A due anni dal massacro del 7 ottobre, procedono i colloqui di pace a Sharm el Sheikh. I terroristi alzano il prezzo dell’intesa per renderla ancora più difficile per Tel Aviv, ma le famiglie degli ostaggi e Trump fanno pressione su Netanyahu: «Accetta»
Migliaia di israeliani in piazza a Tel Aviv per chiedere la liberazione degli ostaggi e la fine della guerra (foto Ansa)
Eli Sharabi non ha dimenticato un secondo dei 16 mesi passati con le gambe legate nei tunnel tetri e sporchi di Hamas a Gaza. Ma è in giornate come questa, secondo anniversario del terribile massacro del 7 ottobre, quando è stato rapito dal Kibbutz Be'eri, in Israele, insieme ad altre 250 persone, che il ricordo si fa più doloroso. Soprattutto perché Sharabi, liberato a febbraio dopo 497 giorni di prigionia, non fa che pensare ai 48 ostaggi che si trovano ancora nelle mani dei jihadisti e che presto potrebbero essere rilasciati, se i negoziati in corso in Egitto intorno al piano in 20 punti di Donald Trump andranno a buon fine.
«Morivamo di fame nei tunnel»
Per la maggior parte del tempo Sharabi è rimasto rinchiuso con altri tre ostaggi in celle poco o niente illuminate, in mezzo a ratti e insetti. Non gli era permesso lavarsi se non una volta ogni due o tre mesi e i terroristi gli davano da mangiare solo una pita ammuffita al giorno. «La cosa più difficile era sopravvivere: morivamo d...
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