I costi insopportabili della guerra e i profitti della pace

Di Giancarlo Giojelli
16 Ottobre 2025
Le operazioni militari hanno avuto un impatto importante sull'economia di Israele. La testimonianza del capitano Ron Biran, i conti dell'economista Shlomo Maital e le previsioni sulla ricostruzione della Striscia di Gaza
Khan Yunis, Striscia di Gaza, 12 ottobre 2025 (Ansa)
Khan Yunis, Striscia di Gaza, 12 ottobre 2025 (Ansa)

Il capitano della riserva dell’Idf, l’Israeli defence force, Ron Biran, 34 anni, è stato richiamato al fronte per la quarta volta dopo i tre anni di servizio militare, e per quattro volte ha dovuto combattere, tra Gaza e il Libano, abbandonando il suo lavoro di creatore di start up a Tel Aviv che gli fa guadagnare ventimila dollari al mese: «Dobbiamo difenderci – ci dice – ora c’è la tregua, ma la guerra non è finita. Potrei vivere in pace e guadagnare bene, ho due figli, due bambini di dieci e sette anni, anche mia moglie lavora nell’informatica. Non ci spaventano i prezzi alti di Tel Aviv, sapete che è tra le tre città più care del mondo?».

Lo dice mentre è seduto su una panchina dello Yarkon Park di Tel Aviv da dove ci parla, tra un laghetto circondato da un grande prato dove giocano i bambini e un orto botanico, visitato ogni anno da quindici milioni di persone. «Qui sembra un paradiso, ora sono in licenza ma devo tornare alla mia unità e anche qui ogni istante possono suonare le sirene, o un kamikaze si può fare esplodere: la guerra è una minaccia costante, che ci accompagna da quando siamo nati. Una guerra che non vogliamo. Altri riservisti hanno rifiutato di tornare a combattere, uno solo finora è stato condannato a venti giorni di carcere. Altri evitano il servizio con certificati medici, altri più giovani sono ultraortodossi e riescono a restare a casa, o meglio nelle loro scuole, perché, dicono, il loro compito è studiare i testi religiosi. Io no, alterno periodi di lavoro e periodi con la divisa».

Gaza City, 11 ottobre 2025 (Ansa)
Gaza City, 11 ottobre 2025 (Ansa)

«Famiglie intere hanno perso tutto»

«Io – prosegue Biran nel suo racconto – rischio la vita, e quando sono barricato nelle trincee vedo poco distanti le luci della città e penso quando sto perdendo, quanta vita e quanto lavoro. Conto di mettermi in proprio, l’azienda per cui lavoro è cresciuta enormemente ma ci sono ancora molte possibilità. E sulle start up di alta tecnologia non ci sono embarghi e per fortuna il lavoro non si perde. Più difficile per chi lavora nell’agricoltura, nell’allevamento, nei kibbutz e nei moshav, le fattorie collettive: anche lì ci sono applicazioni straordinarie che permettono raccolti magnifici, il deserto fiorisce ma bisogna essere presenti, aver cura dei campi e degli animali. Il servizio militare, per chi non riesce ad evitarlo, è un danno per tutto, per la tua vita e per la tua famiglia – gli orrori che vedi non ti abbandonano mai – e per i tuoi risparmi, potresti essere benestante e goderti i figli e avere tante occasioni, e lo pensi mentre rischi di morire. Con noi ci sono soldati arabi, drusi e beduini, e credo che per loro sia ancora più dura. Non hanno nemmeno il pensiero di combattere per il paese dei loro antenati; io non sono religioso ma questo senso di appartenenza al mio popolo, il popolo di Israele, me lo sento dentro. E ci sono i palestinesi che abbiamo di fronte, tra loro si nascondono i terroristi, lo so bene, ma vedo famiglie intere che hanno perso tutto, e ci sono professionisti, medici, ingegneri: le loro case distrutte. Forse nella nuova Gaza avranno di nuovo un lavoro e una vita. Non più terroristi, lo spero per loro e per noi, ma ci vorranno generazioni prima che il solco di odio sia spianato».

Leggi anche

400 miliardi di mancata produzione

Se il costo umano finora pagato in questi due anni di guerra da israeliani e palestinesi di Gaza e Cisgiordania è terribile (in termini di vite umane, famiglie distrutte, effetti devastanti sulla salute anche mentale di milioni di persone) le previsioni economiche, se non verrà raggiunto e attuato al più presto un piano di pace su scala globale, sono catastrofiche. Si stima che le sole operazioni militari siano costate ad Israele 725 milioni di dollari al giorno. L’elevata spesa militare sta avendo un impatto enorme e ha ridotto gli investimenti in settori vitali come sanità e istruzione. Il bilancio della Difesa è raddoppiato, finanziato dall’aumento della pressione fiscale. Le spese militari hanno raggiunto i 46,5 miliardi di dollari nel 2024. Un importo che rappresenta circa l’8,8 per cento del Pil, supportato da ingenti aiuti esteri, principalmente dagli Stati Uniti.

