darà una luce nuova alla speranza in questa terra benedetta.
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