«La guerra di Gaza – dice uno dei massimi economisti mondiale, l’israeliano Shlomo Maital, in uno studio pubblicato dal Jerusalem Post – potrebbe costare a Israele fino a 400 miliardi di dollari di mancata produzione nel prossimo decennio. Questa cifra riflette non solo il costo dei richiami delle riserve, ma anche gli effetti agghiaccianti dei boicottaggi internazionali, dell’esitazione degli investitori e del danno reputazionale».

Leggi anche

56 miliardi di dollari per ricostruire

Shlomo Maital dirige lo Zvi Griliches Research Data Center presso lo S. Neaman Institute, Technion. Il suo blog è tra più seguiti da chi vuole approfondire la situazione economica e i riflessi sulla vita quotidiana. Le sue ricerche sono studiate nelle università americane e britanniche. Le sue valutazioni non si limitano ad Israele e alla ricostruzione di Gaza: guardano avanti. «Il costo economico – precisa – si sta già riverberando in tutta la regione. L’economia palestinese in Cisgiordania è in crisi. L’economia di Gaza è praticamente scomparsa. Persino la fragile economia egiziana ha risentito della pressione. Il Fondo monetario internazionale prevede ora una crescita inferiore in Medio Oriente e Nord Africa».

Si calcola che solo la ricostruzione di Gaza e Cisgiordania costerà almeno 56 miliardi di dollari. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità solo per il settore sanitario servono più di 7 miliardi di dollari. Trenta miliardi per riparare le infrastrutture fisiche e 19 miliardi per far fronte alle perdite economiche e sociali. Un terzo della cifra totale andrebbe al settore più colpito, quello residenziale. Il 90 per cento delle scuole della Striscia sono state danneggiate o distrutte, dice Save The Children. Percentuali simili per abitazioni private e negozi. Di 36 ospedali solo 14 funzionano in parte. E poi ci sono moschee e antichi mercati. O meglio, c’erano: la maggior parte è ormai nel conteggio dei 55 milioni di metri cubi di rovine. Di cui una parte a rischio contaminazione amianto. 

Insomma, la guerra di Gaza riguarda il mondo intero perché l’effetto domino tra sanzioni, boicottaggi, innalzamento dei livelli di allerta nei paesi occidentali incide sui costi di produzione come sulle spese militari anche solo per le misure di sicurezza, danneggiando commercio e turismo. Maital sottolinea la mancata valutazione del “fronte economico” che ha riflessi enormi sulla popolazione, li ha avuti subito, li sta avendo ora e li avrà in futuro. Anche se verrà un accordo che porti ad una vera forma di pace. 

Gaza City, 11 ottobre 2025 (Ansa)
Gaza City, 11 ottobre 2025 (Ansa)

Un’amara battuta

Israele non può permettersi di ignorare il fronte economico. La situazione è diversa dal 1973 quando, in una guerra durata dal 6 al 25 ottobre, il paese dovette affrontare una crisi economica e tassi di inflazione stratosferici, con enormi sacrifici che coinvolsero tutti i settori produttivi, nonostante il sostegno dell’alleato statunitense.

«L’attuale processo di bilancio – è il giudizio di Maital – è viziato da contrattazioni politiche, spese eccessive e visioni a breve termine. Il caos della gestione economica del governo si fa ogni giorno più netto. Gli israeliani devono sapere cosa è necessario per mantenere sia la sicurezza nazionale sia la salute economica. Meritano un piano che protegga l’economia dall’inflazione e dal collasso, distribuendone equamente l’onere nella società. Meritano una leadership che dica loro la dura verità e agisca di conseguenza».

Occorrono sacrifici a fronte dei quali molti in Israele storcono il naso. Il servizio di riserva militare impegna nella guerra una buona parte della popolazione attiva, ma gli studenti delle Yeshiva, le scuole religiose, sono esentati nonostante i tentativi dell’esercito di imporre al premier Bibi Netanyahu il reclutamento degli haredim, gli ultraortodossi che rifiutano di combattere, studiano le Scritture e non lavorano grazie ai sussidi statali. Le norme più restrittive sulla esenzione per motivi religiosi sono state boicottate dai partiti estremisti religiosi che finora hanno sostenuto il governo e molti haredim che sono stati chiamati alla leva hanno semplicemente rifiutato di presentarsi, senza conseguenze. Un’amara battuta circola sempre più frequentemente: «In Israele un terzo della popolazione lavora, un terzo paga le tasse, un terzo fa il servizio militare: peccato che è sempre lo stesso terzo». Paradossale, forse, ma dà l’idea del sentimento della gente, di quanti sono sul fronte di guerra lasciando case e lavoro e famiglie. E qui la guerra non è mai finita.

La nuova Gaza

Israele ha sempre dimostrato di aver eccezionali capacità di resilienza, quattro anni fa si era risollevato in fretta dalla crisi innescata dalla pandemia, dando fiato all’edilizia e agevolando le licenze di costruzione: grattacieli di trenta piani sono sorti in tre anni a Gerusalemme Ovest, lungo la Jaffa Street, appartamenti venduti a prezzi stratosferici soprattutto ad ebrei americani, francesi e belgi. Le start up sono esplose tra gli avveniristici palazzi di Tel Aviv, in quattro anni gli “unicorni” (società hi-tech quotate almeno un miliardo alla borsa di New York) sono cresciuti ad un ritmo sbalorditivo: da cinque a centodue, dando lavoro molto ben remunerato ai giovani geni dell’informatica.

Un’esplosione che però ha avuto effetti negativi sul costo della vita, aumentando l’inflazione (e i più poveri hanno pagato il prezzo più alto). Poi la nuova guerra, ed ora i costi del conflitto: dati a cui il governo punta a rimediare attirando capitali esteri grazie alle possibilità delineate dalla “nuova Gaza” e dal fiume di denaro che potrebbe affluire in investimenti e aiuti internazionali, ma molto è ancora incerto. La pace vera è ancora lontana e tutti da valutare gli effetti che potrà avere la ricostruzione (se è quando ci sarà). Israele non è una bolla isolata e Iron Dome, se para i missili, non protegge da speculazioni e attacchi economici. La crisi globale dell’intera regione dovuta alle guerre, al terrorismo, ai traballanti governi e ai cambi di regime (dal Libano alla Siria, dall’Iran allo Yemen) ha riflessi diretti sullo Stato ebraico. 

L’asse con l’Italia

Certamente chi parteciperà all’enorme opera di rinascita delineata nel piano Trump potrà trarne grandi profitti. Ma tutto si basa sull’ipotesi che una pace, garantita e duratura, sia raggiunta e sigillata da un patto che coinvolga tutti gli attori in gioco, e che sia vigilata da una forza militare internazionale stabile. Ma Hamas ha già detto che la liberazione degli ostaggi e l’ingresso degli aiuti sono solo un accordo umanitario e che la lotta per la “liberazione” non finirà, aggiungendo che ci vorranno mesi per recuperare i corpi degli ostaggi morti sotto le macerie. Il che fa intendere che non deporrà le armi. Il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha detto a sua volta che dopo il rilascio dei rapiti l’esercito israeliano distruggerà i tunnel della Gaza sotterranea. A qualsiasi prezzo. Sono solo parole, propaganda? Forse, ma bastano queste premesse per capire che il “piano di pace” è ancora lontano dall’essere una certezza.

I governi dei paesi coinvolti a vario titolo si confrontano, studiano le strategie per il “dopo”, puntando sul fatto che ci sia un dopo. L’Italia è direttamente interessata. C’è un asse strategico che lega l’industria manifatturiera italiana all’eccellenza tecnologica israeliana. Nonostante la tensione geopolitica, il rapporto bilaterale nel 2024 ha segnato un valore complessivo di 4,3 miliardi di dollari. L’Italia è il terzo partner commerciale europeo di Israele, dopo Germania e Olanda. L’Unione Europea è il più importante investitore in Israele con 73 miliardi di euro, gli Usa ne investono 39. Da notare che si tratta di cifre che non sono diminuite, ma anzi aumentate di un miliardo dopo l’inizio della guerra di Gaza. 

Il ruolo della Ue

L’Unione Europea ora non fa mistero di aspirare a un ruolo nella ricostruzione. Resta da capire quale sarà il piano di ricostruzione e quali soprattutto le garanzie.

Vecchia cinica storia. La guerra che fa vendere armi e la pace che poi ricostruisce sono due facce del medesimo affare economico: dove le vite umane, come quelle dei commercianti del suk o dei cristiani di Betlemme, che vivono di turismo religioso ora quasi scomparso, dei gazawi in fuga dalle bombe, dei pendolari palestinesi che dai territori andavano a lavorare nell’edilizia e nei campi israeliani, dei civili ebrei riservisti che devono tornare al fronte, come il capitano Biran, diventano merce preziosa per la propaganda.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.